Javier Negrete.
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Alessandro Magno e l'aquila di Roma.
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Parte 3.
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Titolo originale: Alejandro Magno y las guilas de Roma.
Traduzione di: Manuela Carrara.
2019. Newton Compton Eeditori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Il mito di Er.
Virt della linea retta.
Le tenebre del Tulliano.
Da re a re.
Questioni d'onore.
Lutto in famiglia.
Giochi funebri.
La battaglia del Vesuvio.
Epilogo.
Indice dei personaggi.
Ringraziamenti.
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Fine Indice.
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Il mito di Er.

Aristotele aveva sempre avuto paura della pazzia. Nella sua famiglia materna c'erano stati molti precedenti. Il bisnonno aveva finito i suoi giorni camminando nudo per le strade di Stagira, munito solo di un bastone con il quale colpiva chiunque lo fissasse e, un giorno che si era addormentato in un letamaio, i topi gli divorarono la faccia, le braccia e le gambe. Senocle, fratello maggiore della madre, era stato incatenato in una stanza quando aveva trent'anni perch, preso da una strana rabbia, voleva mordere tutto ci che gli si avvicinava e aveva staccato per intero un orecchio a uno schiavo. Mor vittima di un'infezione provocata da s stesso perch si era rosicchiato la gamba destra, che non riconosceva come sua. Cleandra, zia di Aristotele, si era impiccata a un fico un anno dopo senza rendere conto a nessuno. E la nonna, devastata dalle disgrazie dei figli e per la sua natura in cui prevaleva la bile nera, un buon giorno decise di chiudersi nella sua stanza e di non lavarsi n mangiare pi. Per fortuna, la fame aveva avuto la meglio sulla sporcizia e, quando l'anziana mor, la pestilenza non era uscita dalla sua alcova.
Secondo Platone, esistevano quattro tipi di pazzia: rituale, poetica, erotica e profetica. Quando lo sent classificarli cos, Aristotele pens che nessuna di quelle categorie corrispondesse alle manifestazioni di follia che aveva visto nella sua famiglia e che doveva esserci una pazzia diversa, che lui chiam pazzia-pazzia, che non serviva a nessun fine e che era dovuta solo alle forze dell'assurdit e del caos che lottavano per offuscare l'ordine e la logica dell'universo.
La madre, Festia, sembrava salvarsi da quella demenza e mentre era in vita suo marito Nicomaco, medico del re Filippo, si comport sempre come una greca esemplare, compiendo la massima di Pericle per il quale una donna non doveva parlare delle proprie azioni, buone o cattive.
Nicomaco mor quando Aristotele aveva quattordici anni. Quell'estate, che fu particolarmente calda e insalubre, si trasferirono in una casa che la famiglia aveva ad Acrotoo. Quella citt si trovava sulla cima del monte Atos, a un'altitudine tale che in piena estate bisognava coprirsi per uscire. Infatti Acrotoo stava talmente in alto che il sole sorgeva varie ore prima che sulla costa e i suoi abitanti dicevano che, quando a Stagira cantava il gallo, loro erano gi stan-
chi di lavorare.
Un giorno, quando non era nemmeno met mese che vivevano l, Aristotele not qualcosa di strano all'ora di cena. La madre mischi l'acqua con una quinta parte di vino, come sempre, anche se le fonti del monte Atos erano molto pi pure di quelle della pianura e non c'era bisogno di prendere quella precauzione. Ma poi ci aggiunse anche erbe cotte che, secondo lei, le aveva raccomandato il defunto Nicomaco, perch erano eccellenti per mitigare gli umori della pubert. Il fatto fu che Aristotele si addorment non appena chiuse gli occhi e quando li riapr scopr che gi era giorno. Si alz con una strana pesantezza della testa e senza ricordare cosa avesse sognato. La seconda notte, quando la madre mischi lo stesso intruglio con il vino, stava per protestare, ma uno sguardo severo di Festia lo convinse che fosse meglio stare zitto. Il mattino seguente, dopo essersi alzato con lo stesso torpore, decise che non avrebbe pi bevuto quella cosa e che doveva anche scoprire perch la madre voleva a tutti i costi farlo dormire come un sasso.
La terza notte s'ingegn per buttare il liquido senza farsi vedere dalla madre e poi si ritir nella sua stanza fingendo di avere molto sonno. Poi, quando sarebbe dovuto ormai stare tra le braccia di Ipno e Morfeo, sent delle voci al piano di sotto, talloni di piedi scalzi che sbattevano sulle mattonelle e, infine, il cigolio delle cerniere della porta che dava in strada.

Aristotele si cal gi dalla finestra, cosa che alla sua et non era grande impresa, e una volta in strada vide una processione di fiaccole che si dirigeva a nord, in direzione del bosco. Alla luce della luna piena, segu le torce a una certa distanza. Poco dopo inizi a sentire dei cantici accompagnati da flauti e crotali e sospett che avrebbe assistito a qualche rituale. Allora si ricord che erano le date in cui si celebravano le feste in onore di Tamiri, un bardo tracio che aveva fatto una scommessa arrischiata con le Muse: se le avesse vinte in un certame poetico, sarebbe andato a letto con tutte e nove, e se avesse perso, loro gli avrebbero tolto il suo talento.
Come succedeva sempre in questi casi, l'audace mortale venne sconfitto. Ma i partecipanti alla festa, che si erano riuniti intorno a un fuoco acceso in una radura, non sembravano interessati al fatto che Tamiri si fosse sentito frustrato per il suo desiderio di giacere contemporaneamente con le nove Muse. Aristotele, che si era arrampicato sui rami di un abete, vide con occhi attoniti che la madre stava fornicando con uomini e donne in tutte le posizioni e combinazioni possibili, mentre i partecipanti sacrificavano animali, si facevano il bagno nel loro sangue ancora fumante e mangiavano le loro viscere crude, il tutto senza smettere di copulare tra gridi e canti gutturali. E, sebbene a Nestore non lo avrebbe confessato, vide con orrore che Festia non fornicava solo con umani e che non si limitava solo a divorare carne di animale.
In questo modo Aristotele assistette contemporaneamente a due pazzie sfrenate, quella rituale e quella erotica, insieme a una brutalit sanguinaria che fino ad allora aveva creduto appartenere solo a storie di un passato mitico. Mentre la madre era ancora dedita a quella frenesia dionisiaca, il ragazzo scapp dalla radura, torn alla sua stanza, raccolse un po' delle sue cose e in piena notte scese dal monte Atos a rischio di precipitare.
Da allora and a vivere con lo zio Prosseno e la madre dovette sospettare che l'avesse vista, perch non gli chiese mai di tornare da lei. Un paio di anni dopo Festia spar e Aristotele prefer non pensare a quale destino le fosse toccato, dove potessero essere i suoi resti o cosa fossero diventati. Per scappare dalla maledizione familiare, il giovane decise di andare ad Atene, dove aveva sentito che c'era un tempio della ragione.
Cos, a diciassette anni, Aristotele entr nella scuola della sapienza di Platone. Vicino ad Atene, in un boschetto di ulivi consacrato ad Atena e alle Muse, c'era un ginnasio conosciuto come Accademia in onore di Academo, un antico eroe della citt. Accanto al ginnasio si estendeva un gradevole viale circondato da un colonnato e da alberi che lo ombreggiavano: l, da anni, Platone si riuniva con la sua cerchia di discepoli. Con il tempo, il filosofo ateniese aveva comprato un terreno limitrofo per costruirci una piccola propriet. Ci viveva e ci ospitava i suoi studenti prediletti, inclusi i suoi amanti. Quanto ad Aristotele, nonostante Platone non avesse mai provato attrazione fisica per lui, gli bast parlarci mezza mattinata per capire che non aveva mai conosciuto un discepolo cos talentuoso e probabilmente non ne avrebbe mai pi conosciuti. Cosicch lo Stagirita fu uno dei pochi fortunati a trasferirsi nella dimora del saggio e pass a far parte della sua intima cerchia.
Senza che Platone ne avesse intenzione, quello che era iniziato come una specie di thasos, una confraternita semireligiosa, era diventata un'istituzione pi specializzata dove si studiava non solo filosofia, ma anche dialettica, geometria, aritmetica, astronomia e armonia. Mentre Aristotele stava l, arriv ad avere pi di venti studenti fissi, tra cui due donne, Lastenia e Assiotea. Una delle stanze della casa in cui avevano iniziato a riporre alcuni papiri divent una biblioteca che cresceva giorno dopo giorno e che ben presto dovettero ampliare. Lo stesso Platone si fidava pi della memoria, della conversazione e dell'ispirazione che della lettura, ma Aristotele passava ore l dentro a perdere la vista tra le strette righe dei libri.
A quel tempo, Platone aveva appena compiuto sessant'anni, ma aveva ancora i capelli neri, la schiena dritta e le spalle larghe che da giovane lo avevano reso temibile nella palestra. Era un uomo al culmine della propria vita, pieno di energia, che aveva gi scritto importanti dialoghi come Protagora, Simposio o Fedone. Quando arriv Aristotele, stava scrivendo la pi ambiziosa delle sue opere, la Repubblica.
Era un'epoca di sconvolgimenti. Epaminonda aveva appena sconfitto in campo aperto gli spartani, qualcosa di impensabile fino a quel momento e in Grecia non era chiaro chi fosse il padrone. Tebe, Atene e Sparta combattevano per l'egemonia e nei continui cambi di alleanze riuscivano solo a indebolirsi a vicenda: una situazione di cui, alla lunga, avrebbe approfittato Filippo.
Platone era preoccupato di tutti quei cambiamenti e quelle rivoluzioni. Non aveva mai sopportato le trasformazioni. Avrebbe preferito vivere in un passato che nemmeno lui aveva conosciuto, in un'Et dell'Oro che forse non era mai esistita, in cui i nobili non lo erano solo per discendenza, ma anche nella mente e nel corpo, e nessuno si sarebbe conteso il diritto a comandare. Anelava di scoprire la formula per fondare uno Stato che fosse eterno, perfetto, immutabile, un riflesso dei cieli in terra. Societ arcaiche e chiuse come Creta e soprattutto Sparta erano vicine a quell'ideale, ma Platone voleva di pi. Pensava che la ragione da sola non sarebbe potuta arrivare alla verit e che talvolta si dovesse fare un salto nel vuoto per ricevere una rivelazione. Cos decise di ricorrere alle visioni mistiche.
Quelle pratiche le conoscevano solo i discepoli pi stretti, quelli che appartenevano alla cerchia intima. Platone non voleva finire come il suo maestro Socrate, che era stato condannato a morte da un tribunale di cinquecentouno ateniesi per aver introdotto nuovi di nella citt e aver corrotto la giovent. Anche se Platone era un uomo profondamente religioso, temeva che qualcuno potesse confondere le sue pratiche con la stregoneria. Grazie ai viaggi, ai contatti con i pitagorici e con i membri di altre scuole, agli esercizi ascetici e agli esperimenti con diverse droghe, era diventato quello che Nestore aveva denominato sciamano.
Nella parte nord della propriet, nascosta tra spesse siepi e ombreggiata da salici, c'era una capanna circolare dove Platone si ritirava per i suoi esperimenti mistici. Nella primavera dello stesso anno in cui arriv Aristotele, il primo giorno di targelione, con la luna nuova, si chiuse l dopo aver detto a tutti che sarebbe partito per il Nord. Confid il suo segreto solo al nipote Speusippo, che in seguito avrebbe ereditato l'Accademia, e ad Aristotele, perch aveva capito che il giovane stagirita sapeva mantenere il silenzio, qualit poco frequente in un greco.
Dopo aver passato un giorno intero a digiuno, il maestro intraprese il viaggio. Aveva appena ricevuto dalla Persia un recipiente con haoma, una bevanda rituale che usavano i seguaci di Zoroastro, e la mischi a una pozione che aveva preparato lui stesso. Poi, davanti allo sguardo speranzoso di Aristotele, bevve d'un fiato, si distese a terra e chiese di chiudere le imposte.
Poco dopo, il maestro sembrava essersi addormentato. Aristotele accost una finestra e verific che la luce non lo svegliasse. Quando gli si avvicin, not che il suo petto non si muoveva. Passato un po' di tempo si spavent e gli avvicin al naso e alla bocca uno specchio argentato, ma il metallo non si appann.
Aristotele rimase l, sorvegliando la trance del maestro. L'unico ad entrare nella capanna era Speusippo, che portava acqua e cibo al giovane. I due pensavano che Platone fosse andato troppo oltre con l'esperimento e fosse morto, perch, oltre a non respirare, la temperatura del suo corpo era scesa. Ma passarono i giorni e il presunto cadavere non dava nessun segno di alterarsi. Aristotele, da sempre grande osservatore, si accorse che le unghie gli crescevano impercettibilmente e le guance si incavavano un po'. Ma il cambiamento pi spettacolare avvenne il dodicesimo giorno, quando i suoi capelli, che fino ad allora erano rimasti quasi del tutto scuri, si ingrigirono e diventarono bianchi davanti agli occhi del giovane discepolo.
Fu allora che, dopo aver proferito una specie di rantolo rauco, il
maestro apr gli occhi, nei quali c'era uno sguardo di stupore e ter-
rore che Aristotele non avrebbe mai dimenticato. Con voce impressionata, Platone esclam:
Ricordo! Ricordo!.
Aristotele pens che, dopo quel lungo letargo, Platone avrebbe voluto mangiare o almeno bere, ma l'unico desiderio del maestro era raccontare tutto quello che aveva visto prima che qualcuno o qualcosa glielo cancellasse dalla mente. All'inizio mischiava nella sua narrazione una specie di strana lingua che in realt non era tale, bens greco sconclusionato, come un mosaico formato da tessere sparse a caso. Poco a poco, i suoi occhi recuperarono un certo senno e iniziarono a mettere a fuoco quello che avevano davanti, mise le parole al loro posto e ordin le frasi, cos il suo discorso divent logico. Infine, quando ebbe finito di raccontare ad Aristotele una storia che aveva un certo senso, gli fece giurare su Orco che non l'avrebbe mai raccontata.
Tuttavia, trent'anni dopo la sua morte, il saggio era apparso in sogno al pi brillante dei suoi discepoli, quello che non aveva mai abbandonato il suo pensiero, per sussurrargli: Raccontalo, Aristotele. Liberatosi infine dal suo voto, il filosofo di Stagira narr a Nestore il vero mito di Er.
Platone aveva avuto altre volte la sensazione di allontanarsi dal suo corpo e contemplava visioni brumose di luoghi sconosciuti e remoti. In quell'occasione per la prima cosa che pens fu che avesse esagerato a mischiare l'haoma con il misto di belladonna, papavero e giusquiamo. Infatti si vide subito dall'esterno del proprio corpo, disteso a terra, e accanto a lui c'era Aristotele, in ginocchio. Rimase l, fluttuando dentro la capanna, ed ebbe tempo di vedere il discepolo alzarsi per socchiudere una finestra e perfino avvicinargli uno specchio alla bocca. E quando vide che il ragazzo scuoteva la testa con disapprovazione, cap che era morto.
Fu in quel momento che un vento immateriale lo trascin via. Poteva vedere s stesso come una forma cristallina, una medusa aerea che galleggiava sotto i raggi del sole, e dietro di lui c'era un filo di luce tenue e sottile appeso, un finissimo cordone ombelicale che lo univa al suo corpo. Allora sper di continuare a vivere, non perch avesse paura della morte, che nel suo Fedone aveva descritto come una liberazione, ma perch gli restava ancora un ingente lavoro da finire.
Sorvol l'Accademia e la citt di Atene. Era ormai notte e vedeva le stelle di colori nitidi, come se gli avessero tolto un velo dall'interno degli occhi; o piuttosto, cap, perch le stava contemplando con gli occhi dell'anima. Il vento lo trascin a crescente velocit, prima verso ponente e poi verso nord. In basso, la terra era nera come la pece e si confondeva con le acque. Inizi a sentire dei gemiti e sussurri intorno a s e vide che vicino a lui viaggiavano altri spiriti come il suo, sempre pi numerosi. Sopra a loro volava un'ombra pi grande, scura e potente, con lo sguardo di ghiaccio, che riportava sulla retta via con il suo bastone nero qualche spirito che cercava di abbandonare il sentiero. Platone pens che dovesse essere Hermes Psicopompo, che accompagnava le anime dei defunti.
Arrivarono a una vasta prateria circondata ovunque dall'oscurit, dove Psicopompo li abbandon. L c'era la tenebrosa bocca di una caverna che sembrava perforare il terreno, ma avvicinandosi di pi, Platone si rese conto che era sospesa in aria, come una porta che dava sul nulla. Sopra di essa fluttuava una grande luce, una porta superiore che conduceva alle altezze celestiali.
Davanti a entrambe le porte si ergevano i giudici dell'aldil, giganti con la testa d'animale, la voce come ululati rimbombanti e sguardi come spade di ghiaccio. Erano gli antichi di, terribili e incomprensibili per i mortali, i quali avevano voluto plasmarli come esseri antropomorfi per cercare di controllarli e in questo modo non sentire dinanzi a loro l'impressionante terrore che stava provando Platone in quel momento. Forse gli egizi, con le loro visioni spaventose del mondo oltre la morte, si erano avvicinati di pi nella loro rappresentazione, anche se davanti agli occhi dello spirito quei giudici risultavano infinitamente pi terrificanti delle fiere pi feroci.
I morti si misero in fila davanti ai giudici; Platone si mise nella sua. Solo allora si rese conto che gli spiriti erano di colori pi chiari o pi scuri e che le anime pi luminose avevano fili pi stretti e perfetti, mentre quelle scure erano come sgorbi, disegni sconclusionati, nodi con i fili all'aria o sentieri che non portavano da nessuna parte. Il giudice che spettava loro, una specie di toro celestiale con gli occhi come braci di ghiaccio e corna dalla forma concava al cui interno brillavano le stelle, separava le une dalle altre. Le anime pi perfette ascendevano verso la luce, mentre lanciava le altre nella porta delle tenebre con un muggito implacabile.
Platone si trov nudo davanti al dio-toro. Aveva dimenticato il sottilissimo filo d'oro attaccato al corpo, ma in quel momento il giudice lo afferr tra le sue grinfie, lo tir e lo avvicin ai suoi occhi inesorabili.
Hai provato a ingannare la morte, disse con una voce che fece crepitare l'aria che si accartocci come un fazzoletto bruciato. Quando arriver il tuo momento, verrai punito con un tormento eterno come Sisifo. Adesso scansati, poi andrai al Fiume dell'Oblio con le anime redivive.
Il dio-toro sciolse il filo dell'anima di Platone, che tra i suoi artigli era diventato prima d'argento e poi di piombo, e mentre il filosofo vedeva come quella gugliata recuperava il suo colore dorato cap che gli era mancato poco per rimanere staccato dal proprio corpo. Si allontan dalla fila e vide che oltre i giudici c'erano altre due aperture che fluttuavano in aria. Ma queste non erano un punto di partenza, bens un punto di arrivo. Dall'apertura celeste alla sua sinistra scendevano anime di cristallo trasformate in figure geometriche, reticoli brillanti di dimensioni abbaglianti, come tessuti rimasti impregnati di un'ineffabile luce delle visioni che avevano contemplato in mondi oltre l'immaginazione. Quelle anime, che dovevano aver passato mille anni nei cieli, cercavano di raccontare le loro esperienze, ma non esistevano parole in nessuna lingua umana, perci dovevano inventarle; anche se il loro mormorio d'argento era incomprensibile e strano per Platone, la bellezza delle loro voci gli faceva vibrare l'anima con un'armonia che per il resto della sua vita lo avrebbe fatto piangere al solo ricordo.
Ma dal pozzo oscuro spuntavano anime sporche, deformi. Sembravano corpi sventrati, con le viscere appese in posti impossibili. Erano spiriti che avevano sofferto in luoghi inospitali dove la luce era composta da aghi che perforavano gli occhi, i suoni erano schegge di metallo e sabbia fusa, l'aria era una massa pesante e nauseabonda di vapori gialli che bruciavano il respiro. Anche quelle anime cercavano di esprimere le torture infinite che avevano sofferto per mille anni e le loro voci erano un coro di grilli di ferro che con le loro zampe graffiavano un'immensa lavagna.
Platone voleva credere che le anime che scendevano dalla luce ineffabile fossero state ricompensate per le loro buone azioni in vita, per il loro eroismo nel difendere la loro polis o per la loro nobilt nel perseguire la saggezza. Volle pensare anche che i tormentati fossero i tiranni, i codardi, i profanatori e i corrotti. Tuttavia, anche se gli spiriti dei nuovi arrivati avevano cercato di parlare con lui per sette giorni, non avrebbero mai e poi mai trovato le parole per raccontare le loro esperienze, perci Platone non riusc a sapere chi erano quei personaggi.
Passarono quei sette giorni, i giudici fecero tremare la terra con i loro bastoni e dissero:
Andatevene da qui! Adesso il vostro destino non  pi nelle nostre mani, ma in quelle delle Moire inflessibili.
Cos, le anime ripartirono navigando in due correnti, quella degli spiriti di luce pura che tintinnavano come un ruscello d'acqua trasparente e quella delle anime tormentate che fluivano come un fiume di lava infangata che stride e si spacca nel suo procedere. Tra le due correnti c'era Platone.
Dopo quattro giorni di viaggio, arrivarono in un luogo da cui si vedeva un'immensa colonna di luce, pi pura e brillante di quella dell'arcobaleno, che si innalzava dalla terra fino a perdersi nel cielo. L i due fiumi di anime fluirono verso l'alto, uno su ogni lato del pilastro. Allora Platone cap che quella colonna era lo stesso asse del firmamento che perforava la Terra da parte a parte e si prolungava sopra e sotto attraversando le sfere di cristallo dei corpi celesti e che quell'asse manteneva al loro posto tutte le parti del Cosmo, come la stoppa mantiene ben unito il fasciame di una nave da guerra.
Una per una, Platone attravers insieme alle altre anime le otto sfere cristalline che compongono il Cosmo. Prima pass per la sfera lunare, che gli fece sentire un momentaneo vuoto, come se qualcuno gli avesse estratto l'essenza dell'anima e gliel'avesse ridata all'istante. Guard gi: ai suoi piedi c'era la Terra, cos lontana che si poteva vedere perfettamente il suo contorno; individu mari, terre e isole, ma non riusc a scorgere gli uomini o le citt e si rese conto di quanto fossero insignificanti le opere umane.
Arrivato alla regione dell'etere immortale, attravers la sfera in cui era incassato il Sole. Ma Elio si trovava sulla fascia dello zodiaco, a quasi un quadrante di circonferenza da loro, cos lontano che la sua luce non arrivava ad accecarli. Platone sent ancora quella strana sensazione: poteva oltrepassare le sfere perch erano come la membrana di una bolla nell'aria, o forse perch la materia delle anime era abbastanza sottile da poter attraversare quel cristallo
perfetto.
In seguito passarono le sfere dei corpi erranti: Hermes, Afrodite, Ares, Zeus e Crono; ognuna era circondata da altre sfere con assi eccentrici che provocavano i loro movimenti apparentemente casuali. Dopo essersi lasciati alle spalle Crono, solcarono un vuoto immenso, un'infinit di freddo e nulla, volando sempre pi velocemente fino ad arrivare finalmente alla grande volta: l'immensa sfera nera che girava maestosa trascinando nella sua rivoluzione tutte le stelle del firmamento.
Il suo viaggio stava per finire. Quando era vicino alla cupola siderea, l'asse del Cosmo si allungava fino a toccarla. In quel luogo, che non stava n dentro n fuori della grande sfera, si ferm il fluire delle anime, le quali tutte insieme, quelle di luce e quelle di fango, si mischiarono e girarono in un disordinato turbine intorno al centro. Platone rimase sospeso su quel vortice in cui si mescolavano la bellezza e la bruttezza, la virt pi eccelsa e la depravazione pi mostruosa, il coraggio del guerriero che moriva per la sua patria e la vigliaccheria abietta di chi gettava lo scudo e tradiva i propri compagni.
Ma gli occhi della sua mente non guardavano pi il torrente delle anime. Sul capitello della grande colonna del Cosmo, ai vertici di un triangolo equilatero, c'erano tre creature di luce e vapore, esseri dalle forme fluttuanti, nubi piene di appendici sinuose che si rivoltavano da dentro a fuori e da fuori a dentro.
Dalla bocca di una di quelle creature, simile a un verme, spuntava una treccia formata da milioni di piccole sfere colorate che si ritorceva nell'aria. La seconda creatura usava le sue migliaia di zampe per girare quella treccia, torcerla e disegnarci linee e forme geometriche. E all'improvviso la terza prendeva le sembianze di un granchio mostruoso che con la sua pinza gigante la tagliava. Platone cap di trovarsi davanti a Cloto, Lachesi e Atropo, le tre Moire, e che quel luogo era il Tempio del Destino.
Mentre le loro infinite mani intrecciavano, misuravano e tagliavano, gli occhi delle Moire, sfere bianche e inespressive, ripulivano con fasci di luce il fiume dei morti. Sotto la loro luce gelida, il vortice perdeva colore, tanto la lucentezza ineffabile delle anime fortunate quanto l'oscurit e il sudiciume dei tormentati. Platone cap che quella corrente formata da spiriti era il Lete, il Fiume dell'Oblio, e che era lo sguardo delle dee del destino a togliere alle anime la memoria della loro vita passata, delle loro ricompense e dei loro castighi.
Adesso tornate alla vita liberi dai ricordi, cantavano le Moire in inquietanti intervalli di quinta, perch nessuno deve rivelare ci che ha visto in dimensioni che non gli appartengono. Inizierete un nuovo percorso mortale in un corpo portatore di morte. Non saremo noi n nessun'altra divinit a scegliere il vostro futuro, ma sarete voi e il caso. La responsabilit  vostra.
Quando i terribili occhi delle Moire finirono di cancellare tutto, luci e ombre, il fiume divent una corrente formata da innumerevoli fili di cristallo trasparente. Solo allora smise di muoversi, per poi cominciare a fluire nel senso opposto e sprofond in un rapido vortice, come acqua inghiottita da un tombino. Ma lo spirito di Platone rimase l, a fluttuare per qualche altro istante in cima al Cosmo. Allora gli occhi di Atropo si posarono su di lui con la loro luce lancinante. Sotto il suo sguardo Platone sent un freddo che nessun corpo mortale poteva aver mai sperimentato e una nudit terribile, perch non aveva mani per coprirsi le vergogne. Gli occhi della Moira vedevano nel suo intimo e attraverso di essi lo vedeva anche Platone. D'improvviso tutte le grandezze e virt della sua anima gli apparvero piccole e miserabili, perch dietro a ognuna si nascondeva una motivazione meschina, egoista o semplicemente grottesca.
Hai visto ci che non dovevi, mortale. Vivi nel ricordo e nel timore. Quando si compir un lungo ciclo, tornerai davanti ai giudici e riceverai la giustizia che ti spetta.
Platone prov un istante di terrore indescrivibile e fu allora che, da quanto cap Aristotele mentre ascoltava il suo racconto, i suoi capelli diventarono bianchi. La sua anima grid, con un urlo che lasci echi nella volta del cielo. In quel momento il filo d'oro che ancora univa il suo corpo al suo spirito lo tir e lui precipit di nuovo sulla Terra senza smettere di gridare; un secondo dopo era sveglio nella capanna dei giardini dell'Accademia.
Dopo quel giorno non volle pi parlarmi del suo viaggio spirituale e non os pi andare in trance. Ciononostante, fin La Repubblica riflettendoci la sua esperienza, anche se nell'opera il viaggio non  lui a farlo, ma un guerriero panfilico chiamato Er, e sostituisce il terrore che aveva provato con un messaggio di speranza. Ma poi, per paura o per l'evoluzione naturale del suo pensiero, abbandon il misticismo, la sua filosofia divent pi fredda e analitica e il suo carattere pi schivo e pessimista. Infine, quasi vent'anni dopo, quando si comp il ciclo metonico predetto dalla Moira, il mio maestro mor. E questo  tutto.
Nestore pos il calamo. Avendo scritto il pi velocemente possibile, gli faceva male il polso. Lasci il papiro su un ripiano e si strofin le mani sulle gambe per asciugarsi il sudore.
Devi portare quello che hai scritto ad Alessandro. Lui sapr cosa fare.
Non capisco, confess Nestore. Perch?
Il mio maestro, nel sogno, mi ha parlato con parole simili a quelle che ha usato alla fine della Repubblica, ma leggermente diverse. Nel libro erano: In questo modo, Glaucone, si salv e non si perse il mito di Er. E ci salver a tutti se obbediremo ai suoi insegnamenti, affinch potremo attraversare al meglio il Fiume dell'Oblio e la nostra anima non venga contaminata. Ma nel sogno mi ha avvertito: Raccontalo e salva tutti, senza menzionare l'anima. Questo mi fa pensare che non si riferisca a una salvezza spirituale.
E a quale altrimenti?.
Aristotele respirava con sempre pi difficolt. Aveva parlato per quasi due ore di seguito. In quel momentaneo silenzio, Nestore sent di nuovo la musica della festa, o forse, assorto nel racconto, aveva smesso di percepirla. Qualcuno buss alla porta della casa, con colpi secchi e impazienti. Forse qualche invitato ubriaco che arrivava all'ultimo momento, come l'Alcibiade del Simposio?
I miei occhi ci vedono appena e da quando  iniziata l'estate non sono mai uscito da questa stanza. Ma fino a quel giorno ho seguito attentamente i movimenti di Icaro. La cometa ci mette sempre meno a girare intorno alla Terra. Sai cosa significa?.
Nestore non ci aveva mai pensato. Allora cap che forse aveva preferito non pensarci, perch, prima che Aristotele parlasse, seppe quali sarebbero state le sue parole.
La sua orbita non  circolare come quella degli altri astri, disse l'anziano. Icaro sta girano a spirale. E tutte le spirali finiscono per chiudersi in un centro.
Quindi la cometa si schianter sulla Terra....
Gli di hanno deciso di distruggere di nuovo l'umanit, come hanno fatto varie volte in passato. Io non lo vedr, Nestore. Un attacco di tosse lo interruppe. Quando riprese fiato, disse: Ma se il sogno che ho fatto proviene dalla porta di corno ed  vero, l'unica salvezza possibile per tutti voi si trova nel mito di Er.
E perch devo dare questo ad Alessandro?.
Aristotele chiuse gli occhi e sospir. Dopo un po' rispose con grande sforzo:
Una volta volle a tutti i costi consultare l'oracolo di Delfi fuori dalla data consentita. La Pizia si mise a ridere e gli disse: Alessandro, sei incontenibile. Solamente una persona cos presuntuosa che si crede un dio pu avere l'audacia di scalare il cielo per sfidare il destino.
Nestore chin il capo. Purtroppo sospettava che Alessandro, quel dio tra gli uomini, non sarebbe vissuto a lungo.
Nestore diede ad Aristotele una buona dose di succo di papavero e lo lasci dormire. Malgrado la droga, il respiro dell'anziano era affannoso. Il suo petto scarno saliva un po' e rimaneva fermo, come se non volesse separarsi da quell'aria cos preziosa che forse non sarebbe stato capace di far entrare di nuovo nel proprio corpo;
poi la buttava fuori con un sibilo e ricominciava. Nestore si domand se il saggio di Stagira avrebbe visto un'altra alba e usc dalla
stanza.
La musica era finita e le voci che si sentivano erano stridule, forse tra i presenti era sorta una qualche discussione sgradevole e il vino aveva finito per riscaldare i loro animi. Ma quando Nestore arriv al cortile, vide che molti degli invitati se ne erano gi andati e altri si affrettavano a prendere le stole e i manti estivi per andarsene. Avevano sparecchiato i tavoli e accanto alla piscina, Gaio Giulio gridava a un uomo con i capelli grigi, alto quanto lui e molto pi corpulento, che indossava una toga porpora. Il tribu-
no puntava il dito contro il suo interlocutore e per un attimo sembr sul punto di aggredirlo, ma Scipione e un altro invitato lo trat-
tennero.
Solo allora Nestore si accorse che il peristilio era pieno di littori. Quando prov ad avvicinarsi a Gaio Giulio per capire cosa stesse succedendo, due di loro lo seguirono e lo afferrarono per le braccia. Cerc di liberarsi dalla presa, ma un terzo si avvicin e alz i suoi fasci in modo intimidatorio; tra i bastoni di betulla spuntava la testa nera di una scure affilata, allora Nestore cap che l'omone con cui Gaio Giulio stava discutendo era il dittatore di Roma.
Avevano catturato anche Clea, la quale doveva essersi divincolata di pi rispetto a Nestore, perch le era caduto il suo sottile velo giallo e le si era sciolta la crocchia su una spalla. Uno dei littori, un tipo alto quasi quanto il dittatore e che non aveva meno di sessant'anni, diede un colpo a terra con i suoi fasci per esigere silenzio. Un altro uomo con la toga e la testa coperta si fece avanti e declam con voce solenne:
Io, Publio Sempronio Tuditano, in nome dei decemviri delle questioni sacre, dichiaro che abbiamo aperto i sotterranei del tempio di Giove Ottimo Massimo e la cassa di pietra che contiene i Libri Sibillini. Seguendo il procedimento delle sortes, abbiamo aperto a caso i libri e la risposta degli di  la seguente: Roma si purificher solo quando saranno stati seppelliti vivi in un campo irrigato col sangue due stranieri appena arrivati che sono un disonore per la citt, una donna greca e un uomo celta.
E li avete aperti a caso?, disse Gaio Giulio. Che tempestiva casualit!. Poi aggiunse rivolto ai littori che tenevano Nestore immobilizzato: Quell'uomo non  celta. Lasciatelo!.
Non bestemmiare, tribuno, se non vuoi che la tua testa rotoli seduta stante, rispose il dittatore. Dalla voce, Nestore cap che era ubriaco, il che migliorava proprio la situazione. Se quell'uomo non  celta, allora io sono persiano. Portate i prigionieri al Tulliano! La sentenza verr eseguita domani stesso.
Clea rivolse a Nestore uno sguardo disperato. Lui cerc qualche parola di conforto da dirle ma non gliene venne in mente nessuna. Troppe emozioni in una sola sera. Aristotele gli aveva affidato la responsabilit di salvare l'umanit, ma in quel momento lui non era in grado di salvare s stesso.
Quando portarono via Agatoclea e Nestore, Perdicca sospir, stranamente sollevato. Nemmeno lui sapeva perch, ma non voleva che il dottore tornasse a Poseidonia. E in fin dei conti, non era Cratero a stare al comando dell'ambasciata? Che ricadesse su di lui il fallimento.
Cratero si avvicin al dittatore con le mani alzate, perch fosse chiaro che non avrebbe cercato di aggredirlo. Papirio fece un cenno ai littori, che si allontanarono.
Che cosa vuoi dirmi?, domand; l'interprete che lo accompagnava tradusse le sue parole. Non chiedermi di ridarti i prigionieri. Nemmeno i diritti delle persone hanno la priorit sui libri sacri.
Credo che la vostra citt abbia il seme della grandezza, rispose Cratero. La maggior parte dei romani mi  sembrata gente nobile e d'onore.  un peccato, perch se seppellite vivi la moglie di Alessandro e quell'uomo, che non  celta, vi profetizzo qualcosa per cui non c' bisogno di consultare i Libri Sibillini o l'oracolo di Delfi. Roma avr un destino peggiore di quello di Tiro e Tebe. Quando demoliremo le vostre mura e distruggeremo i vostri templi, cospargeremo le vostre terre di sale, bruceremo tutti i libri e cancelleremo tutte le iscrizioni in cui si parla della vostra citt. Te lo giuro io, Cratero, generale di Alessandro!.
Due dei guardaspalle del dittatore alzarono le asce e Perdicca temette che Cratero fosse andato troppo oltre con le sue minacce. Ma Papirio ordin ai suoi uomini di allontanarsi. Poi si avvicin a Cratero prendendosi i lembi della toga per non inciampare e gli rispose:
Quando le nostre legioni schiacceranno le vostre falangi, macedone, porteremo la guerra nel vostro paese e saremo noi a distruggerlo! Ma tu, barbaro insolente, tu non vivrai per vedere quel giorno! Mi occuper io di infilzarti con la mia lancia e trascinare il tuo cadavere fino al Foro Boario per sventrarlo e appenderlo insieme alle altre carcasse d'animale.
Cratero scoppi a ridere quando sent la traduzione di quella bravata. Il dittatore divent ancora pi paonazzo e, tremando dalla rabbia, gli ficc un dito nel petto. Il generale di Alessandro non batt ciglio, anche se Papirio gli stava alitando in piena faccia.
Adesso andatevene via da qui! Tornate dal vostro padrone e riferitegli cosa siamo in grado di fare noi romani. Vi do un giorno di vantaggio. Poi vi dar la caccia come si fa con le bestie. Fuori!.
I macedoni, il dittatore e il suo seguito se ne erano ormai andati, come tutti gli altri invitati. Anche Scipione, in quanto pretore, usc per controllare che i littori portassero Nestore e Agatoclea fino al Tulliano senza maltrattarli o perderseli misteriosamente in qualche vicolo.
Gaio Giulio si lasci cadere su una panca del peristilio. Le gambe gli tremavano talmente tanto dalla rabbia e dalla frustrazione che a malapena riuscivano a sostenerlo. La sorella si sedette accanto a lui e gli prese le mani.
Quel miserabile..., borbott Gaio. Pur di averla vinta, non ha alcun riguardo a manipolare a suo piacimento le cose pi sacre.
La pagher, Gaio. Quando uno forza la volont degli di, loro si vendicano.
Certo che la pagher! Io stesso me ne assicurer.
Una persona che era rimasta nell'ombra per tutto il tempo della discussione si avvicin a loro. Era Eshmunazar.
Per favore, Giulia, lasciaci soli.
La sorella se ne and dal cortile con uno sguardo indecifrabile. L'ambasciatore di Cartagine fece per sedersi accanto a Gaio, ma questi si alz in piedi.
Che cosa vuoi tu adesso?
C' bisogno di essere cos brusco, nobile tribuno?
Non sono in vena di mercanteggiare, Eshmunazar.
Lo sei mai stato? Voi romani siete pessimi mercanti, Gaio Giulio, e non siete portati per l'arte di speculare e negoziare. Mi hai dato le tue informazioni in questi giorni con avarizia, come lo sgocciolio di una clessidra. Ti sei tenuto il tuo prigioniero aspettando il momento giusto per trarne pi profitto. Adesso hai perso tutto, i tuoi quindici talenti d'oro e questo. Gli mostr un papiro chiuso con la ceralacca senza sigillo.
Che cos'?
 l'ultimo rapporto di Sinone. Avresti potuto guadagnare prestigio presentandolo tu al dittatore. Adesso lo far qualcun altro, forse proprio io. Il cartaginese ripose di nuovo la lettera e, prima di andarsene, disse: Addio, Gaio Giulio. Mi aspettavo di pi da te.
Anche io mi aspettavo di pi da me, si disse, torcendosi le dita da solo nel cortile. Quando avrebbero seppellito Nestore e Agatoclea, con loro avrebbero seppellito anche i resti del suo onore. Non aveva saputo proteggere i suoi ostaggi e tutti i senatori si sarebbero presi gioco del suo generoso gesto quando gli ambasciatori se ne fossero andati da Roma con i quindici talenti d'oro. Il tutto se Papirio non avesse deciso di rubarlo agli inviati macedoni e confiscarlo per l'erario o per s.
Qualcosa gli fece alzare gli occhi al cielo. Il fulgore della cometa si scorgeva sopra il peristilio, ma la sua chioma non era ancora spuntata. Allora apparve un'ombra umana sul tetto, che si mosse con l'agilit di un gatto, salt nel cortile e spar dietro degli arbusti. Gaio Giulio si alz in piedi e cerc sotto i vestiti il pugnale che teneva sempre nascosto. Lo aveva appena preso quando sent una voce alle sue spalle.
Non ti muovere. Saresti morto prima di girarti.
A Gaio si rizzarono i peli del collo. La paura fisica non era una sensazione familiare per lui, ma in quel momento la sent nelle viscere e dovette tendere i muscoli dell'addome.
Conosco la tua voce, disse.
 lusinghiero. Non ci scambiamo tante parole.
Che cosa vuoi? Perch hai lasciato il tuo posto?
 da tanto che non rendo conto a nessuno di quello che faccio. Ho bisogno delle indicazioni per orientarmi tra le strade di Roma.

Virt della linea retta.

Neo era ancora in castigo nella sua stanza, morto di noia e, di tanto in tanto, di malinconia. Non lo lasciavano giocare nemmeno con i suoi soldatini di legno: la madre gli permetteva solo di tenere i rotoli di papiro con i versi dell'Iliade. A Neo non piaceva fare lo sforzo di leggerli, tutt'al pi preferiva ascoltarli, ma non troppo a lungo, perch si stancava di sentire di guerrieri che infilzavano le budella di altri con le loro lance di bronzo o spargevano i loro cervelli per terra. A lui piacevano le avventure di Ulisse, soprattutto la parte in cui scendeva negli inferi e riusciva a tornare vivo da l. Ma il suo maestro si rifiutava di lasciargli una copia dell'Odissea finch non avesse memorizzato tutto quello che doveva imparare sull'Iliade.
Perlomeno poteva sdraiarsi a pancia in su per dormire, anche se le ferite alle natiche gli facevano ancora male quando si sedeva. Cadmia la lasciavano salire a giocare con lui per un po'; quello era il momento in cui la sorella lo metteva al corrente delle notizie della casa e di quello che si diceva nell'accampamento: sulle prime era abbastanza informata, ma per quanto riguardava le seconde, la sua particolare visione, quella di una bambina, non convinceva molto Neo.
Mamma dice che puoi andare a trovarla, gli disse la mattina del nono giorno. Quando Neo esult, la bambina spense il suo entusiasmo: Puoi andare solo nella sua stanza. Poi devi tornare di nuovo qui.
Nella sua stanza? Perch?
Ancora non pu alzarsi dal letto.
Neo si allacci i sandali, perch a Cleopatra non piaceva che andassero scalzi per casa. Poi segu la sorella gi per le scale, preoccupato per la madre. Era convinto che sarebbero successe altre disgrazie nella sua famiglia. Quello che era accaduto ad Argo non bastava perch si compisse quell'incubo che non riusciva a ricordare. Quando lo aveva avuto, si era svegliato con la sensazione che sarebbe morta una persona, non un animale. L per l aveva pensato a Perdicca, che era un soldato e partiva per una missione pericolosa, ma lo preoccupava di pi che la madre stesse a letto da tanti giorni senza alzarsi.
Non le succeder niente, gli disse la sorella mentre scendevano le scale.
S, poteva pensarlo lei, perch aveva solo otto anni e vedeva la morte lontana come la remota Iperborea. Quell'incosciente di Cadmia non si rendeva conto che Tanato era appostato dietro qualsiasi angolo, persino sotto la scala di marmo che stavano scendendo in quel momento. Che cosa sarebbe successo se uno dei due fosse ruzzolato gi e avesse sbattuto la testa al bordo di un gradino? Cadmia non pensava mai a quel genere di cose.
Neo invece era sempre stato ossessionato dalla morte, da quando era molto piccolo e arriv a casa la notizia che il padre era deceduto in Italia. Non si ricordava di lui. Sapeva, da quello che gli avevano raccontato, che era stato in Epiro quando lui aveva pochi mesi, in uno dei viaggi invernali che faceva dall'Italia quando il mal tempo interrompeva le campagne militari per qualche mese. E, siccome Neo ormai sapeva bene da dove venivano i bambini, sospettava che Cadmia fosse stata concepita in quel lasso di tempo.
Tuttavia, la visione che conservava nella sua testa era quella di qualcosa accaduto qualche mese dopo, il primo ricordo del quale aveva consapevolezza. Lui era sdraiato nella sua culla. La madre, vestita con una tunica verde e i capelli raccolti con un nastro dello stesso colore, si chinava su di lui e gli faceva il solletico sulla pancia. In quel momento una donna le consegnava un papiro con ceralacca rossa e lei lo srotolava. Dopo poco che lo leggeva, si portava la mano al cuore e iniziava a piangere. Poi prendeva Neo dalla culla e se lo stringeva al petto.
La madre diceva che era impossibile che ricordasse una cosa del genere, perch Neo era troppo piccolo, aveva poco meno di un anno, e lo sapevano tutti che fino almeno ai tre anni i bambini non ricordano niente. Ma Neo insisteva. Quando disse alla madre della tunica e del nastro verdi e aggiunse che indossava un ciondolo a forma di scarabeo, lei gli disse di smetterla di inventare storie e che di sicuro quei dettagli glieli aveva raccontati una schiava.
Negli ultimi tempi Neo aveva dei dubbi. E se era vero che glielo avevano raccontato e lui, a forza di ripetersi tante volte in mente quelle immagini, era arrivato a credere che fossero davvero ricordi suoi? Ma il fatto era che la sua prima memoria, reale o inventata, fosse legata alla morte e che da allora non aveva smesso di tormentarsi con quel pensiero.
Aveva cinque anni quando la madre, che raccontava ai figli molte storie mitologiche, raccont loro quella di Asclepio. Questo medico, figlio del dio Apollo, si trovava a casa di Glauco, un paziente appena morto dopo una lunga malattia. Mentre era assorto a pensare che cosa avrebbe potuto fare per curare il male di Glauco, un serpente gli si avvicin e si avvolse intorno al suo bastone. Spaventato, Asclepio gir il bastone e cominci a sbatterlo a terra finch non riusc a uccidere il rettile schiacciandogli la testa. Per sua sorpresa, apparve per terra un altro serpente che teneva in bocca un'erba: la diede al primo e lo resuscit. Asclepio gli tolse l'erba e la diede a Glauco, che miracolosamente rinacque a sua volta. A partire da quel momento, in cambio di oro, il figlio di Apollo inizi a resuscitare altri morti, tra cui Tindareo, Capaneo e Licurgo. Ma quando Artemide gli offr una ricompensa perch ridesse la vita al suo fedele Ippolito, Zeus decise che quella faccenda era andata oltre. Che differenza c'era tra di e uomini se questi ultimi riuscivano a sfuggire alla morte? Quindi lo fulmin con una saetta. Quando Apollo protest per la morte del figlio, Zeus trasform Asclepio in un dio; ma, dal momento in cui il dottore condivise l'immortalit con gli altri di olimpici, decise che era un privilegio troppo prezioso per regalarlo agli umani, perci non resuscit mai pi nessuno.
Dopo aver sentito quella storia, Neo scoppi a piangere e cadde in una profonda depressione dalla quale non era mai riuscito a uscire. Perch, si domandava, non era nato prima, quando Asclepio ancora resuscitava i defunti? Perch aveva avuto la sfortuna di nascere dopo, in quell'epoca cos oscura in cui nessuno aveva la possibilit di sopravvivere alla morte? Si tormentava a quel pensiero, soprattutto durante la notte, da solo nel letto. Quando si rendeva conto che tutto aveva una fine e che o diventava un'ombra grigia nelle caverne di Ade o, peggio ancora, semplicemente non c'era niente, solo un'oscurit che non avrebbe nemmeno percepito perch anche lui sarebbe stato niente, gli venivano le palpitazioni e i sudori
freddi.
Entr nella stanza della madre, dietro a Cadmia. Cleopatra stava a letto, seduta e con la schiena poggiata a grossi cuscini. Aveva i capelli neri sciolti sulle spalle ed era talmente pallida che non c'era bisogno del trucco. Neo non pens a quello, ma solo al fatto che la vedeva bella come sempre. Un piccolo daimon dentro di s gli disse che avrebbe dovuto odiarla per averlo trattato male, ma non ne era capace, quindi si avvicin al letto per abbracciarla.
Qualcuno gli si par davanti sorridente. Era Ego. Aveva ancora il labbro e il naso gonfi, anche se, da quello che gli aveva raccontato Cadmia, per fortuna per te non gli hai rotto il naso. Tra i peli del sopracciglio sinistro sbucavano dei punti neri. Il figlio di Alessandro sorrise e gli tese la mano.
Ti perdono, cugino, disse con la voce acuta che usava quando voleva fingere di essere quello che avrebbe dovuto essere, un moccioso di sei anni.
Con Ego in mezzo, Neo non poteva avvicinarsi troppo al letto per dare un bacio alla madre e lei non fece nemmeno il gesto di chiederglielo. Accarezz invece i capelli di Ego e disse:
Mi dispiace, Neo, ma anche se tuo cugino  stato tanto generoso da perdonarti, rimarrai in castigo finch non sar guarito del tutto sul viso.
Sei troppo severa con lui, disse Rossane da un lato dell'alcova. Stava di spalle vicino a un tavolo, perci Neo non poteva vedere cosa stesse facendo. La battriana si volt verso il letto. Era talmente bella che Neo, che non la vedeva da giorni, si rese conto di essere innamorato di lei.
E lo difendeva anche! Come faceva una donna cos meravigliosa ad avere un figlio come Ego?
Un giorno governer. Deve sapere che le sue azioni hanno delle conseguenze, rispose Cleopatra.
Neo deglut. Era troppo piccolo per sopportare l'ingiustizia con stoicismo e pazienza, quindi gli si era creato un nodo in gola.
Rossane si avvicin al letto e diede a Cleopatra una ciotola fumante che lei stessa aveva mescolato con una bacchetta d'avorio.
Non so se Nestore ti sarebbe servito a qualcosa, disse, ma comunque il dottore che ti visita  un incapace che farebbe meglio a occuparsi di cammelli. Anche io ho perso sangue al terzo mese di gravidanza. Dovevo stare a riposo e non muovermi dal letto.
Avevi anche la febbre?, domand Cleopatra.
Rossane rimase a pensare per qualche istante, come se cercasse di ricordare.
S. Be', in realt non so se era febbre o caldo. Non puoi immaginare che cos' il caldo di Babilonia! Ma presi questo infuso ed and tutto alla perfezione. Guarda che bambino bellissimo che ho, aggiunse, facendo un sorriso smagliante a Ego. Maledizione, pens Neo, come faceva a non vedere che il figlio era un mostro?
Cleopatra bevve un sorso e arricci il naso.
Cos'?
La maggior parte degli ingredienti non hanno un nome in greco, rispose Rossane sedendosi sul letto e approfittandone per sprimacciare un po' i cuscini. Sono erbe dell'India. Ho imparato molti segreti quando ero l. Avresti dovuto conoscere Calano, il gimnosofista. Che sagoma!.
Non fu lui che fece una pira, le diede fuoco e ci si mise dentro?, domand Neo.
Neo, non parlare se non vieni interpellato, lo rimprover Cleopatra con voce stanca.
Lascialo, Cleopatra.  bello che sia un bambino curioso. Rossane lo guard e sembr parlare solo per lui che, senza saperlo, cadde nella trappola di quegli occhi che avevano catturato tanti uomini. S,  vero. Calano era un saggio che stava con noi dalla Tessaglia. In realt si chiamava Asvaghosa, ma lo chiamavamo cos perch quando ancora non parlava greco salutava Alessandro dicendo kalyana. Non ho mai conosciuto nessuno che sapesse tanto di piante ed erbe medicinali, aggiunse rivolgendosi a Cleopatra e Neo, che, dopo aver trattenuto il respiro mentre la guardava, butt fuori l'aria. Se Calano fosse stato vivo quando eravamo a Babilonia, di sicuro avrebbe curato lui Alessandro ancora pi velocemente di Nestore quando quello spietato di Cassandro prov ad avvelenarlo. Puoi fidarti della sua saggezza, Cleopatra, perci bevi.
Dopo aver vuotato la ciotola, Cleopatra salut Neo e gli disse di tornare nella sua stanza. Prima di lasciare l'alcova, Neo si volt indietro. La madre non lo stava guardando pi, ma Rossane s. Era molto seria e aveva gli occhi socchiusi come se stesse rimuginando su qualcosa. Ma li riapr subito e gli regal un altro dei suoi sorrisi smaglianti. Neo sal le scale pensando che, se gli di fossero stati giusti, avrebbero potuto scambiare i figli, per dare Ego a Cleopatra, visto che sembrava apprezzarlo tanto, e lasciare lui con Rossane.
Dopo quella prima notte, Demetrio e Gorgo tornarono a letto insieme altre volte. Prima di farlo, dovevano stabilire i loro appuntamenti sussurrando per non far sospettare Euctemone. Durante il loro terzo incontro, mentre bisbigliavano sul letto dopo aver fatto l'amore, Demetrio aveva detto a Gorgo che probabilmente il fratello si era innamorato di lei. O comunque qualcosa del genere.
Che cos'ho fatto per meritarmi questo castigo?, disse Gorgo.
Lui rise a bassa voce, ma dentro di s si sent un po' vile. Aveva sempre difeso Euctemone, quindi lasciare che lei si prendesse gioco di lui era una specie di tradimento. Ma si fece prendere e, nell'oscurit della tenda, le confess che era stanco di lottare con le stranezze e le manie del fratello, anche perch la maggior parte delle volte non ci guadagnava niente. Poi si ricord che dall'altra parte del paravento di vimini c'era l'ufficiale paralitico e abbass la voce.
Lui si rende conto che...?.
Gorgo gli tapp la bocca.
Shhh. Lui vuole che io stia bene e basta. L'unica cosa che devi fare tu  fare in modo che io mi senta bene.
Gli Agriopaides, come le altre unit dell'esercito, continuavano con i duelli di spada, ai quali Demetrio prendeva parte senza troppo entusiasmo; scommettevano sui propri tornei giocandosi la paga e finivano per indebitarsi. Anche Gorgo partecipava e i due s'incrociavano qualche volta. La donna era veloce e abile e colpiva con decisione. Quanto alla sua forza, Demetrio aveva gi sperimentato sulla propria pelle quanto fossero nerborute le sue braccia e le sue gambe; indubbiamente, come guerriera, Gorgo non era n la migliore n la pi forte del battaglione, ma batteva molti uomini e non le mancavano certo le virt militari per schierarsi in prima fila nelle battaglie.
Euctemone era ancora immerso nella sua solita scherma geome-
trica. Gli altri si erano stancati di guardarlo e al massimo si portavano il dito alla tempia con un gesto eloquente, ma Demetrio aveva notato che i movimenti del fratello erano sempre pi veloci, diretti e contundenti.
Finalmente, un giorno, Euctemone si avvicin alla palestra improvvisata dove si battevano gli altri. Indicando Cerdida con la punta della spada, gli disse:
Combatti con me.
Il tarantino si volt con un sorriso arrogante. Demetrio, che in quel momento si stava battendo con Filo, si ferm per guardare. Cerdida non era il migliore degli Agriopaides, ma nei tornei che organizzavano ogni giorno rientrava quasi sempre tra i primi otto. Capiva che il fratello volesse vendicarsi dell'umiliazione del primo duello, ma, se voleva provare la sua teoria geometrica della scherma, per iniziare avrebbe dovuto scegliere un avversario pi facile.
A cinque tocchi, disse Cerdida imbracciando lo scudo.
Tutti gli altri duelli si interruppero e i soldati, prevedendo che ci sarebbe stato da divertirsi, formarono un cerchio intorno all'arena. Cerdida port lo scudo davanti alla gamba sinistra e sollev la spada sulla testa. Euctemone, invece, adott una guardia pi bassa. Per curiosit, Demetrio si spost intorno al cerchio per mettersi dietro a Cerdida, perch voleva sapere quale visione avrebbe avuto lui di suo fratello. Scopr che la postura di Euctemone aveva la sua logica, in quanto la spada rimaneva praticamente nascosta dietro lo scudo.
Iniziate!, disse Gorgo che si era autonominata arbitro del combattimento.
Cerdida sembrava avere fretta, perch avanz con la gamba destra e sferr direttamente un tremendo colpo di taglio contro la testa di Euctemone, che alz lo scudo per proteggersi, allo stesso tempo pieg il ginocchio sinistro, si chin sotto il proprio scudo e, approfittando del fatto che Cerdida si fosse avvicinato, lo colp con tutte le sue forze nella parte interna del ginocchio destro. Il tarantino lanci un urlo e indietreggi saltando sulla gamba sana e insultandolo.
Quello stronzo mi ha dato un colpo basso!. Arrabbiato, butt lo scudo per terra e si gir verso Gorgo. Prendere alle gambe  da vigliacchi!.
Se aveste lottato con spade vere, adesso staresti per terra e lui ti avrebbe finito, gli disse Gorgo, con le mani sui fianchi. Credi che se fai vedere ai romani quei tuoi bei polpacci non approfitterebbero per infilzarteli con la spada? Forza, torna a combattere! Stai
perdendo uno a zero.
Cerdida fu pi prudente dopo quel colpo e mantenne la distanza. La prima volta che lui ed Euctemone avevano combattuto, il tarantino gli aveva girato attorno, ma questa volta non poteva farlo. Gli araldi, che passavano per l'accampamento ogni due giorni per annunciare i cambiamenti delle regole, avevano detto che i rivali dovevano lottare senza uscire da un corridoio di tre cubiti di larghezza e che sarebbe stato squalificato chi avesse calpestato le linee laterali pi di tre volte. Il gioco dei piedi si era ormai ridotto ad avanzare e retrocedere.
Erano tutti sorpresi, Demetrio per primo. Ora che aveva un rivale davanti a s, gli ossessivi movimenti che aveva provato Euctemone avevano senso. I colpi che dava Cerdida li parava con il bordo dello scudo oppure indietreggiava per schivarli, ma evitava di bloccarli con la spada. Quando sferrava un attacco, lo faceva con un affondo e senza temere le conseguenze. Guardando il fratello, Demetrio cap meglio qual era il punto debole di Cerdida: dirigendo una stoccata verso il rivale, era come se qualcosa gli frenasse il braccio e rubasse al movimento mezzo palmo di distanza, un misto di riluttanza a colpire e ferire davvero e paura di avvicinarsi all'arma nemica. Ma Euctemone non aveva questi dubbi: la cosa pi probabile era che nel suo strano cervello vedesse una linea retta tra la punta della sua spada e il bersaglio scelto sul corpo di Cerdida e si limitava a tracciarla nel modo pi pratico e sicuro possibile. Inoltre poteva contare sul vantaggio di avere una spada pi lunga e delle braccia sproporzionate per il suo corpo.
Quando Cerdida stava perdendo tre a zero, si era gi scoraggiato e si teneva sulla difensiva. Euctemone fece per dargli un altro tocco di taglio al ginocchio e appena l'avversario abbass lo scudo per bloccarlo, cambi la traiettoria del colpo e lo trasform in una stoccata che prese Cerdida al pomo d'Adamo.
Il tarantino indietreggi, butt di nuovo lo scudo a terra e si prese il collo con la mano sinistra.
Mi voleva ammazzare!, si lament con voce gorgogliante.
Torna alla lotta, soldato, gli ordin Gorgo. Manca un altro punto.
Mi arrendo. Non voglio saperne pi niente di lui!.
Come ti arrendi?  quello che dirai al tuo nemico in battaglia? Butti lo scudo cos e abbandoni la formazione?.
Cerdida toss e sput. Infine, con un filo di voce, disse:
Questo  uno sport. Non ha niente a che vedere con la guerra.
Nell'esercito di Alessandro tutto ha a che vedere con la guerra! Che cosa credi, che si  inventato questo torneo perch si annoiava e gli avanzava un'armatura d'oro? Torna alla lotta, soldato!.
Cerdida guard Gorgo con rabbia. Demetrio pot quasi leggergli nel pensiero. Un demente e una donna lo stavano umiliando davanti a tutti i suoi compagni. Ma il ricordo del calcio tra le gambe dovette pesare pi della sua superbia e si pieg a raccogliere lo scudo. Questa volta si lasci prendere dall'ira e scaric una pioggia di colpi su Euctemone, il quale si limit a maneggiare lo scudo con un'economia di movimenti che, considerando che era lui, risultava quasi elegante. Tra i soldati iniziarono ad alzarsi i primi urli d'incoraggiamento per Euctemone; dopo aver provato diversi nomignoli, tutti allusivi allo strano modo di funzionare della sua mente, i compagni avevano optato per il pi semplice, quindi dicevano:
Forza, Matto! Fagli saltare i denti a quel fighetto!.
Euctemone per scelse la mano invece dei denti; quindi, approfittando di un momento in cui Cerdida preparava il braccio per dargli un altro colpo di taglio, lo prese sulle dita con il filo di legno. Quando il tarantino butt lo scudo e usc dal cerchio facendosi strada a spintoni e imprecando dal dolore, gli Agriopaides premiarono Euctemone con una sonora ovazione. Non era che Cerdida risultasse antipatico ai compagni, perch le sue barzellette sporche avevano guadagnato una certa reputazione tra i macedoni, ma le simpatie della soldatesca erano capricciose come i venti di Eolo.
Quel giorno Euctemone vinse altri quattro combattimenti. In due di questi, i rivali riuscirono a toccarlo con le loro spade, ma contando che erano uomini con molta pi agilit e coordinazione di lui, le sue vittorie erano ancora pi lodevoli.
Lo stesso Leonnato si era avvicinato a guardare i duelli mentre rosicchiava la zampa di un capretto bruciacchiata. Gorgo, che aveva lasciato arbitrare i duelli a Filo per osservare meglio la sua tecnica, si avvicin a Demetrio.
Il suo metodo  buono. Mi piace.
A Demetrio non faceva pi strano parlare con quella donna come se fosse un barbuto veterano delle campagne in Asia.
Credi che serva davvero per la guerra?  una lotta individuale, non uno scontro di opliti.
Durante l'efebia, gli istruttori militari avevano provato a inculcare nei giovani ateniesi l'idea che non erano eroi omerici e quindi non dovevano cercare la gloria personale nel combattimento. La vera virt guerriera di un cittadino consisteva nell'imbracciare bene lo scudo, assicurare i piedi a terra e lottare gomito a gomito insieme ai compagni, brandendo la lancia sopra la spalla. Doveva sempre proteggere il compagno di sinistra con lo scudo, sperare che quello di destra facesse lo stesso e mantenere le file compatte. La pratica della scherma non era molto apprezzata, perch si supponeva che un uomo esperto nello scontro individuale sarebbe stato pi incline ad abbandonare la formazione e lasciare indifesi i compagni.
Sai perch le regole del torneo obbligano a combattere in un corridoio cos stretto?, gli chiese Gorgo. In battaglia avremo un compagno attaccato a ogni lato. Per questo Alessandro vuole che proviamo la scherma a queste condizioni.
Per quale motivo abbiamo le lance?
Quando le lance si rompono, bisogna usare le spade. Il metodo di tuo fratello  semplice, molto semplice. E in guerra le cose complicate non funzionano mai. Voglio che lo insegni ai nostri uomini.
Demetrio scoppi a ridere.
Insegnarlo? Preferirebbe staccarsi un occhio che rivelare il suo segreto. Quando eravamo piccoli, non mi faceva mai usare i suoi giocattoli. Adesso, l'unica cosa a essere cambiata  che si  fatto grande e gli sono spuntati i peli su tutto il corpo.
Gorgo si mise le mani sui fianchi e si vant:
Questo perch tu non avevi niente da dargli in cambio dei suoi giocattoli.

Le tenebre del Tulliano.

La processione di luci abbandon la casa di Scipione e attravers il Foro. Nestore e Clea camminavano al centro con le mani legate dietro la schiena, perch non avevano risparmiato loro nemmeno quell'umiliazione. Il dittatore non doveva sentirsi sicuro di scortarli solo con venti littori, visto che su tutti e due i lati sfilavano altrettante file di uomini con lampade e fiaccole, coprendo i fianchi come truppe leggere in una colonna di marcia. Erano clienti di Papirio, plebei e liberti legati al dittatore e alla sua famiglia da vincoli e giuramenti di lealt.
La grande piazza e le strade limitrofe erano deserte, eccetto per un paio di carri scortati da servi che si allontanavano quasi di corsa con gli ultimi invitati che erano andati via dalla festa. Anche se si vedevano sempre pi vetture a Roma, erano ancora un lusso per pochi che i difensori a oltranza del mos maiorum guardavano con diffidenza. Ma se quei patrizi li avevano portati alla cena a casa di Scipione era pi per sicurezza che per ostentazione. A Roma non c'era l'equivalente della forza pubblica di milleduecento arcieri sciti che mantenevano l'ordine ad Atene: di giorno, e ancor di pi di notte, ognuno doveva badare alla propria integrit ricorrendo ai propri schiavi o clienti, o restando a casa.
Il dittatore aveva lasciato Nestore e Clea nelle mani dei suoi uomini e se ne era andato a dormire o a continuare a ubriacarsi, senza disturbarsi a parlare con loro o avvicinarsi a controllarli. Ovviamente, nel suo gioco di potere e prestigio, loro non erano altro che pedine che usava per vendicarsi di Gaio Giulio. Prima di uscire da casa sua per la festa, Nestore aveva visto il tribuno esultare, convinto di aver ottenuto un gran bel trionfo su Papirio e che ormai non gli poteva pi sfuggire il comando di una legione. Ma, a quanto pareva, Gaio aveva venduto la pelle dell'orso prima di averlo ucciso.
I Libri Sibillini. I dadi truccati del dittatore e la causa della rovina di Clea e Nestore. Il dottore li aveva sentiti nominare molte volte anche prima di andare a Roma e gli risultavano familiari come tante cose di quella citt. Quando aveva chiesto a Giulia qualcosa a proposito dei Libri, lei gli aveva raccontato di com'erano arrivati in mano ai romani. Era una storia talmente particolare che doveva per forza avere qualcosa di vero. Quasi trecento anni prima, un'anziana che sosteneva di essere Amaltea, la Sibilla di Cuma, si present dal re Tarquinio Prisco e gli offr nove libri scritti su foglie di palma. Questi libri contenevano profezie e prescrizioni rituali che, secondo la donna, avrebbero aiutato a salvaguardare Roma nel presente e renderla grande nel futuro. Ma la somma che gli chiese era smisurata: trecento monete d'oro. Tarquinio scoppi a ridere e pretese che abbassasse il prezzo. Per tutta risposta la Sibilla si avvicin a un braciere e, davanti allo stupore del monarca, diede fuoco a tre libri. Poi, imperturbabile, gli chiese di nuovo lo stesso prezzo per i sei rimanenti. Davanti al rifiuto del re, Amaltea bruci altri tre libri e richiese di nuovo trecento aurei per gli ultimi tre. Il re dovette rimanere impressionato dalla sicurezza della Sibilla, o semplicemente cadde nella debolezza umana di dare pi valore a ci che costa di pi, e acconsent a pagare la profetessa. Da allora i libri venivano conservati in una cassa di pietra nei sotterranei del tempio di Giove e, siccome la collezione di profezie era aumentata con il tempo, gli originari duumviri che li custodivano e consultavano erano diventati dieci.
Fino a quel punto Nestore poteva credere alla storia, perch il re Tarquinio era etrusco e gli etruschi avevano fama di taccagni e di tesaurizzare pi oro dei romani. Ma che in quei libri scritti da tanto tempo si parlasse proprio di seppellire un uomo celta e una donna greca gli sembrava alquanto sospetto.
Attraversarono il Foro in silenzio, si sentiva solo il rumore dei loro passi sul selciato che riecheggiava nelle taverne. Alla sua destra, all'angolo della strada che saliva verso casa di Gaio Giulio, si ergeva il santuario di Giano, un piccolo edificio che pi che un tempio era una specie di portale sacro. I battenti delle porte nord e sud erano aperti, perch Roma era in guerra, perci al centro di quel passaggio si poteva vedere il dio bifronte circondato da torce, una statua bronzea alta pi di cinque cubiti.
Prima di arrivare davanti ai templi che chiudevano l'estremo occidentale del Foro, la processione gir a destra. Da l saliva un pendio che, prima di perdersi tra le ombre, si biforcava in una rampa di ripide scale che portava a un edificio dall'aspetto sinistro. Durante le sue passeggiate per andare da casa di Gaio a quella di Scipione e visitare Aristotele, Nestore aveva preso confidenza con la topografia del Foro e dei suoi dintorni. Quello era il Tulliano, il carcere pubblico costruito al tempo del re Servio Tullio e le scale era le Gemonie, da cui i giustizieri lasciavano cadere i corpi dei condannati a morte affinch rotolassero fino al Foro e tutti potessero vederli.
Li fecero aspettare all'entrata del Tulliano. Poco dopo ne uscirono dieci soldati macedoni che avevano viaggiato con loro dal monte Circeo. Nestore li osserv con occhio clinico. Erano sporchi, avevano le mani legate dietro la schiena e sembravano storditi, ma almeno avevano avuto da mangiare, perch non erano troppo emaciati. La scorta che aveva portato Nestore e Clea si divise: il capo dei littori ordin di portare i soldati alla Villa Publica per consegnarli agli inviati macedoni. Nestore pens che, se il dittatore pretendeva di risarcire il re restituendogli quei prigionieri, era perch non era molto sicuro di quello che aveva appena fatto. Alessandro sarebbe stato sicuramente contento di riaverli indietro e li avrebbe accolti da eroi, perch si era sempre preoccupato per il destino di tutti i suoi uomini. Ma non sarebbe servito a perdonare i romani una volta saputo che avevano seppellito vivi proprio loro. Quanti innocenti avrebbero pagato per due morti assurde.
Sempre che Alessandro avesse sconfitto i romani, ricord Nestore. Sempre che il dolore che aveva alla testa gli avesse permesso di pensare con lucidit. Sempre che, condizione della quale dubitava ancora di pi, gli stessi romani si fossero lasciati vincere. Si domand quale aspetto avrebbero avuto tutte quelle legioni schierate a lanciare migliaia di giavellotti contemporaneamente contro un'interminabile parete di sarisse. Non lo avrebbe mai saputo.
Dentro, ordin il capo dei littori.
Entrarono in una sala chiusa che, nonostante la forma irregolare della cupola, gli ricord le tombe ciclopiche di Micene. C'era odore di muffa vecchia e sudore recente: era evidente che i macedoni fossero stati incatenati agli anelli attaccati alle pareti. Al centro si apriva un pozzo rotondo dall'aspetto sinistro. Li spinsero fino al bordo e, una volta l, li perquisirono. A Clea tolsero tutti i gioielli e il cingolo di fili d'oro e persino una daga d'argento che nascondeva legata a una coscia. L'uomo che la perquis si trattenne pi del dovuto a palparle le gambe. Mentre Clea alzava gli occhi al cielo e cercava di non guardare niente per mantenere la dignit, il tipo comment:
Quin ueste'spoliamus amica'stam ei iam defutamus?.
Per fortuna Clea non capiva il latino e cos si risparmi di sapere che quel tizio proponeva di spogliarla e violentarla. Il capo dei littori diede uno scapaccione a quel farabutto e gli disse che quella carne cos morbida non era destinata al palato di un porco rognoso come lui. Poi, fu proprio lui a perquisire Nestore. Trov solo il papiro in cui aveva scritto il mito di Er e la clessidra.
Questo, cosa, tuo?, gli domand nel suo greco rozzo.
Il mio testamento, rispose Nestore.
Il littore fece un sorrisetto e gli ridiede il rotolo e la clessidra. Gli tolse invece l'anello d'oro dei Compagni del Re e se lo mise al mignolo, dato che aveva le dita talmente grandi che non gli entrava nelle altre.
Poi portarono un grosso cappio. Nestore temette che non avrebbero aspettato nemmeno l'alba per giustiziarli, anche se preferiva morire impiccato, per quanto fosse orribile, che seppellito vivo. Ma i littori chiusero il nodo scorsoio sotto le braccia di Clea e usarono la fune per calarla nel pozzo. La giovane rivolse a Nestore uno sguardo di muto terrore mentre spariva nell'oscurit.
Non ti preoccupare, le disse. Non ti lascer sola.
E infatti, quando Clea si fu slegata e i littori ebbero recuperato la corda, legarono anche lui e lo calarono gi. Aveva appena superato l'apertura con la testa che i suoi piedi toccarono a terra. Allent il nodo come gli era stato indicato e si liber dalla fune. Alla luce delle torce della sala sopra vide che si trovavano in una cella circolare, con le pareti formate da tre file di enormi conci uniti senza malta. Calcol che dovesse misurare circa quindici cubiti di diametro e not che vicino al centro c'era un tombino, ma non ebbe tempo di vedere altro, perch sulle loro teste cigol un coperchio metallico e di colpo si trovarono immersi nell'oscurit pi assoluta.
Appena arrivarono alla Villa Publica, Perdicca e Cratero si prepararono per partire da Roma. Mentre percorrevano le strade, avevano preso una decisione e avevano concluso che se rimanevano per trattare sulla liberazione del medico e della giovane siracusana, avrebbero solo messo in pericolo le proprie vite e quelle dei cinquanta Compagni che li accompagnavano; e oltretut-
to avrebbero lasciato in mano ai romani quindici talenti d'oro per

niente.
Bench l'umore di Cratero fosse nero, cercava di non darlo a vedere e di non spazientirsi quando impartiva gli ordini. Perdicca doveva riconoscerlo, non era un uomo che avrebbe perso il controllo nei momenti di crisi. Quando i littori consegnarono loro i dieci soldati prigionieri, Cratero li accolse come se fossero eroi, li abbracci uno per uno, fece portare acqua, vino e cibo e si occup di trovare dei cavalli per loro. L'unico modo era ripartire tra tutti l'oro portato dai cavalli senza cavaliere, ma comunque sei degli uomini pi leggeri avrebbero dovuto condividere la sella. Cratero ordin di tirare fuori dai forzieri i lingotti, i darici e gli stateri e li distribu, non senza prima annotare meticolosamente quello che portava ognuno. Erano tutte persone onorevoli, ma persino uno stupido sa che il luccichio dell'oro mette alla prova gli uomini pi onesti.
Poco pi in l, a uno stadio da loro, si vedeva il Campo Marzio cosparso di luci. Vi erano cinque o sei legioni accampate, perch il dittatore aveva decretato che i soldati reclutati non potevano pi dormire nelle proprie case. Osservandoli durante il giorno, Perdicca era rimasto impressionato dall'ordine con cui montavano le tende. In quel momento regnava il silenzio, eccetto per le chiamate tra le guardie portate dalla brezza notturna. I fal si erano spenti e ardevano solo le luminarie agli incroci delle strade che attraversavano ad angoli retti quell'improvvisata citt di guerrieri.
Che cosa pensi di questa gente?, domand a Cratero che stava supervisionando con le mani sui fianchi la spartizione dell'oro.
I romani? Forti, molto forti. Sono della stessa pasta degli spartani, ma sono pi astuti.
Non ci vuole tanto.
Ho calcolato quanti uomini manderanno in Campania, tra i loro e gli alleati. A seconda di quelli che vogliono lasciare nella retroguardia per proteggere Roma, potremmo trovarci davanti un esercito tra i sessanta e gli ottantamila uomini.
Nel peggiore dei casi sarebbero solo il doppio di noi. Ci siamo trovati in situazioni peggiori, disse Perdicca con pi convinzione nel tono di quella che sentiva veramente. Gli sembrava come se nell'accampamento dormisse nel buio un'enorme bestia, un mostro che si sarebbe potuto svegliare in qualsiasi momento assetato di sangue.
Qui non ci sono contadini strappati dalla propria terra natia per fare numero tra le file, Perdicca. Questi sono soldati veri e le loro armi non sono inferiori alle nostre. Quando abbiamo sconfitto eserciti equivalenti al nostro, lo abbiamo sempre fatto con quantit di uomini pi o meno simili.
A Cheronea i greci erano pi di noi.
Trentacinquemila contro trentamila. Una proporzione accettabile, tenendo conto che tra loro c'erano quegli inutili degli ateniesi. Cratero scoppi in una risata secca. Adesso i romani ci superano almeno di ventimila uomini. Abbastanza per fare pressione sul nostro centro in superiorit numerica, per cercare di circondare i nostri ai fianchi, per mantenere fresca una forza di riserva. E chiss cos'altro.
Hai paura?
Scherzi?. Cratero gli diede delle pacche sulla schiena finch non sembr soddisfatto del suono dei pezzi metallici sulla sua corazza. Poi si sfreg le mani. Sto aspettando con ansia che arrivi il momento, mio caro Perdicca. Se ci sconfiggono, sar una fine gloriosa per la nostra carriera. E se vinciamo noi, mi prender la casa del nostro amico Scipione e mi far servire uno stufato di cervello di dittatore in salsa di silfio.
In quel momento si sent il rumore di zoccoli di cavalli. Perdicca sguain la spada, temendo un tradimento, ma l'uomo che si avvicin fino alle luci della Villa Publica era Gaio Giulio con entrambe le mani alzate.
Pace!.
Questa volta il patrizio era armato, con una corazza di cuoio, una vistosa cappa bianca, un elmo con il cimiero coperto di piume e la spada di traverso sul fianco sinistro. I legionari a piedi, tuttavia, la tenevano a destra. In teoria, cos era pi comodo sguainarla. In pratica, Perdicca sospett che avessero i loro motivi.
Vi porto dai prigionieri che tenevo in casa mia, spieg Gaio Giulio. Voglio che sappiate che quello che  successo mi indigna pi che a voi.
Tra le persone a cavallo c'erano varie donne e un uomo. Perdicca ne riconobbe una, Ada, che aveva sempre servito la madre di Alessandro, finch non fu messa al servizio di Agatoclea. Le schiave e le serve di Gaio portavano vari bauli. Quando Perdicca e Cratero li controllarono, videro che contenevano gioielli e vestiti. Nell'ultimo c'erano libri, strumenti chirurgici e flaconi di vari formati e
colori.
 tutto molto prezioso, disse Perdicca guardando Gaio Giulio con occhi diffidenti. Perch ci rinunci?
Voglio il riscatto che legittimamente mi spetta, non un bottino degno di un ladruncolo, rispose il tribuno, che poi aggiunse con un sorriso torvo: E non sono disposto a lasciare che Papirio si tenga tutte queste cose ricorrendo a qualche gretto sotterfugio. Siete pronti per partire?
Esatto. Cratero guard le schiave e un uomo anziano che stava con loro. Ti ringrazio per averli portati, ma non posso farli venire con me. Gi mi hanno consegnato altri dieci prigionieri, per cui ho dovuto ripartire il carico per dar loro dei cavalli. E poi andremo veloci. Non resisterebbero.
L'uomo, che Perdicca riconobbe come il servo di Nestore, mise il broncio, ma non si azzard a dire niente. Gaio Giulio scroll le spalle.
In questo caso resteranno in mio potere. Me ne occuper io.
Ada stava facendo segni per attirare l'attenzione di Perdicca. Questi si volt e indic a Gavane di occuparsene lui. Poco dopo il nipote torn con un'espressione scandalizzata e gli sussurr all'orecchio:
 una cosa molto grave, zio.
Non pu aspettare?
Quella donna dice che il dottore e la moglie di Alessandro sono stati a letto insieme.
Perdicca aggrott la fronte, sorpreso, e poi scoppi a ridere. A quanto pareva, l'adulterio era lo sport preferito dalle spose di Alessandro. Non lo sorprendeva troppo l'infedelt della giovane. La conosceva appena, ma l'aveva vista civettare spudoratamente con Gaio Giulio alla festa e in ogni caso era una greca siracusana, e oltretutto aveva i capelli rossi. Non ci si poteva aspettare granch da lei. Invece per quanto riguardava Nestore era colpito. Alla fine il dottore, con tutte le arie che si dava, aveva dimostrato di non essere altro che un volgare traditore in attesa che il suo signore non gli stesse intorno per pugnalarlo alle spalle.
Adesso potranno fornicare quanto vogliono in quel buco, rispose Perdicca, in uno scatto d'umore nero che sorprese anche s stesso. Anche se devono stare attenti a non sporcarsi i vestiti di terra.
Ma, zio, quello che subiranno  terribile, disse Gavane costernato.
Che cosa ti aspettavi, nipote? Gli sta bene a quel dottorino. Mi sembra una punizione indulgente per uno che ha cotto il pane nel forno del re, disse Perdicca, compiacendosi del proprio cinismo. Gavane arross e chin la testa. Ma quel ragazzo non si svegliava mai? Ogni volta che menzionava il sesso diventava rosso come una verginella.
Mentre parlavano, tra la Villa Publica e la muraglia si era radunata una piccola folla. Anche se la notte era buia come la bocca di un lupo, alla luce delle torce che avevano si vedevano le loro armi: bastoni, mazze, falci, forconi. Stavano bloccando la strada sulla quale pensavano di mettere in fuga i macedoni per farli girare attorno alle mura e imboccare la Via Giunia.
Sono clienti del dittatore, li inform Gaio Giulio. Deve averli mandati per dare l'impressione che sia tutto il popolo romano a volervi cacciare dalla citt. Spontaneamente, ovvio.
Ci attaccheranno?, domand Perdicca calcolando che c'erano pi di trecento persone.
Non credo che si azzardino, rispose il tribuno. Ma  una follia. La guerra  una questione da soldati con l'uniforme e gli stendardi. L ci sono persino schiavi, proletari della Suburra e prosseneti del Summenio. Come gli viene in mente a un patrizio di mandare una gentaglia come questa per incalzare dei nobili?, domand disgustato.
In quel momento la massa umana si separ per formare un corridoio al centro della strada e lasciar passare quattro cavalieri che inalberavano i loro scettri e uno stendardo con una grezza immagine dello Zeus dei romani. Perdicca sospir di sollievo. Non aveva la minima voglia di farsi strada con la forza. Un membro dei Compagni non poteva ottenere nessuna gloria aprendo teste tra quella folla e se invece fosse morto o fosse stato ferito sarebbe stata un'ignominia.
I quattro cavalieri che si avvicinavano alla Villa Publica erano feziali, una specie di araldi. Nel viaggio verso Roma li avevano gi scortati. Quello che stava davanti smont da cavallo appena arrivato di fronte all'edificio. Era un uomo sui trent'anni, moro e di corporatura massiccia. Perdicca lo aveva riconosciuto. Si chiamava Tremulo: sapeva solo questo nome perch ricordare i tre o quattro che ogni romano usava gli era impossibile. Tremulo era di sangue patrizio e tra i feziali era quello che parlava meglio il greco.
Il dittatore non pu giocare come pare a lui con le regole sacre. Provocher l'ira di Giove!, disse Tremulo in tono indignato. Se vogliamo vincere questa guerra, dobbiamo farvi uscire sani e salvi dal territorio romano.
I macedoni montarono sui loro cavalli e si misero in fila per tre. C'era un feziale davanti, due ai lati del centro e un altro dietro. Alzarono tutti bene in alto gli scettri della divinit per ricordare che loro stessi e chi li accompagnava erano inviolabili. Quella folla li fece addirittura passare e, a parte gli insulti che Perdicca non cap nemmeno, nessuno li infastid pi.
Guarda bene questa citt, Perdicca, gli disse Cratero in dialetto macedone mentre si avvicinavano alle scure acque del Tevere. Quando ci torneremo sar per raderla al suolo.
 difficile concepire un buio assoluto in cui la luce, anche solo un tenue bagliore, non filtra nemmeno da uno spiraglio, ma le tenebre del Tulliano erano spesse come pece solidificata. Se la cella di sopra sembrava tetra, quella sotterranea era proprio il Tartaro. E poi era fredda. Nestore, che in piedi toccava il soffitto, si era seduto appoggiato alla parete, con le gambe piegate e la schiena inclinata in avanti per ridurre al minimo il contatto con la pietra, che trasudava umidit. Era di pietra albanese, un tufo vulcanico che abbondava a Roma ed era economica e facile da lavorare, ma che a causa della sua porosit si impregnava d'acqua. Dal tombino del centro fuoriusciva un odore di fogna, anche se non cos fetido come Nestore aveva temuto, il che lo interpret come indizio del fatto che la cella inferiore non si utilizzava da tempo.
Clea si era seduta tra le gambe di Nestore. In questo modo lui le copriva le spalle con il suo petto e la cingeva con le braccia: entrambi ricevevano il calore dal corpo dell'altro e, soprattutto, compagnia. Nestore l'accarezzava e le strofinava tutto il corpo con le mani e lei gliele prendeva e appoggiava la guancia al petto e alla faccia di lui, ma non c'era nessun erotismo in quel contatto. Cercavano solo di assicurarsi che l'altro restasse l, di ricordarsi che non erano rimasti soli in quell'insopportabile oscurit.
Clea sapeva che cosa li aspettava, perch aveva sentito la traduzione delle parole del decemviro. Ma Nestore aveva l'impressione che non capisse del tutto l'orrore di quello che sarebbe accaduto. Non conosceva la storia di Minucia e lui non aveva nessuna intenzione di farla uscire dalla sua ignoranza.
D'improvviso gli venne in mente una cosa a cui non aveva pensato. E se Scipione, che gli aveva raccontato la storia della vestale, fosse stato l'amante segreto di Minucia? L'idea sembrava assurda, ma per qualche motivo, forse perch le emozioni di quella notte interminabile stavano corrodendo le fondamenta della sua logica, si convinse che doveva essere cos. Quel modo di digrignare i denti e accusare la giovane di un crimine contro Roma non poteva essere altro che un rimprovero a s stesso. S, Scipione era un sacrilego, che aveva tradito la propria citt per lussuria e si meritava di essere seppellito vivo pi di loro.
No, no, no. Anche Nestore se lo meritava. Stavano in guerra e lui era stato frivolo per aver preso la situazione come un gioco. Lui e Clea erano prigionieri, ostaggi, sopravvissuti a una sanguinosa battaglia, non ospiti d'onore come le attenzioni di Gaio Giulio, Scipione e Giulia avevano fatto loro credere. Nelle guerre c'era sangue, ferri freddi che si conficcavano nel corpo e aprivano le viscere, colli sgozzati, strangolati e schiacciati da pietre, budella sparse e spappolate per terra, carne bruciata, pelle strappata, uomini impalati, donne violentate e vendute, bambini schiavizzati.
E addirittura innocenti offerti come sacrificio di espiazione agli di.
Nestore scosse la testa e si morse le labbra per frenare la valanga di orrori che si affollava nelle sua mente. Le vittime delle atrocit che immaginava avevano il viso e il corpo di Clea, ma inspiegabilmente continuava a non avere paura per s stesso. Ne ignorava il motivo: non sapeva se avesse a che fare con i ricordi che gli mancavano (magari prima di soffrire di amnesia era stato un valoroso guerriero del Settentrione che non temeva la morte), o se piuttosto fosse pura apatia e insensibilit.
Forse nel fondo della sua anima albergava uno scopo che lo faceva credere invulnerabile: era l per qualcosa, doveva ancora compiere una missione, quindi non poteva morire in un modo cos inutile e assurdo.
Ti pare poco, si disse, aver salvato Alessandro e aver cambiato il futuro (ora era il passato) di tante persone? Senza dubbio le migliaia di vittime vive e morte di Alessandro avrebbero volentieri impugnato la pala per contribuire con un bel pugno di terra a seppellirlo nel Foro Boario. Ma, argoment un'altra voce, le persone che si erano salvate grazie al fatto che Alessandro fosse ancora vivo, grazie alle guerre che le sue azioni e la sua mera presenza avevano evitato? E i cittadini che si erano arricchiti grazie alle sue riforme, che non erano morti di fame per merito delle sue strade, i suoi porti, le sue nuove rotte marittime? L'impero persiano, malgrado le profezie degli indovini, stava ancora in piedi, nonostante ora fosse l'impero di Eskandar.
I tuoi pensieri fanno quasi rumore, disse Clea. Stai cercando di ricordare?
In un certo senso. Sto cercando di ricordare il futuro, rispose lui, senza capire molto bene il motivo delle sue parole. Perch avrebbe dovuto essere lui a conoscere il futuro?
Che futuro abbiamo?.
Lui non seppe cosa dire. Dopo un po' Clea gli domand:
Te la ricordi la storia di Antigone?
Credo di s. Perch lo...?.
Nestore cap subito e tacque. Per aver seppellito il fratello contro il volere di Creonte, re di Tebe, Antigone venne condannata dal sovrano a vivere imprigionata in un tumulo. Il figlio di Creonte, promesso sposo di Antigone, si rinchiuse con lei nella tomba e l'aiut a impiccarsi con il suo velo; poi si tolse la vita con la propria
spada.
Non voglio morire sotterrata, disse Clea con un filo di voce e strinse le mani di Nestore. E ancor meno davanti a tanta gente.
Lo capisco.
Che cosa posso usare? Mi hanno tolto il cingolo, ma posso strappare un pezzo della tunica. Credi che la tua cintura possa andare bene? Me la daresti?
Credo che non ci sia modo di appendersi da nessuna parte, Clea, rispose con una strana sensazione di irrealt. E comunque il soffitto  molto basso.
 vero. Clea rimase in silenzio, ma solo per un attimo. Tu mi aiuteresti?
Come?
 molto semplice, rispose in tono impaziente. Se non posso appendermi, tu dovrai farmi un nodo intorno al collo e stringere.
Tu non vuoi che io faccia una cosa del genere.
Non lo so. Clea singhiozz e Nestore ebbe l'impressione che si fosse morsa la mano.  una morte cos orribile come dicono?
Pu essere pi rapida che asfissiarsi sottoterra, ammise Nestore che iniziava a soppesare la possibilit. Sul campo di battaglia aveva somministrato droghe in dosi mortali e quando non le aveva era ricorso al coltello per finire quegli uomini che non avevano pi speranze di sopravvivere e sentivano dolori terribili. Bastava un colpo secco per farli dissanguare senza che nemmeno se ne accorgessero. Ma una cosa era aprire le vene a uno sconosciuto che si contorceva tra i cadaveri, tenendosi le proprie viscere, e un'altra ben diversa era mettere un cappio di seta intorno a quello stesso collo che aveva baciato e vedere come quegli occhi verdi uscivano dalle orbite e la lingua pendeva dalla bocca come una massa gonfia e nerastra.
Lei si gir un po' per abbracciarlo alla vita e appoggiargli la testa sulla spalla. Stava piangendo in silenzio.
Quanto mancher all'alba?, domand Clea.
Non lo so. Era impossibile usare la clessidra al buio. Due o tre ore.
Voglio che lo fai adesso. Non aspettare ancora, per favore.
Nestore chiuse le palpebre. Non c'era nessuna differenza: la costellazione di minuscoli fosfeni che ballavano davanti ai suoi occhi era la stessa. Era meglio che li tenesse aperti per farlo. Cercando di non disturbare Clea, si port la mano destra alla fibbia della cinta. Doveva stringerla con decisione per non provocarle pi sofferenza del necessario.
 freddo, disse lei quando le appoggi il cuoio della cintura sulla gola e le cinse il collo.
Il coperchio del soffitto cigol. Cos presto?, pens Nestore. Come un criminale colto in flagrante, si affrett a togliere la cinta dal collo di Clea. La luce che entr dall'apertura non poteva essere troppo intensa, ma a lui parvero i fasci del sole che filtrano in una fessura tra le nuvole dopo una tempesta. Il nodo scorsoio apparve davanti a loro, oscillando beffardo. Una voce dall'alto disse loro di non fiatare.
Veloci! Salite!.
Aveva parlato davvero in greco e non nella versione da tagliapietre che usava il capo dei littori. Nestore aiut Clea ad alzarsi, ma prima di arrischiarsi a uscire, affacci la testa dall'apertura. Da sopra li osservava un uomo che teneva il cappio con la mano destra. Riconobbe la fronte ampia e le trecce che gli cadevano sulle spalle. Era Mirmidone, il Re del Bosco.
Non gli venne in mente di chiedergli cosa ci facesse l quell'uomo, cos lontano dal tempio che custodiva. Pass velocemente la corda sotto le ascelle di Clea e l'aiut a uscire sollevandola per la vita. Poi mise le braccia sull'apertura con l'intenzione di salire con le proprie forze. Mirmidone lo afferr per i polsi e lo iss con una forza inaspettata per una persona con la sua corporatura.
Il pavimento che separava le due celle era spesso, ma comunque a Nestore sembrava strano di non aver sentito niente: per terra, alla luce di una torcia incastrata in un anello a mo' di applique, c'erano corpi morti in tutte le posizioni possibili. Nestore ne cont otto con la velocit di chi era abituato a calcolare le perdite a colpo d'occhio. C'era odore di sangue fresco e pance aperte e il silenzio di quei morti sembrava innaturale. Erano tutti littori e i loro fasci che simboleggiavano il potere giacevano inutili per terra. Nestore si avvicin al capo e, senza disturbarsi di girarlo, gli tolse dal dito l'anello da Compagno. Poi si volt verso Clea e il suo inaspettato salvatore. Il Re del Bosco, che aveva la spada inguainata in un balteo a tracolla sulla spalla, prese la torcia e disse loro di andare verso l'uscita.
Lo conosci?, sussurr Clea prendendogli il braccio con dita tremule. Nestore si rese conto che stava tremando anche lui. Iniziava a realizzare quello che era stato sul punto di fare, ma non era il momento di pensarci. Tiche, il Caso, aveva deciso di prendersi gioco di loro fino all'ultimo secondo prima di sorridere, ma per il momento non glielo avrebbe rimproverato.
Si chiama Mirmidone. Poi ti racconter.
Ti fidi di lui?
Abbiamo altra scelta?.
All'esterno c'erano altri cadaveri sparsi per i gradini delle Gemonie, clienti del dittatore che dovevano essere rimasti a controllare l'entrata del carcere. Nestore non ebbe tempo di contarli, ma dovevano essercene dieci o dodici. Incredibile? Ricordando la fredda e metodica precisione con la quale il Re del Bosco aveva ucciso i suoi rivali sotto la quercia di Diana, non gli sembr cos inverosimile.
Mirmidone si avvicin al parapetto della scala e mise la mano in un angolo buio da cui prese due mantelli con cappucci che pass a Nestore e a Clea.
Non fatevi vedere i capelli, disse, e aggiunse rivolto a Nestore: E tu, fai in modo che non si veda che sei cos alto.
E che faccio, mi taglio le gambe?, pens lui. Ma non sapeva fino a che punto quell'uomo avrebbe apprezzato l'umorismo o se avrebbe preso il commento alla lettera, perci si limit a mettersi il cappuccio sulla testa e piegare un po' il collo. Mirmidone diede a Clea anche dei sandali.
E questi?
Avete un amico molto previdente. Mettiteli, veloce.
La giovane si tolse le scarpe col tacco di sughero che si era messa per la festa e si infil i sandali. Poi seguirono Mirmidone. Li fece salire sul clivo Argentario e Nestore pens che si stessero dirigendo verso le mura nord, sotto il Campidoglio; ma il Re del Bosco devi a destra e li port dietro l'edificio dove si riuniva il Senato. Dopo aver attraversato un paio di viali, arrivarono a un'altra strada in salita che Nestore riconobbe solo dopo. Era l'Argileto, che saliva verso la Suburra e dove viveva Gaio Giulio. Vi salirono a passo rapido. La porta della casa del tribuno era socchiusa. Ne usc Pandemo, il liberto di Gaio, con una fiaccola in mano. Si un a loro senza dire niente e fece loro cenno di seguirlo.
La notte era buia. Senza luna, la cometa Icaro volava da sola verso Pegaso e la sua chioma era pi rossa che mai. Nestore non riusciva a smettere di guardarla e di pensare a quello che gli aveva detto Aristotele. Ora che era scampato al pericolo pi imminente per la sua vita, ricord le sue parole a proposito dell'orbita a spirale. Non metteva in dubbio che il filosofo avesse ragione, purtroppo, ma c'era qualcosa che non quadrava, qualcosa che lo stuzzicava in quella zona tumefatta e piena di liquido della sua mente dove si acquattavano i ricordi.
Pi veloci!, li esort Pandemo.
Avevano lasciato l'Argileto per deviare di nuovo a destra. Pandemo disse che stavano nella Suburra, il quartiere pi malfamato di Roma. Le strade erano talmente strette che dovevano stare in fila per uno e sulle loro teste gli edifici sgangherati stavano uno sull'altro in un modo tale che di giorno dovevano coprire la luce del sole. I loro piedi sguazzavano in fetide fogne e orde di ratti scappavano squittendo dalle fiamme delle loro torce. Ogni tanto giungevano a uno spiazzo o a un incrocio pi ampio dove si ergeva qualche umile altare o un pilastro che rappresentava l'effigie di una divinit di legno o di terracotta. Per le fessure di alcune porte o imposte si intravedevano delle luci e si sentivano delle voci; a volte canti di ubriachi, a volte discussioni.
In uno di questi spiazzi si apr una porta e ne uscirono tre uomini che barcollavano, poggiati gli uni agli altri. Quando li videro li insultarono con voci pastose e dissero a Clea un paio di volgarit, ma erano talmente ubriachi che furono incapaci di seguirli.
Dopo aver attraversato per un bel po' quel dedalo di strade infette in cui Pandemo si orientava come un nuovo Teseo, iniziarono a scendere di nuovo. Arrivarono a un viale pi largo che aveva la pavimentazione di selciato e carreggiate per i carri. Le case erano pi pulite e c'era odore di fango, come in tutte le zone basse della citt, vecchi pantani, ma almeno il fetore di immondizia era sparito. Si lasciarono a destra la mole scura di un edificio che Nestore ricordava dal giorno in cui erano arrivati a Roma. Era il Circo Massimo, una lunga struttura di legno della quale in quel momento vedevano solo il lato pi corto. Poi passarono sotto l'arco dell'Aqua Iulia, l'acquedotto appena inaugurato dal minuto censore plebeo che aveva discusso con Gaio Giulio alla festa. Ma invece di proseguire fino alla porta Capena deviarono di nuovo per un'altra stradina. Quello era un altro sobborgo pericoloso, li inform Pandemo: il Summenio, la zona frequentata delle prostitute e i malviventi pi sordidi di Roma.
Se fossero le prime ore della notte non mi sarei azzardato a portarvi qui, disse. Ma ormai  talmente tardi che anche le puttane sono andate a dormire.
Nestore ne era contento, perch non aveva alcuna voglia di vedere la spada di Mirmidone in azione. Tra le mura e le catapecchie del Summenio c'era una strada selciata. Incrociarono un carro che scendeva con un lento sballotto e dovettero attaccarsi al vano di una porta per lasciarlo passare. Per il tanfo che diffondeva, era evidente che fosse uno dei carrozzoni che sfruttavano le ore prima dell'alba per portare fuori dalla citt gli escrementi umani e animali che poi usavano come concime.
Dopo quel fragrante incontro, arrivarono a una postierla nel muro. La grata di acciaio era aperta. Pandemo indic loro di passare dall'altra parte; per farlo, Nestore dovette abbassarsi. Dopo aver attraversato otto cubiti di pietra massiccia, uscirono infine fuori dalle mura. Attraversarono una zona di terreno sgombro e dopo poco arrivarono a un boschetto di salici.
Qui  dove dicono che la ninfa Egeria am il re Numa. E questa  la sua sorgente, disse Pandemo, che era ferrato nelle leggende della citt come se fosse un romano verace e non tarantino.
L, vicino a un tempietto ricoperto di bronzo, li aspettavano altri due uomini. Nonostante fossero coperti dai cappucci, Nestore lo schiavo di Gaio e immagin che lo fosse anche l'altro. Avevano con loro tre cavalli. Uno di questi era Pegaso, il corsiero bianco del tribuno. Anche se gli altri due, una cavalla e un maschio baio, non avevano un aspetto cos splendido, erano animali giovani e con le zampe solide.
Veloci, disse Pandemo. Manca poco all'alba.
Quando Nestore fece per aiutare Clea a montare su Pegaso, il liberto gli mise la mano sul braccio.

Gaio Giulio ha detto che devi essere tu a montarlo. Adesso ti appartiene, gli spieg, e lui stesso un le mani per fargli da staffa.
Clea mont sulla cavalla e Mirmidone sul baio. Gli schiavi di Gaio diedero loro una bisaccia con cibo e otri d'acqua e vino, e poi se ne tornarono verso le mura insieme a Pandemo, che augur loro buona fortuna. Nestore si gir verso il suo salvatore.
Ti ringrazio per quello che hai fatto e spero di poterti ricompensare. Dove ci porti adesso?
Sei tu che devi portare me, rispose. Devo parlare con il tuo signore Alessandro. Ha una cosa che voglio.

Da re a re.

A Poseidonia da giorni si era diffusa l'impazienza. Tutti si sentivano o credevano di sapere che i preparativi erano gi pronti. Si avvicinava il mese di hyperberetaios e quindi l'equinozio. Le piogge potevano arrivare da un momento all'altro, e se c'era qualcosa che i soldati non sopportavano pi che lottare e marciare, era farlo nei pantani e con i piedi fradici.
Restava ancora da avviare la tanto decantata gara di scherma. Per incitare gli uomini, gli araldi avevano attraversato tutto l'accampamento portando sulle spalle l'armatura offerta come premio. La corazza di elettro era sbalzata con intarsi d'oro puro e pietre preziose che rappresentavano Alessandro e il defunto Bucefalo durante una caccia di leoni; anche le gambiere erano d'oro lavorato e l'elmo era un pezzo raro di cuoio laccato con incrostazioni d'oro e perle. Secondo il tizio con lo scudo, lo avevano portato da un paese a est dell'India, anche se molti soldati erano scettici, perch tutti sapevano che l'India si trovava ai confini della Terra e oltre non c'era niente salvo il grande fiume Oceano.
Quando vide il trofeo, uno degli Agriopaides propose di dare a Euctemone una delle gambiere d'oro, nel caso in cui qualcuno della compagnia avesse vinto. Appena sent quel commento, l'ateniese volle a tutti i costi che gli promettessero anche il cavallo. Non ci fu modo di farlo continuare ad allenare i suoi compagni finch tutti non ebbero giurato solennemente, per iscritto e con dei testimoni, che lo avrebbero fatto. Era solo il secondo giorno di addestramento e siccome Euctemone faceva tutto con rigoroso ordine e senza saltare un solo passaggio, non erano andati molto avanti. Insisteva che ogni uomo dovesse immaginarsi circondato da un cerchio, o piuttosto da una sfera invisibile, e che per andare da un punto all'altro dovessero tracciare nella loro mente rette e curve che univano i punti della superficie di quella sfera. Siccome nessuno lo capiva, Gorgo e Demetrio traducevano le sue parole per tutti e imitavano i suoi movimenti, tralasciando la prolissit.
Quasi tutti progredivano, ma Euctemone continuava a batterli. Tutto ci non smetteva di sorprendere Demetrio: quel goffo di suo fratello, trasformato nel miglior spadaccino degli Agriopaides. Gorgo aveva una spiegazione.
La maggior parte delle persone pensa a troppe cose insieme. Se poi si tratta di voi uomini, bisogna considerare che sono le vostre palle a pensare al vostro posto e vi dicono: Fornicare, fornicare, fornicare. Invece tuo fratello vede e sente solo una cosa per volta. Adesso si  fissato con la spada. E non le dedica qualche ora al giorno: non fa altro eccetto quando dorme e quando caga e non escluderei che si porti appresso la spada anche per pulirsi il culo. E guardalo ora, aggiunse mentre Euctemone eseguiva una stoccata. Non ha esitazioni. Non vede persone davanti a s. Solo quadrati e cerchi pieni di punti che deve infilzare.
Era vero. Se Euctemone doveva cavare l'occhio a un compagno in un allenamento, lo faceva. Non per scherzo. A Filolao aveva ficcato la spada nell'orbita dell'occhio. Per fortuna, era la destra, quella vuota dalla campagna dell'Ircanio; per questo lo chiamavano Ciclope.
Tuttavia, continu Gorgo, in battaglia pu essere pericoloso. Nel momento della verit bisogna ricordarsi che di fronte a te hai un uomo.
Un attacco di filantropia?, disse Demetrio stupito.
Neanche per sogno, baccal. Se devo strappare le budella o le palle a qualcuno, non esito a farlo, e spero che nemmeno tu lo faccia. Ma mi riferisco al fatto di prevedere l'imprevedibile e non so se tuo fratello sar in grado. Inoltre, aggiunse pensosa, che ci facciamo con un mancino? Certo, finch non combatte in prima fila non sar un grosso problema, disse mentre osservava attentamente come Euctemone faceva una dimostrazione di parata laterale.
Da quanto sapeva Demetrio, Gorgo ancora non era andata a letto con il fratello. Ma quando gli parlava lo faceva sussurrando, gli si avvicinava molto, si metteva i capelli per mostrargli il collo e i lobi delle orecchie e gli guardava la bocca pi che gli occhi. Euctemone si innervosiva, era evidente, ma invece di spostarsi come faceva ogni volta che qualcuno gli si avvicinava a meno di un cubito da lui, glielo permetteva e tollerava anche che gli toccasse il braccio, la mano o la spalla con qualsiasi pretesto, una cosa che nemmeno a Demetrio aveva mai consentito.
Gli Agriopaides non sapevano che Alessandro in persona aveva assistito ai loro addestramenti in un paio di occasioni. Andava vestito con una clamide di lana scura e un cappuccio che praticamente gli copriva il viso e Lisania lo accompagnava abbigliato allo stesso modo, per passare inosservati. Dopo aver guardato per un po' le evoluzioni di Euctemone come istruttore, Alessandro disse a
Lisania:
L'eletto da Urania riserva pi sorprese che lo scrigno di Pandora. Aspetta qui ch voglio parlare con il capitano.
Da lontano, Lisania vide come Leonnato, che indossava il suo solito perizoma, si metteva sull'attenti come il tenditore di una catapulta quando si rese conto di chi aveva davanti. Ma Alessandro lo prese per il braccio, lo fece sedere e si accomod accanto a lui. Dopo una conversazione che a Lisania sembr troppo lunga, perch aveva notato sguardi strani e dell'ostilit nei suoi confronti, Alessandro si alz e i due uscirono dalla zona degli Agriopaides.
Mi sembri un po' a disagio, Lisania.
Non mi piace mischiarmi con questa gentaglia.
Alessandro fece un sorriso beffardo, ma non disse niente. Non parlarono molto mentre seguivano il loro percorso per l'accampamento, ormai di ritorno in citt. Dato che Lisania aveva le sue fonti d'informazione tra i paggi che servivano il re e tra i servi dei paggi, non aveva bisogno di quell'ispezione segreta per sapere come stavano gli animi. Era tutta una lamentela. Gli abitanti di Poseidonia si lamentavano dell'ingordigia e della voglia di attaccare briga dei soldati. Questi ultimi si lamentavano che i poseidoni non facevano altro che truffarli. Gli ufficiali si lamentavano che i soldati erano annoiati perci era molto difficile controllarsi. E i generali si lamentavano allo stesso tempo dei poseidoni, dei soldati, degli ufficiali e delle madri di tutti, e a volte di Alessandro, che stava dando tempo ai romani di organizzarsi.
Saremmo gi dovuti entrare in Campania, gli diceva Meleagro. Cos avremmo potuto asserragliarci dietro la muraglia di Capua e di Neapolis e aspettare l i romani.
Io non mi nascondo dietro le mura. Io le abbatto, rispose Alessandro categorico.
Lisania aveva visto come, uno per uno, i generali si presentavano da Alessandro e gli ripetevano la stessa cantilena. Ti rispetto, oh Alessandro, e ti ho sempre rispettato come ho rispettato tuo padre. Ma credo che adesso, per la prima volta, ti stai sbagliando. Dovresti agire con pi decisione e fare questo, e qui ognuno aggiungeva i suoi consigli. Alessandro ascoltava tutti con pazienza, persino Meleagro, e quando finivano metteva loro la mano sulla spalla e, in tono intimo, come se stesse parlando al suo pi stimato consigliere, diceva di resistere un altro po' e di continuare a fidarsi di lui.
Le dicerie del tizio con lo scudo erano sempre pi fantasiose. Ora dicevano che Alessandro stava fabbricando armi segrete in uno stabilimento a nord del fiume Sele: enormi mantici lanciafiamme il cui fuoco non si spegneva nemmeno sott'acqua, catapulte multiple che sparavano venti frecce alla volta e a dieci stadi di distanza, scudi talmente brillanti che non solo accecavano il nemico ma prendevano anche fuoco con i loro riflessi. Questa era la ragione di tanto ritardo: bisognava aspettare che gli ingegneri ultimassero tali prodigi. Lisania lo raccont ad Alessandro e rimase sorpreso che il re non avesse riso.
Il tizio con lo scudo non si sbaglia troppo come altre volte.
Stai fabbricando armi segrete?
Che te ne pare di sarisse di legno di pino?
Per quale motivo ti servono? Con quella lunghezza si romperebbero subito.
S, ma peserebbero quasi la met, capisci? Se un soldato pu tenere la sarissa con una mano, possiamo dargli uno scudo due volte pi grande.
Lisania non sapeva cosa pensare. A volte Alessandro era fuori di testa e concepiva idee assurde che, per il fatto di essere sue, gli sembravano automaticamente geniali. E se Lisania faceva qualche obiezione, gli diceva: Io non devo dimostrare niente. Il giovane macedone teneva il conto dei giorni passati dalla partenza di Cratero e Perdicca; si domandava quando sarebbero tornati e se avrebbero avuto Nestore con s. Forse con il dottore le cose sarebbero cambiate.
L'ultimo giorno del mese di gorpiaios, Alessandro diede una cena per festeggiare gli spartani e il loro re Areo. Era la seconda in cinque giorni e a Lisania risultava strana tanta fatica per guadagnarsi il suo favore.
Gli spartani avevano una particolarit forse unica al mondo. Non erano una monarchia, n una democrazia e nemmeno una tirannia. No, Sparta era una diarchia, un governo di due re che appartenevano a due dinastie diverse, gli Agiadi e gli Euripontidi; qualora le azioni e le decisioni di un re non bastassero per ostacolare quelle dell'altro, erano entrambi controllati da cinque magistrati conosciuti come efori, da un consiglio di anziani e da un'assemblea di guerrieri.
Areo era diventato il re della dinastia Agiada quando suo nonno, il vigoroso e anziano Cleomene, mor nella battaglia di Tegea lottando contro Cratero dopo cinquant'anni di regno. Il figlio di Cleomene, Acrotato, era morto tempo prima (secondo alcuni, di noia vedendo che il padre non moriva), perci Areo era diventato re a soli ventiquattro anni. Alessandro lo aveva invitato in Italia per unirsi a lui nella sua campagna di conquista, anche se lo sapevano tutti che quell'invito celava un ordine e che i quattrocento spartani che accompagnavano il re erano in realt ostaggi.
Gli spartani di ceppo puro si facevano chiamare gli Uguali, perch in teoria avevano tutti gli stessi diritti e possedevano fondi equivalenti, ottenuti dallo Stato, dai quali ricavavano gli alimenti necessari per contribuire ai banchetti comuni. Ma nel corso dei secoli alcune famiglie avevano eluso i divieti della legge e avevano accumulato terre e ricchezze, mentre altre andavano in rovina e i loro discendenti diventavano spartani di second'ordine, molti dei quali erano al momento mercenari nell'esercito macedone. Alessandro aveva scelto quattrocento giovani delle famiglie pi agiate e aveva anche fatto molta attenzione che nessuno fosse sposato e non avesse figli n fratelli maschi. Cos, nel caso fossero morti, i loro lignaggi si sarebbero estinti. Era l'unico modo per garantirsi il buon comportamento di una citt il cui problema principale era la
scarsezza di spartani.
Tralasciando il fatto che era un ostaggio, il giovane Areo sembrava contento di stare a Poseidonia. Per il suo temperamento e per la sua et, era pi incline alle avventure militari di Eudamida, il re che era rimasto a Sparta. Alessandro stava lavorando a dovere per persuaderlo. Al momento, se la prima cena era stata nella mansione di Poseidonia, la seconda si svolgeva nel grande padiglione di Dario, e Alessandro aveva fatto portare la mobilia pi raffinata nella sala in cui cenavano. Lisania aveva sentito dire che gli spartani, abituati a una vita del tutto sobria e a un regime talmente rigido che periodicamente decretava espulsioni di stranieri, restavano incantati quando uscivano dalla loro patria e ammiravano i lussi altrui. Ora poteva vederlo con i propri occhi, soprattutto nel caso di Areo.
Si erano riuniti l dieci spartani e quindici macedoni, tra cui Peucesta e Glaucia (Alessandro aveva espressamente lasciato fuori Meleagro). Dopo i brindisi, arriv il primo piatto.
 un omaggio per i miei ospiti, disse Alessandro.
Lisania, che stava in piedi dietro al re, assaggi dalla sua scodella, come sempre, ma gi prima di portarsela alle labbra arricci il naso per l'odore forte di sangue e aceto. Poteva solo dire che era ripugnante e si domand se fosse un'altra delle idee geniali di Alessandro. Ma poi vide che il re Areo e il compagno alla sua destra, Brasida, annuivano e bevevano molto seri dalle loro scodelle.
 uguale a quello di casa vostra?, domand Alessandro.
Esattamente uguale, rispose Areo. Poi inizi a diventare rosso e sput per scoppiare a ridere.  la stessa merda!.
Anche gli altri spartani risero e i macedoni li seguirono. Lisania si rese conto, con sollievo, che era uno scherzo. Alessandro aveva fatto preparare il celebre piatto spartano conosciuto come brodo nero del quale un ateniese aveva detto: Non c' da stupirsi che siano felici di morire pur di non doverlo bere pi.
Dopo che il brodo nero fu portato via, arrivarono i veri piatti, insieme a vino in abbondanza. Poi gli invitati si spostarono in un'altra area della grande tenda, dove i paggi avevano messo triclini e tavolini con vino e dolciumi vari e dove li attendevano flautiste e cortigiane. Alessandro si era impegnato: per Areo aveva fatto venire la donna pi bella del Sud Italia, una giovane che si faceva chiamare Nerea in ricordo di una celebre cortigiana che aveva vissuto ad Atene all'epoca di Alcibiade e che chiamavano l'amata degli di per la squisitezza delle sue virt. I suoi capelli, di un biondo naturale, erano ancora pi chiari per la camomilla che usava per schiarirseli; avevano due enormi occhi azzurri, le labbra carnose, un corpo degno di Afrodite avvolto da un'attillata tunica semitrasparente e, malgrado non suonasse troppo bene la lira, lo faceva comunque con molta eleganza per far notare le sue lunghe e affusolate dita. E, ovviamente, per tutta la serata non ebbe occhi n orecchie che per Areo.
Con il vino e i balli delle ragazze, gli animi si infiammarono e la festa divent quello che ci si aspettava. Quando le scene dei divani iniziarono a ricordare le pitture di certe ceramiche che non si dovevano mostrare a donne oneste, Alessandro si alz e fece segno a Lisania di seguirlo.
Dopo aver attraversato un labirinto di cortine, arrivarono alla stan-
za privata di Alessandro. I gemiti e i respiri affannosi della festa continuavano a sentirsi attraverso le pareti di tela. Lisania, che aveva bevuto un po' pi del dovuto, si rese conto di essere eccitato. Alessandro si era seduto al suo scrittoio per consultare dei documenti. Il giovane si mise dietro di lui e gli massaggi il collo e
le spalle.
Grazie, Lisania, disse con voce distratta.  molto rilassante.
Dopo un po', impaziente di ottenere qualcosa in pi, Lisania si sporse sopra la testa di Alessandro per vedere che cosa stesse facendo. Sul tavolo c'era una carta geografica distesa sulla quale muoveva piccole pedine colorate che rappresentavano le unit dell'esercito.
La mappa era una meraviglia. Era basata sui resoconti di esploratori, spie e cartografi che Alessandro aveva mando a nord. Grazie ai loro dati, Dicearco aveva disegnato un primo bozzetto sistemando al massimo le coordinate e le proporzioni. Poi il re aveva dato quello schizzo al pittore Aezione affinch lo completasse. Il risultato era una grande tela di quattro cubiti di larghezza per tre di altezza che rappresentava la regione della Campania a colori vivi.
C'era la penisola che formava lo sperone allungato delle Sirenuse e anche, in azzurro, il tratto che dovevano percorrere da Irna a Nuceria per attraversare le montagne e arrivare in Campania. Era una pianura che si estendeva tra gli Appennini e il mare, piena di citt disegnate con le loro mura e i loro templi: Nola, Neapolis, Capua. Cuma, dove risiedeva la Sibilla pi famosa d'Italia, era situata su un promontorio che, insieme a quello delle Sirenuse, formava un golfo segnato come il Crater. Intorno a Cuma c'era un territo-
rio chiamato Flegra cosparso di cerchi di varie forme: alcuni erano laghi, come il denominato Averno e altri erano conche disseminate
di boschi.
Dicono che questi cerchi sono i segni che lasci il fuoco di Zeus quando distrusse i giganti con i suoi fulmini, gli spieg Alessandro mostrandoglieli con la mano. Tutta questa zona  piena di acque termali e pozzi solforosi. Non c' da stupirsi che dicano che qui sotto, aggiunse posando il dito sull'isola di Pitecussa,  dove Zeus sotterr Tifone dopo averlo sconfitto.
E quest'altra montagna?. Lisania indic un monte dalla cima schiacciata che si innalzava solitario nella pianura e dominava la baia di Crater.
 il Vesuvio. La sua vetta  piena di ceneri e rocce porose nere. Sicuramente  una montagna di fuoco. Questo spiegherebbe il fatto che la Campania sia fertile quanto le terre intorno all'Etna. Spero solo che il Vesuvio non decida di vomitare le sue fiamme mentre ci staremo sotto. Il dito di Alessandro scivol dal Vesuvio verso destra. Non so come gli abitanti del luogo chiamino questo monte, ma noi lo chiameremo Encelado per uno dei giganti che si dice sia sotterrato in questa zona.
Lisania not che il dito di Alessandro era rimasto a met della valle, senza arrivare alla montagna che aveva menzionato. Gli era successo di nuovo. I suoi attacchi di cecit erano sempre pi frequenti, e il giovane macedone temeva che prima o poi non avrebbe pi recuperato la vista. Ma non os domandargli come stesse e invece
gli disse:
Vuoi ingaggiare la battaglia l?
Esatto, rispose Alessandro, adagiandosi sulla sedia come se gi avesse finito con la mappa. La parete est del Vesuvio  boscosa e gli alberi invadono parte della valle. Ma, secondo gli esploratori, dopo c' una pianura di campi di cereali che si estende fino all'Encelado, dai venti ai venticinque stadi di larghezza.  uno spazio sufficiente per schierarci.
Ma salendo a nord non c' pi spazio?, disse Lisania, indicando in direzione di Nola. Non sar mica per mancanza di pianura.
Preferisco non lasciare le citt greche dietro di me. Quando avremo sconfitto i romani, ci accoglieranno a braccia aperte. Ma finch non si sa chi sar il padrone della Campania, sono capaci di pugnalarci alle spalle.
E i romani accetteranno la battaglia?
Credo di s.  un luogo di buon auspicio per loro. L sconfissero i latini in una battaglia in cui uno dei loro consoli fece giustiziare il figlio per aver disobbedito ai suoi ordini. E l'altro console sacrific la sua vita lanciandosi a cavallo contro la fanteria nemica per compiere un oracolo che assicurava la vittoria solo se uno dei due consoli fosse caduto in battaglia.
Sembra come alle Termopili, quando si diceva che la nostra citt si sarebbe salvata solo se uno dei due re si fosse sacrificato.
Areo entr dalla cortina, aggiustandosi il cingolo della tunica. Lisania mise la mano sulla spalla di Alessandro e strinse con le dita per girarlo verso il re spartano.
Ti sei stufato della festa?
Forse la continuer pi tardi con Nerea.  una ragazza molto bella, Alessandro. E te lo dice uno spartano, con la fama che hanno le nostre donne. Ma volevo sapere il perch di tanta genti-
lezza.
Siamo entrambi re, Areo.  logico che ci trattiamo con cortesia.
Lisania avvicin uno sgabello allo spartano e gli offr del vino.
Grazie, solo acqua. Credo di aver gi bevuto abbastanza. E aggiunse rivolgendosi ad Alessandro: Davvero  solo ospitalit?.
Lisania, con la scusa di riavvolgere la mappa, spost i candelabri affinch il viso di Alessandro restasse in ombra e Areo non potesse vedere i suoi occhi.
Mentirei se ti dicessi che  un favore gratis, disse il re macedone.
Che cosa vuoi da me, Alessandro?
So che voi spartani non combattete di buon grado nel mio esercito.
Devi scusarci. Sono secoli che comandiamo gli alleati e guidiamo le campagne. Lasciarci governare da altri  una sensazione nuova alla quale dobbiamo ancora abituarci.
Lo so. Ma corrono tempi turbolenti.
Scusami se ti correggo, Alessandro, ma  quello che si dice sempre. Si diceva anche quando Dario e Serse chiesero sottomissione alla mia patria.
Alessandro si strofin gli occhi.
Questi sono pi turbolenti di quanto credi, Areo. Ti racconto una cosa e confido nel fatto che non la racconterai a nessuno. Nemmeno al tuo cuscino.
Cuscino? Cos'? Ricordati che sono spartano.
Alessandro si inclin in avanti e fiss Areo. Lisania non sapeva pi se vedeva o meno, non gli sembrava opportuno mettersi tra i due e piegarsi per controllare i suoi occhi.
Dimmi, Areo, da re a re, posso fidarmi di te?, insist Alessandro, con quel tono di voce che usava quando voleva far sentire il suo interlocutore la persona pi importante del mondo.
Certo, rispose Areo, immediatamente serio.
Alessandro gli raccont, quasi sussurrando, la storia della cometa Icaro. E seppe farlo con una tale convinzione che Areo, membro della razza impassibile dei lacedemoni, respir appena mentre lo ascoltava. Lo stesso Lisania, che per giorni si era dimenticato della minaccia, sent di nuovo quella paura che gli si attaccava alle
viscere.
Quando Alessandro fin di spiegare che la cometa si sarebbe schiantata contro Gea il prossimo inverno, nello specifico il 12 del mese di peritios, Areo respir profondamente, con le mani incrociate sulle gambe. Era un uomo giovane e impulsivo ma intelligente e aveva capito i ragionamenti del macedone, una versione semplificata di quelli di Euctemone.
Ora che ti ho raccontato tutto ci, ti dir quanto segue, disse Alessandro. Sei libero di prendere i tuoi quattrocento uomini e andartene da qui. Ti dar le navi per tornare in Grecia domani stesso, se vuoi. Ma se non vuoi, solo se non vuoi, se preferisci ingaggiare l'ultima battaglia di questa ra con i tuoi uomini invece di sederti in casa tua vicino al fuoco ad aspettare che l'inverno ci porti alla distruzione, allora....
Alessandro s'interruppe, si alz in piedi e si gir verso il tavolo. Siccome il re dava le spalle ad Areo, Lisania ne approfitt per avvicinargli il calice di vino alla mano.
Allora cosa, Alessandro?, domand Areo, alzandosi a sua volta.
Alessandro gli fece un cenno perch si avvicinasse e quando lo ebbe vicino gli mise una mano sulla spalla. Lisania si copr la bocca per non far vedere il sorriso ironico dovuto al fatto di essere testimone per l'ennesima volta di come il re manipolava gli altri; ma dall'altra parte gli si rizzarono i peli del collo vedendo che la sua magia continuava a funzionare.
Prima dimmi se combatterai al mio fianco, amico. Il re di Sparta insieme al re di Macedonia. Due figli di Eracle spalla a spalla.
Lo far Alessandro, rispose Areo con fervore.
Allora ti dir quello che voglio da te e dai tuoi guerrieri. Quando arriver il momento di schierarsi in battaglia, vi chieder qualcosa che la vostra legge vi ha sempre proibito.
Non capisco.
Quando arriveranno i romani, farete un passo indietro. E poi un altro, e un altro, e un altro ancora, fino a dove vi dir io. Dovrete retrocedere, ma non per codardia, bens per disciplina. Retrocedere in ordine, senza rompere le file. Come solo i lacedemoni sono capaci di fare.
Retrocedere? Stai pianificando qualche sotterfugio? Credevo che fossi contro gli stratagemmi e che prima di Gaugamela avessi detto: Alessandro non ruba la vittoria.
Visto che citi me, io citer uno dei vostri grandi generali, Lisandro. Fu lui a dire: Dove non arriva la pelle di leone, bisogna cucirsi un po' di pelle di volpe. Areo scoppi a ridere. Alessandro lo strinse con pi forza e gli parl quasi all'orecchio: Torno a domandarti: farai quello che ti chiedo, Areo, nipote di Cleomene?
Se me lo chiedi tu, i miei spartani retrocederanno. Ma ti dico una cosa: non chiedere loro di dare le spalle ai nemici o di gettare lo scudo, perch non lo faranno mai.
Questo non ve lo chieder, amico mio. Alla fine sarete voi a vedere le loro spalle, te lo prometto.
Una volta che Areo se ne fu andato, Alessandro si avvicin al tavolo per appoggiarcisi. Ma la mano gli scivol e cadde per terra. Quando Lisania accorse ad aiutarlo, aveva le pupille talmente dilatate che sembravano divorare le iridi e stava tremando.
La mia testa....
Per tutto questo tempo non hai visto niente?.
Alessandro annu e cerc di alzarsi. Un paggio entr, allarmato dal rumore, e Lisania gli disse di aiutarlo a portare il re a letto. Si sentivano ancora la musica e i rumori della festa, perci il paggio domand a Lisania se doveva mandare via gli invitati.
No. Nessuno deve venirlo a sapere. E tu, se ci tieni alla tua vita, non dirai niente, disse Lisania con fierezza. Quando si trattava di Alessandro, era come una leonessa che difendeva i propri cuccioli.
Non vuoi neanche che chiami un dottore?, chiese il paggio con gli occhi fuori dalle orbite per la paura.
No, un dottore no, protest Alessandro.
Hai sentito, disse Lisania. Rimani sulla porta e non far entrare nessuno.
Il paggio annu e usc dalla stanza.
Lisania, portami Nestore, sussurr il re.
Cratero star per tornare, Alessandro.
Ho bisogno di Nestore adesso, Lisania. La mia testa... Sto per svenire, Lisania. Sento come se l'oscurit mi sta divorando dentro....
 solo una crisi, Alessandro. Presto recupererai la vista, disse Lisania, stringendogli le mani.
No, Lisania, no. Stavolta no. Portami Nestore. Portamelo.
Te lo porter, Alessandro. Te lo prometto, disse Lisania; poi, dopo avergli dato un bacio sulle labbra, usc dalla tenda.
Mancavano ancora ore all'alba: il tempo giusto per preparare le sue cose, riunire qualche cavaliere e cercare il dottore. Se fosse dovuto arrivare fino a Roma per trovarlo, lo avrebbe fatto. Ma non avrebbe deluso Alessandro.

Questioni d'onore.

Al confine tra il Lazio e la Campania si estendeva una pianura costiera di oltre trecento stadi, interrotta solo da una montagna conosciuta come monte Massico. Non era molto alta, ma era talmente estesa da essere divisa in due, e il suo contrafforte pi orientale arrivava quasi fino al mare. Da una delle sue pendici, Cratero, Perdicca, Nestore e Mirmidone, che non si separava mai dal dottore, si voltarono verso il nord per scrutare il panorama.
Ci raggiungeranno, disse Cratero. Prima che faccia buio.
Ma anche molto prima, replic Perdicca.
A poca distanza da loro c'erano delle rovine diroccate di una piccola fortezza, Vescia. I suoi abitanti l'avevano abbandonata due anni prima per rifugiarsi tra le montagne dell'entroterra, spinti dalla costante pressione dei romani. Quando i feziali li salutarono all'uscita da Formia, poco dopo l'alba, Tremulo consigli loro di prendere quella strada.
Prima gli ausoni ci avrebbero fatto pagare un pedaggio per passare tra il Massico e il mare, ma adesso quel posto  deserto. Se passate di l lungo la spiaggia non dovrete fare il giro largo e arriverete prima in Campania.

Verso nord si stagliava la massa dei monti Aurunci, da dove erano partiti quella mattina, e tra i due punti si estendeva una pianura ricoperta da vigneti che da due anni erano ormai abbandonati. Al momento quei luoghi erano terra di nessuno, anche se i romani gi iniziavano a dire che appartenevano al Lazio e che era sempre stato cos. Da l si sollevava il nuvolo di polvere che avevano visto alle loro spalle poco prima di attraversare il fiume Clanis e che da allora non aveva fatto altro che avvicinarsi. Quando si accorsero che il polverone era alto e sottile, avevano dedotto che si trattasse di una truppa di cavalleria. Ora, da quell'altezza, ne erano certi.
Quanti cavalli pensate ci siano?, domand Cratero, strabuzzando gli occhi. Con gli anni aveva perso la vista, anche se preferiva non confessarlo a nessuno.
Pi di cento, rispose Perdicca.
Ma anche duecento, disse Mirmidone.
Perch stanno guadagnando cos tanto terreno?, domand Nestore. I romani non hanno cavalli migliori dei nostri.
Il vecchio Re del Bosco si mise la mano a mo' di visiera e socchiuse gli occhi.
Dai riflessi direi che solo la met ha il cavaliere. Cambiano cavallo per far riposare gli animali. Cosa che noi non possiamo fare.
Nestore si volt verso sud. L la spiaggia proseguiva dritta e interminabile, come quella che avevano percorso durante il giorno. All'orizzonte si intravedevano vette sfocate. Ce n'era una a sinistra che spiccava tra le altre e poi la parete del Massico tagliava il campo visivo.
 il Vesuvio, disse Mirmidone. Sta gi in territorio campano.
Possiamo arrivare l prima che ci raggiungano?
Impossibile, rispose Cratero. Persino per arrivare a Cuma ci manca molto di pi di quanto abbiamo percorso stamattina. No, ci raggiungeranno molto prima. Dobbiamo prendere una deci-
sione.
Era il terzo giorno di viaggio. Dopo la fuga dal Tulliano avevano riposato appena. Nestore non ricordava giornate tanto stancanti dalla campagna sulle rive dell'Eusino e dell'Ircanio. Avrebbe gradito dei bei pantaloni sciti e una coperta da cavallo persiana, perch aveva l'interno della coscia pieno di graffi e il posteriore dolorante dal tanto rimbalzare in groppa a Pegaso. Ma conoscere i rischi che avrebbero corso se le truppe del dittatore li avessero raggiunti era un buono sprone per proseguire.
Lo stesso giorno della fuga, all'alba, Nestore e Clea si erano incontrati ai piedi del monte Albano con gli inviati macedoni. Fu una sorpresa tanto per loro, quanto per Perdicca e Cratero. Era stato tutto un piano improvvisato da Gaio Giulio e Mirmidone, ma nessuno dei due si era perso in troppi dettagli.
Al momento di quell'inaspettata riunione, Cratero aveva abbracciato Nestore con la forza di un orso e si permise anche la stessa confidenza con Clea, ma Perdicca rivolse a entrambi solamente uno sguardo indecifrabile e disse qualcosa al giovane macedone che lo accompagnava. Nestore si domand se il generale sospettasse quello che era successo tra loro, ma si disse che era impossibile. L'unica persona che poteva sapere era Ada e non aveva avuto contatti con l'ambasciata macedone in nessun momento.
Gaio Giulio aveva chiesto ai feziali di spostarsi sotto degli alberelli per parlare in disparte con i macedoni.
 meglio cos, spieg loro Gaio. Nonostante siano indignati quanto me per il sacrilegio che ha commesso il dittatore,  preferibile che non sappiano come siete scappati dal Tulliano. In realt nemmeno io voglio saperlo. Finch vi scorteranno i simboli di Giove, nessuno in territorio romano oser farvi del male... a meno che il dittatore non mandi la cavalleria a inseguirvi.
Io la manderei, disse Cratero, e quel vecchio ubriacone ha l'aria di essere pi testardo di me.
Temo che lo sia. Per questo Tremulo sa che dovete viaggiare a marce forzate.
Fu allora che Cratero ebbe un'idea che a Nestore sembr buona, ma che a Perdicca fece storcere il naso.
Tribuno, ti offriamo quindici talenti d'oro per i tuoi prigionieri. Adesso che ce li hai consegnati,  giusto che anche noi manteniamo la nostra parola.
Gaio Giulio annu. Sicuramente non si aspettava quel gesto da parte di Cratero, ma lo accett con eleganza, senza fingere che non se lo meritasse. Mentre i feziali continuavano a stare lontani per non diventare complici, i soldati macedoni sfilarono davanti a un carretto portato da una tenuta vicina e diedero a Gaio Giulio i lingotti e le monete che avevano con s.
A te non spetta niente?, domand Nestore a Mirmidone.
Non l'ho fatto per l'oro. Te l'ho gi detto. Voglio solo che mi porti da Alessandro.
Il tuo santuario sta qui vicino. Non pensi di tornarci?
No.
E abbandoni Artemide?.
Mirmidone sorrise. Nel farlo, i suoi occhi diventarono due fessure. Ogni tanto a Nestore sembravano dello stesso colore, ma altre, a seconda della luce, erano uno verde e l'altro azzurro, quasi come quelli di Alessandro. Ma non si azzardava a chiedergli di poterli esaminare da vicino per controllare le iridi e le pupille.
In realt, quasi nessuno osava dire niente a Mirmidone. Il Re del Bosco rimaneva un po' in disparte rispetto agli altri, anche se non perdeva di vista Nestore in nessun momento, come se si fosse auto-nominato suo guardaspalle.
Gli di non hanno bisogno di noi, dottore, disse. Il fumo dei nostri sacrifici e l'eco delle nostre preghiere li lasciano indifferenti. A loro piace solo divertirsi alle nostre spalle, come un bambino che sposta le formiche in un altro formichiere per vedere come litigano tra loro. Credimi, ho visto gli di e li conosco.
Anche Artemide?, intervenne Clea.
Anche.
Che si faceva il bagno nel suo lago?.
Nestore sorrise. Clea era incorreggibile, sempre appresso alle sue ninfe e alle sue dee nude. Se Ippocrate avesse avuto ragione con la sua teoria degli umori, quelli di Clea erano molto alterati e ardenti. Sperava che le si sarebbero assestati un po' con l'et.
Ti riferisci al fatto di vederla come la vide Atteone?, domand Mirmidone.
S, rispose Clea, che arross un po', ma non per questo distolse lo sguardo.
Atteone non vide Artemide come si pu vedere nuda una donna, ma nella nudit degli di, che  molto diversa. Si tratta di uno spettacolo terribile al quale gli umani non sono preparati. Atteone non mor perch lo sbranarono i suoi cani, come racconta la gente, bens perch impazz fino al punto di strapparsi gli occhi con le proprie mani e staccarsi la lingua con i denti e ingoiarla.
Che orrore, disse Clea con una lucentezza morbosa nelle pu-
pille.
Ma tu hai visto Artemide come la vide Atteone?, domand Nestore.
Perch vuoi sapere tutte queste cose, Nestore? Se vuoi continuare a vivere senza lasciare traccia,  meglio che tu rimanga ignorante. Non cercare di scoprire chi sei.
Nestore non sapeva cosa c'entrasse la risposta di Mirmidone con la sua domanda. Ma non pot indagare oltre, perch una volta caricato il carro con l'oro, Gaio Giulio li salut per andarsene.
Ci vediamo sul campo di battaglia, disse a Cratero.
Lo spero, rispose il generale. Avendoci riconsegnato i prigionieri, hai salvato la tua citt. Quando Alessandro si prender Roma, la rispetter come qualsiasi altra citt conquistata.
Alessandro non si prender mai Roma, disse Gaio.
Questo si decider in battaglia.
Non mi hai capito, Cratero, rispose il tribuno scuotendo la testa. Anche se ci batterete, la citt non si arrender mai. Potete schiacciare le nostre legioni, ma nemmeno in quel caso vi aprir le sue porte. Se Alessandro vuole conquistare Roma, dovr prima uccidere fino all'ultimo romano.
Cratero annu senza dire niente, anche se Nestore pot quasi leggergli nel pensiero. E cos sia.
Dopo aver salutato anche Perdicca, Gaio Giulio prese le mani di Clea e si inchin.
Ho sempre invidiato il grande Alessandro per le sue conquiste, i suoi successi militari e i paesi lontani che ha visto. Adesso ho un motivo in pi per farlo, mia nobile Clea.
Le tue parole sono pi dolci del miele, nobile Gaio, rispose lei con la stessa retorica. Per favore, porta i miei migliori ossequi alla tua famiglia, soprattutto a Giulia e alla piccola Lila.
Infine Gaio Giulio salut Nestore. Prima gli strinse la mano, ma poi si lasci prendere da un impulso e lo abbracci con forza, lo baci sulla guancia e gli disse all'orecchio:
Il cavallo che ti porti via  poco rispetto a tutto quello che hai fatto per me, Nestore. Se il Fato decide che non ci rivedremo mai pi, devi sapere che rimarrai sempre nel cuore della gens Giulia.
Poi se ne and con i suoi uomini lungo la strada che si dirigeva verso il monte Albano, dove c'era la tenuta in cui pensava di tenere sotterrato l'oro finch non fossero arrivati tempi migliori. Nestore si rattrist. Ignorava, certo, che Gaio Giulio avesse spiato nel suo diario e avesse soppesato molto seriamente l'idea di consegnarlo ai cartaginesi. Ma, anche se lo avesse saputo, nessuno meglio di un dottore poteva capire che, come il corpo pi bello sotto la pelle  composto da viscere sanguinanti e fluidi puzzolenti, persino il pi nobile degli uomini sotto la pelle della propria anima custodisce motivi e impulsi meschini ed egoisti.
Dopodich avevano galoppato senza sosta. Fino a Terracina avevano approfittato della Via Giunia. Le pattuglie romane e latine che incontravano si spostavano quando vedevano i simboli sacri dei feziali e li facevano passare; e inoltre, ignorando le brutte intenzioni che aveva avuto l'ambasciata, li salutavano. Poi, una volta arrivati alla fine della strada, avevano continuato per sentieri di terra fino a Formia. In soli due giorni avevano percorso quasi ottocento stadi, un ritmo che non avrebbero potuto mantenere fino a Poseidonia se non volevano sfiancare i cavalli. Ma Cratero sapeva che Nestore e Clea non li aveva liberati la dea Afrodite in una nube di bruma, bens Mirmidone con la sua spada, e non si fidava del fatto che, dopo aver ucciso i suoi littori e scagnozzi, il dittatore mantenesse la promessa di concedere loro un giorno di van-
taggio.
Che cosa sai di quel Mirmidone?, aveva chiesto al dottore in una delle scarse soste durante il viaggio.
Credo di saperne quanto te. Nestore gli raccont quello che aveva visto al santuario di Diana, concludendo: Credo sia meglio averlo dalla nostra parte.
Sono d'accordo. Ma non so se sia sicuro lasciare che una persona cos pericolosa si avvicini ad Alessandro, disse Cratero.
Mirmidone aveva solo detto che aveva una questione importante da trattare con il re, ma si rifiutava di spiegare in cosa consistesse.
Ha salvato il suo dottore e sua moglie, intervenne Perdicca. Non credo che voglia fargli del male.
Bisogner perquisirlo sino ai denti, disse Cratero, guardando Mirmidone, che si era seduto per terra con la schiena appoggiata a un albero mentre mangiava un po' di carne essiccata. Di dove credi che sia, Nestore?
Ovviamente, non di questa regione. La conosce bene e parla latino, ma si esprime meglio in greco.
Certo, ma comunque ha un accento strano.
Gli altri macedoni guardavano Mirmidone con un misto di diffidenza, curiosit e, dopo aver sentito qualcuno dire che aveva liberato Nestore e Clea senza altre armi oltre la sua spada, anche di ammirazione. Malgrado vestisse una semplice tunica stretta da una cintura di cuoio liso, era scalzo e non portava gioielli, anelli o ciondoli, il suo portamento era quello di un nobile che non  abituato a inginocchiarsi davanti a nessuno. Alcuni Compagni gli si avvicinavano per parlarci o gli offrivano vino o cibo; lui rispondeva e accettava con cortesia, ma esauriva subito le cose da dire e non cercava mai una conversazione di sua iniziativa, nemmeno con Nestore.
Ogni volta che smontava da cavallo, nei brevi momenti di riposo che davano agli animali, il corpo di Nestore gli chiedeva solo di buttarsi per terra e chiudere gli occhi. Tuttavia, faceva uno sforzo e approfittava delle soste per cercare nei dintorni ogni genere di piante. Mirmidone gli fu di grande aiuto, perch conosceva erbe che Nestore non avrebbe nemmeno notato.
Ho avuto un grande maestro, gli spieg. Era il miglior cacciatore del bosco, che sapeva anche dove trovare ogni pianta medicinale, in quale stagione era meglio raccoglierla e con quale luna.
Il fatto della luna a Nestore non sembrava troppo scientifico, ma grad l'aiuto di Mirmidone e raccolse una collezione che sperava gli sarebbe stata utile. Per fortuna, aveva recuperato anche il suo baule in cui teneva estratti secchi di piante prese da luoghi lontani come Taprobana o le cime del Paropamiso. Se il male di Alessandro era ci che sospettava, non c'era cura per lui. Ma forse avrebbe potuto preparare qualche miscuglio che glielo avrebbe reso pi sopportabile, alleviandone i sintomi.
Ma prima dovevano arrivare vivi a Poseidonia, pens, mentre vedeva come quella massa di cavalieri si avvicinava al Massico cavalcando sulla lunga spiaggia.
Non possiamo batterli. Sono troppi, disse Perdicca.
S,  evidente. Che cosa facciamo allora?, insist Cratero girandosi verso il compagno.
Forse, se caricassimo contro di loro invece di scappare, potremmo riuscire a spiazzarli e a metterli in fuga. Non sarebbe la prima volta che succede una cosa del genere.
Non sono barbari sciti, abituati a lanciare le loro frecce e a ritirarsi. Questi sono romani. Ti assicuro che non scapperanno.
Che cosa proponi?
 molto semplice, disse Cratero. Uno di noi due deve bloccarli. Anche se non li mettiamo in fuga, almeno perderanno tempo sufficiente affinch l'altro guadagni un po' di vantaggio e riesca a mettere in salvo Nestore e Agatoclea.

Nestore cap che l'opzione di far ritirare entrambi i generali lasciando l un distaccamento al comando di un subordinato era impensabile. Con che faccia si sarebbero presentati poi davan-
ti ai familiari dei Compagni per dire che loro, Cratero e Perdicca, si erano salvati mentre i loro uomini, nobili macedoni, mori-
vano?
Chi rimane?, domand Perdicca fissando Cratero. Tiriamo a sorte?
Non ci sono sorti che tengano. Resto io.
Perch?
Perch Alessandro ha messo me al comando di quest'ambasciata, Perdicca, disse Cratero mostrando i suoi grandi denti in un fiero sorriso. Mi dispiace toglierti la gloria, amico. Ma l'anzianit  un grado.
Proprio per questo motivo dovrei restare io.
Non perdiamo altro tempo, Perdicca. Li porterai tu a Poseidonia. Capito?.
Perdicca chin la testa.
Come vuoi. Ce l'hai sempre avuta vinta tu.
Gli altri Compagni erano gi montati in sella e circondavano Clea, che stava resistendo a quella frenetica cavalcata come una vera amazzone. Cratero sal in groppa al suo cavallo e disse:
Ho bisogno di dieci volontari per un compito penoso e diffi-
cile!.
Tutte le mani si alzarono insieme. Senza complicarsi la vita, il generale scelse i primi dieci iniziando da destra e disse loro di fare un passo avanti.
Dovrete cavalcare come se vi stessero inseguendo contemporaneamente i cani di Ecate, i carri falcati di Dario e tutti i mariti italiani a cui avete fatto le corna. Ci fu solo una breve risata: sapevano tutti che la situazione era seria. La vostra missione  riuscire a far arrivare a Poseidonia la moglie e il dottore del nostro re. Vi ho detto che  una missione dura, perch  molto difficile lasciare che gli altri compagni combattano e si prendano tutta la gloria per s. Ma dovete farlo per Alessandro, avete capito?.
I dieci scelti annuirono, alcuni a testa bassa, altri forse sollevati. Nestore not che Perdicca si stava mordendo il labbro. Era lui il capo dei Compagni, quindi doveva essere lui ad arringarli. Ma Nestore aveva capito che non aveva nessuna intenzione di rimanere l a sacrificarsi per loro.
Quando si accorse che lo stava fissando, Perdicca avvicin il cavallo a quello di Nestore e gli domand a voce bassa:
Che cos'hai da guardare, dottore?.
 meglio che ti stai zitto, pens Nestore, ma ne fu incapace. Stimava tanto Cratero, molto di pi che Perdicca.
Ti sei lasciato convincere molto facilmente. Dove sta il tuo amore per la gloria?
In questa missione lui  il mio superiore, borbott Perdicca.
Da quando questo basta per zittire un nobile macedone?.
Ti sei comportato come un cattivo pagatore da taverna, che nasconde le monete appena un altro fa il gesto di pagare il giro.

Mi stai per caso dando del codardo? Guarda che pure che sei disarmato....
Finch ci sono io vicino lui non  mai disarmato, disse Mirmidone con il tono grave e pericoloso di un leone che ronfa al sole.
So che non sei un codardo, Perdicca, disse Nestore. Ma forse non ti sembra degno della tua carriera morire qui, su una spiaggia deserta come questa, senza testimoni della tua gloria. Ti sembra degno che invece muoia Cratero?.
Perdicca si avvicin ancora di pi, tanto che le loro gambe si toccarono, e sussurr:
Certo che non mi sembra degno, e ancor meno se significa morire per te e per quella sgualdrina con i capelli rossi. Vedendo che Nestore rest senza parole, sorrise e aggiunse: S, dottore, lo so. Per quanto mi riguarda, dovreste affrontare voi due da soli quei romani, ma ormai non c' pi niente da fare.
Mentre loro discutevano a bassa voce, Cratero si rivolse ai quaranta uomini che sarebbero rimasti con lui.
A noi tocca la missione pi facile e rilassante, che si pu riassumere in una sola parola: lottare!. Poi si volt verso gli altri e disse: Cosa fate ancora qui? Andatevene subito!.
Prima di voltarsi per andare via, Perdicca sollev la lancia sulla testa e salut Cratero.
Finiscili presto, amico mio! Ci vediamo a Poseidonia!.
Mettimi una brocca di vino in fresco! E ora, via di qui!.
Nestore si era ammutolito per le parole di Perdicca, ma non poteva andarsene senza salutare Cratero. Mentre gli altri si avviavano verso sud a un leggero trotto, si avvicin un attimo al generale e gli strinse la mano.
 stato un onore conoscerti, Cratero.
Anche per me, Nestore, figlio delle tue stesse azioni. Salva il re e fai che il nostro sacrificio serva a qualcosa.
Stanotte, quando cenerai con le anime dell'Ade, generale, intervenne Mirmidone senza il minimo sarcasmo, puoi portare loro un messaggio da parte mia?
Quale?
Di' loro che non dovranno pi aspettare troppo Mirmidone. Buona fortuna per il tuo viaggio, generale!.
I due si voltarono e spronarono i cavalli per raggiungere gli altri. Nestore si accorse di avere gli occhi pieni di lacrime, ma forse era per la brezza del mare e l'aria della cavalcata.
Maledetto Perdicca. Era ovvio che Cratero non avesse nessuna voglia di morire, ma l'eleganza e il decoro esigevano un certo protocollo. Avrebbero dovuto insistere almeno tre volte per uno prima di decidere di delegare Perdicca e lasciarlo l. Ma ormai non c'era pi niente da fare: Cratero sarebbe morto su una spiaggia sperduta in un paese straniero.
Gli zoccoli dei cavalli nemici si sentivano gi come tamburi sempre pi vicini. Cratero si volt verso un ufficiale chiamato Polemone e gli disse:
Tu che ci vedi meglio di me, si distinguono gi le loro facce?
Ancora no. Vedo i cavalli e gli uomini, e basta.
Significa che stanno a pi di otto stadi. Fai mettere gli altri in riga.
In riga? Non a cuneo?
Oggi dobbiamo coprire il maggior terreno possibile, Polemone, non attraversare la formazione nemica.
Mentre i cavalieri formavano una lunga riga, Cratero guard a destra, dove si ergeva la parete nord del monte. Poi si gir verso i quaranta Compagni e cammin davanti a loro.
Vedete quanta distanza c' tra questa montagna e il mare? Non pu essere pi di uno stadio. Il luogo perfetto per fermare i nemici. Che dico perfetto? Cazzuto!.
I Compagni risero. Cratero era sempre stato bravo a dire le parolacce con grazia.
Uccidete pi cavalli che potete, figli miei. Se lo meritano meno di quei porci che portano in groppa, ma dobbiamo dare modo ai nostri compagni di scappare. Cratero guard verso nord. Ormai anche lui distingueva ogni singolo uomo. Erano molti, s. Pi del doppio di loro, forse il triplo. Si gir di nuovo verso i suoi. Macedoni! Compagni del Re! Compagni miei!.
Siamo con te, Cratero!, grid Lincestia, uno dei pochi nel gruppo che aveva combattuto a Gaugamela.
Queste saranno le nostre Termopili!, continu Cratero. Siete peggiori degli spartani?
Noooo!, ruggirono loro alzando le lance sulla testa.
Siete peggiori dei romani?
Noooo!.
Cratero fece pressione con il ginocchio sinistro sul suo cavallo per farlo girare e si mise di fronte ai romani. Abbass la lancia, proiettandola sopra le orecchie del corsiero e lo spron sui fianchi.
Avanti!.
Dicono che quando qualcuno sa che sta andando incontro alla morte, in un incendio, in un naufragio o anche in battaglia, tutta la sua esistenza gli passa davanti agli occhi. Nel suo caso, Cratero lo fece di proposito e, mentre avanzavano, pass in rassegna tutta la sua vita per decidere se valesse la pena finirla in quel modo. In fin dei conti non era stata cos male. Era arrivato a cinquant'anni senza avere malattie, a parte qualche ferita di guerra infettata. Aveva mangiato montagne di carne e bevuto fiumi di vino. Aveva avuto una moglie imperiale e se l'era spassata con bellissime donne. Aveva attraversato mezzo mondo vincendo battaglie per Alessandro, il pi grande tra i grandi, e aveva diviso la tenda e la tavola con i migliori soldati e generali della storia.
Solo una cosa rimproverava al destino: di non averlo fatto morire in una grande battaglia invece che in una scaramuccia, lui, che aveva comandato pi di quarantamila uomini in combattimento. Perdersi la lotta decisiva tra Alessandro e Roma.
Ma allora, quando i Compagni iniziarono a intonare il peana e i cavalli accelerarono il galoppo finch i loro zoccoli echeggiarono come il tuono, Cratero guard da una parte all'altra e si vide circondato da quaranta lance tese verso il nemico e quaranta volti decisi a seguirlo fino all'Ade. Guard di nuovo davanti a s e vide che i romani avevano rallentato, come se non potessero credere che una truppa cos esigua attaccasse loro, gli inseguitori. E allora decise di s, che valeva la pena morire con quei macedoni, con quegli autentici Compagni. Afferrando con forza la sua lunga lancia di legno di tasso, colp di nuovo con i talloni i fianchi del suo caval-
lo, apr la sua enorme bocca e grid con tutta la forza dei suoi pol-
moni:
Alxandros kai nike!.
Il giorno dopo la partenza delle legioni, all'ora in cui il Foro iniziava a riempirsi, si form un capannello di gente vicino all'edificio del Senato, davanti ai Rostri da cui gli oratori di rivolgevano al popolo nei comizi. Ma stavolta non c'era nessun console, senatore o tribuno della plebe a parlare. Sotto le prue delle navi strappate ai latini di Anzio vent'anni prima, qualcuno aveva infilzato una testa barbuta con uno spuntone di ferro. Al di sotto di essa, un cartello di legno diceva: cratervs alecsandri dvcs. I curiosi, donne, schiavi e uomini che non avevano pi l'et per servire nelle legioni, si accalcarono l intorno, e quelli che sapevano leggere informarono gli altri di chi fosse la testa appesa l. Quando si sparse la voce, le dicerie si deformarono e alcuni dissero che si trattava della testa di Alessandro in persona. Questo significava che Roma aveva vinto la guerra quasi prima che iniziasse, perch non era passato nemmeno un giorno da quando erano partite dalla Via Giunia le sette legioni che si dirigevano a sud per riunirsi ad Ardea con le sei portate dagli alleati.
Alcuni avevano iniziato ad avvicinarsi alla testa e a sputarle contro, quando una donna molto bella ed elegante, con il capo coperto, si fece strada tra la gente, aiutata da due robusti schiavi.  Giulia, dissero alcuni, la sorella di Gaio Giulio, e si domandarono che cosa avesse intenzione di fare.
Le mosche iniziavano gi a ronzare intorno al capo. Giulia le scans con la mano e, senza scomporsi, stacc la testa dal pugnale, si gir e la mostr ai curiosi.
Quest'uomo, Cratero il macedone, fu mio ospite, disse. Non permetter che si tratti con tale scherno chi ha condiviso il pane e il vino in casa di Gneo Cornelio Scipione, pretore di Roma. Questo sacrilegio non  degno dei romani.
Uno degli schiavi diede un sacco di pelle a Giulia, che vi ripose la testa e lo chiuse. Ci furono un paio di ruffiani, clienti del dittatore, che la insultarono e dissero che una donna non doveva immischiarsi in questi affari, ma gli altri li zittirono con fischi e spintoni. All'improvviso le parole di quella bella donna li avevano fatti vergognare, come se Giunone in persona fosse uscita dal proprio tempio sul Campidoglio per rimproverarli del loro comportamento. E quando se ne and portando la testa di Cratero sotto il braccio, tutti si spostarono al suo passaggio come le acque del mare tagliate dalla prua bronzea di una nave.

Lutto in famiglia.

Nella sala riunioni della grande tenda, i generali aspettavano e bisbigliavano come in una veglia funebre. Persino Meleagro sembrava confuso, senza sapere cosa dire. D'improvviso quelli che criticavano Alessandro si resero conto che, se lo avessero perso, non avrebbero saputo cosa fare senza di lui, smarriti in un paese straniero. Non era la prima volta che il re si trovava in grave pericolo: l'idrocuzione per essersi fatto il bagno sudato nelle acque gelate del Cidno, la ferita della freccia nella citt dei malli, l'avvelenamento a Babilonia. Ma non era mai successo alla vigilia di una battaglia.
Dobbiamo fare qualcosa, diceva Alceta. Se non si rimette....
Se non si rimette, cosa?, domand il cognato Attalo. Finisci quello che stavi dicendo.
Perdicca dice che i romani sono gi pronti per mobilitare l'esercito.
Da quello che sappiamo su di loro, in soli cinque giorni potrebbero arrivare in Campania, comment Glaucia con tono cauto.
Non si tratta della Campania!, disse Alceta. Se continuiamo a stare qui fermi ad aspettare che si rimetta o..., be', o non si rimetta, allora i romani non si fermeranno in Campania. Verranno fino a qui e....
Siamo per caso bambini che non sanno andare avanti senza di lui?, sbott Meleagro. Siamo macedoni, Alceta. Bastiamo e avanziamo per sconfiggere i romani senza Alessandro!.
Chi guider l'esercito?, domand Attalo, con velenoso sarcasmo. Tu, Meleagro?
Certo che potrei farlo, rispose. Vuot il calice di vino tutto d'un fiato e lo sbatt sul tavolo affinch un paggio glielo riempisse. Saprei farlo persino da ubriaco.
Non mi sarebbe venuto in mente nessun altro modo.
Chiunque tra noi potrebbe farlo!, disse Meleagro, alzando sempre di pi la voce e non badando alle parole di Attalo. Il lavoro lo fece gi Filippo quando cre questo esercito. Non suo figlio. Vuot di nuovo il calice e afferr il paggio per la tunica perch non si allontanasse e si risparmiasse il viaggio. Gli altri generali si scambiarono sguardi eloquenti, come tirando a sorte chi lo avrebbe trascinato fuori dalla tenda. Persino Eumene potrebbe guidarci!.
Il segretario reale, che stava scrivendo qualcosa sulla tavoletta di cera, alz lo sguardo e rispose:
Sicuramente potrei essere un generale migliore di te.  da tutta la vita che sto con Filippo e Alessandro, con la bocca chiusa e le orecchie aperte. Parlava con una veemenza che non ci si sarebbe aspettati da lui. Ho letto i lavori di Senofonte, di Tucidide e di Enea Tattico. Ho assistito a pi consigli di guerra di tutti voi messi insieme. Ho visto....
Ehi, ehi!, Alceta, che stava in piedi, si mise dietro Eumene, gli strinse le spalle e poi gli prese le orecchie con un gesto affettuoso che al segretario non fece per niente piacere. Anche il nostro cancelliere vuole giocare alla guerra.
Potreste gridare un po' meno?.
Si voltarono tutti verso la cortina che dava verso la parte della tenda riservata ad Alessandro. L si ergeva il fisico massiccio di Peucesta che li guardava con espressione severa.
Sembrate figli avidi che si stanno spartendo la sua eredit. Ma non c' nessuna eredit da spartire.
Che vuoi dire?, domand Alceta.
Alessandro si sta rimettendo.
Grazie ad Apollo, sospir Glaucia.
Fosse grazie ad Apollo o grazie alle doti curative di Nestore, Alessandro aveva recuperato la vista.
Ti vedo, Nestore, disse con un sorriso. Riesco a vedere il tuo viso. E hai una brutta cera.
Ringrazia Lisania che puoi vedermi, rispose il dottore.
Il sacrificio di Cratero sul monte Massico aveva dato loro pi tempo. Quella notte avevano riposato qualche ora, ma il mattino seguente il nuovolo di polvere era un'altra volta dietro di loro. Cavalcarono di nuovo, fino a sfiancare tre cavalli. Implacabile, Perdicca aveva lasciato indietro i loro cavalieri e aveva proseguito. A mezzogiorno, quando gi si vedevano le mura di Neapolis e il Vesuvio dominava tutto il paesaggio, la cavalleria romana era talmente vicina che potevano sentire le loro grida e i nitriti dei corsieri.
In quel momento era apparsa un'altra truppa a cavallo che arrivava da sud. Era pi numerosa degli inseguitori, ma a causa del polverone non potevano vedere se erano campani o altri romani e se venivano in loro aiuto o per sbarrare loro la strada. Ma quando suon il peana e videro ondeggiare lo stendardo di Efestione, capirono che quelli erano i Compagni. All'inizio Nestore aveva pensato che l'invasione della Campania fosse stata anticipata, ma quando i romani se la diedero a gambe e l'esiguo gruppo di fuggitivi si riun con la cavalleria macedone, capirono che Lisania era partito il giorno prima da Poseidonia con duecento Compagni e altrettanti tessali solo per andarli a cercare.
Ci non avrebbe significato riposo per Nestore. Quando seppe che Alessandro era prostrato a letto e che anche Cleopatra stava male, Perdicca si affrett a scegliere i trenta cavalli pi veloci e con quel gruppo torn a Poseidonia senza riposare, lasciando indietro gli altri con Clea. Nestore aveva usato il cavallo di un altro uomo, perch Pegaso stava al limite delle sue forze e se non avesse riposato almeno un giorno lo avrebbe sfiancato.
In quel momento, a essere sfiancato era lui. Non sapeva quanti stadi aveva percorso dalla festa a casa di Scipione, ma di sicuro erano infinitamente di pi delle scarse ore che aveva dormito. Gli faceva male ogni osso del corpo, aveva le cosce completamente scorticate e gli occhi gli si chiudevano da soli, ma quando vide che Alessandro riconosceva la sua faccia si sent ampiamente ricompensato.
Sempre che vedesse solo la sua faccia e non il segreto che custodiva al suo interno.
Dimentica tutto, pens Nestore, e porse ad Alessandro un bicchiere di aceto sul cui fondo riposavano delle palline che sembravano perle d'ambra.
Che cos'?
I persiani lo chiamano padzar, che significa contravveleno. In realt, aggiunse abbassando la voce, sono calcoli biliari di zeb.
Un antidoto? Mi hanno avvelenato di nuovo?
Stavolta no. Il tuo male  interno.
Gi, lo so che sta dentro la mia testa. Lo sento.
Ti ho curato con erbe e funghi molto forti.  una medicina pericolosa, ma, come il padzar, servono affinch questo male si riduca. Per questo hai recuperato la vista. Hai ancora mal di testa?
Ora no, disse Alessandro, mettendosi seduto sul letto. Nestore not come vibravano le fibre dei muscoli delle sue spalle. Il re era dimagrito.
Ti do una dieta molto ferrea per aumentare l'effetto di queste medicine. Voglio congelare questo male ed evitare che continui a nutrirsi del sangue che scorre nel tuo cervello.
Non potr mangiare carne?, domand Alessandro di buon umore. Va bene, se lo dici tu, diventer un pitagorico.
Nestore si ricord di Aristotele e del papiro che aveva per Alessandro. Ma pens che non fosse ancora il momento di darglielo.
Al contrario. A partire da adesso non dovrai pi mangiare pane o qualsiasi altro cereale e di frutta potrai assumere al massimo una mela al giorno. Di' addio ai legumi. In compenso, carne rossa in abbondanza: lombata di vitella, zampa di maiale. Deve essere molto grassa e devi mangiarla tutta.
Sar una dieta degna di Zeus, disse Alessandro riferendosi al mucchio di ossa avvolte dal grasso con cui Prometeo aveva ingannato il re degli di.
Mangerai anche formaggio di capra stagionato e condito con olio d'oliva, continu Nestore. Animelle di vacca, nocciole e noci, tuorli d'uovo. Anguilla, sesamo... ho fatto una lista e io stesso controller la tua dieta. Ti avverto che ci saranno cose meno gradevoli, come fegato crudo d'oca e d'anatra. Ho trovato anche un commerciante di Massalia che si chiama Pitea, e gli ho comprato una buona scorta di olio di fegato di merluzzo e uova di storione. Ah! E niente vino.
Nestore credeva che una quantit moderata non gli avrebbe fatto male, ma conoscendo Alessandro pens che fosse meglio proibirglielo drasticamente. Non gli disse nemmeno che se avesse seguito quella dieta per troppo tempo avrebbe potuto ammazzarlo. Ma bisognava andare passo passo. Prima guarire la malattia attuale, poi occuparsi di quelle a venire.
Hai visto mia sorella?, domand Alessandro. Non sta bene da giorni.
Nestore schiocc la lingua.
Le notizie non sono buone.
Alessandro cambi espressione. Aveva sempre avuto un debole per la sorella.
Ha perso molto sangue in questi giorni, continu Nestore. Le ho dato una medicina per fermare l'emorragia, ma  molto debole e ha la febbre alta. Sospetto che il feto sia morto dentro di lei, ma l'aborto non si  ancora completato. Temo di non poter fare niente.
Nemmeno tu?
Non sempre si possono sistemare le cose, Alessandro.
La casa era impregnata di silenzi e sussurri. Le schiave avevano portato i bambini in giardino per farli giocare, ma Neo era scappato dalle sorelle per rientrare dalla porta delle cucine. Anche se non era intelligente quanto Ego, non era nemmeno stupido, e sapeva benissimo che stava accadendo qualcosa di grave. Il patrigno era arrivato il giorno prima, ma era passato solo a dar loro un bacio e da allora non era pi uscito dalla stanza della madre, che era chiusa. Era anche venuto un uomo molto alto e biondo che a Neo risultava familiare e i servitori avevano sussurrato:  il dottore di Alessandro.
In quel momento la porta della camera era socchiusa. Neo la spinse ed entr in punta di piedi. Negli angoli c'erano varie serve, le pi vecchie stavano sedute e le giovani in piedi. Ogni tanto a qualcuna sfuggiva un singhiozzo, ma le altre sembravano dei mobili. Perdicca era seduto sul bordo del letto e teneva le mani della madre. Neo avanz poco a poco. All'improvviso si accorse che tutta quella situazione l'aveva gi vissuta. Ogni passo che faceva era pi lento del precedente, come se un ragno gigante avesse steso sull'alcova una rete invisibile e fitta. A ogni suoi passo, ora il piede sinistro e ora il destro, cap che il suo sogno si stava realizzando.
Neo..., sussurr lei con voce debole e allung una mano verso di lui.
Il suo viso era di cera e a Neo ricordava la maschera di Elettra che aveva visto in una tragedia di Euripide a Pella. Gli faceva paura. Voleva correre tra le sue braccia, ma era impigliato nella ragnatela invisibile e non osava nemmeno andare avanti perch sapeva che se si fosse avvicinato fino al letto e avesse baciato la madre, il sogno sarebbe finito e lei sarebbe morta.
La mano cadde inerte sulla coperta. Perdicca, che le stava accarezzando i capelli, le abbracci la testa con forza e inizi a singhiozzare. In quel momento, Neo sent qualcosa di inesprimibile. La ragnatela era scomparsa, strappata da un vento immateriale. E quel vento attravers il corpo di Neo, una brezza gelida che trascinava un debole sussurro, come l'eco di un addio tra le foglie di una quercia. Ecco fatto, pens. Allora seppe che quella che aveva appena sentito era l'anima della madre, portata da Hermes Psicopompo, custode dei morti.
Volevi vedermi, signora?.
Nestore entr in uno scompartimento riservato della grande tenda reale. Rossane stava seduta sopra dei soffici cuscini circondata da schiave. Con un cenno le cacci. Nestore rimase in piedi.
Come sta Alessandro? Star bene?.
Che fosse vero o meno, Nestore poteva dare solo una risposta.
S, mia signora. Si rimetter presto.
La tumefazione del suo cervello ormai non premeva pi tanto sotto al suo cranio, ma il male stava ancora l. L'unica cosa che Nestore cercava di fare con le medicine e con quella dieta draconiana era fermare il suo avanzamento. Sapeva che era impossibile distruggerlo e che se gli avesse aperto la testa per cercarlo avrebbe ucciso Alessandro, perch non si trattava di un ematoma come quello che aveva drenato a Lila, ma di qualcosa sepolto molto pi in profondit.
Sono contenta che lo tratti bene, disse Rossane, visto che non ho potuto avvicinarmi a lui in questi tre giorni. Ma mi hanno detto che non faceva altro che chiedere di te: Nestore, Nestore, portatemi Nestore. Chiunque direbbe che siete amanti.
Non capisco il suo tono, signora. Nestore la guard negli occhi con durezza. Non aveva avuto molte occasioni di parlare con Rossane in quei sei anni, perch Alessandro si era tenuto alla larga da lei il pi possibile. Comunque Nestore non era mai stato vittima del suo incantesimo. Forse perch lei non gli aveva mai dedica-
to nessuno dei suoi sguardi o sorrisi con i quali seduceva tutti gli
altri.
Non volevo offenderti, dottore. So bene chi  il suo amante. Lisania ha fatto quello che cercava di fare Efestione: tenerlo lontano da me. Sai che quel giovanotto ha dato l'ordine alle guardie e ai paggi di non lasciarmi avvicinare al letto n di toccarlo? C' per caso qualcuno di meglio che possa badare a un uomo di sua moglie?
Dipende, signora.
Lasciamo perdere adesso. Il fatto , Nestore, che so che hai un'amante nella famiglia reale. Ma non si tratta di Alessandro.
Ora s che Rossane gli rivolse un sorriso. Ma aveva ben poco di seducente; ebbe l'impressione che le stillasse veleno dai lati della bocca. Perdicca, pens. Quando aveva avuto tempo Perdicca di parlare con Rossane?
Non capisco cosa vuoi dire, signora, disse con meno convinzione di quella che gli sarebbe piaciuto fingere. Avrebbe dovuto esercitarsi di pi per le future negazioni.
Oggi  arrivata la siracusana.  poca cosa per un uomo della tua statura. Rossane si alz e gli si avvicin con passo ondeggiante. Pi ossa che carne, e quei capelli carota! Anche se dicono che la carota sia afrodisiaca. Forse sar per questo motivo.
Le tue insinuazioni non....
Io non insinuo niente, dottore. Io so. Rossane alz la testa per guardarlo in faccia. Era la prima volta che Nestore vedeva i suoi occhi cos da vicino. Enormi, neri, liquidi. Allora si rese conto che erano come due pozzi del male, un male che lui non arrivava a comprendere, cos dannoso che era capace di distruggere s stesso e pi oscuro delle tenebre del Tulliano.
Dove vuoi andare a parare?
 semplice. Per te  molto facile. Mi hanno detto che hai dato una dieta molto particolare ad Alessandro e che gli stai somministrando dei rimedi esotici. Mi segui?
Credo di non volerti seguire, signora. Nestore si gir e fece per andarsene.
Fermo!, proruppe lei.
Nestore rimase inchiodato sul posto. Lentamente, come se lo tirasse una forza invisibile pi potente della pietra di Magnesia, si gir verso Rossane. La battriana gli si avvicin di nuovo e gli mise la mano sulla nuca per obbligarlo a piegare il collo. Non sorrideva pi. Il suo respiro gli solletic l'orecchio quando sussurr:
Voglio che muoia. Volevo che morisse tanto tempo fa. In effetti, l'ho sempre voluto morto. Adesso che  cos debole non lascer che ne esca vivo. Stanotte stessa sprofonder ancora nel suo sopore e non si risveglier pi, mi hai capito?
Non lo far.
Allora Alessandro sapr quello che hai fatto con quella puttanella dai capelli color carota e sarai tu a morire.
Se deve essere cos..., disse Nestore deglutendo.
Accidenti, Rossane! Anche a te piace il dottore? Hai un gran successo tra le mogli di Alessandro.
La battriana si allontan da Nestore, ma molto lentamente, non con la celerit di una donna che si sente sorpresa e colpevole. Perdicca scans le strisce di cuoio della cortina ed entr nella stanzetta. Nestore not che il macedone aveva le spalle incurvate e anche gli angoli della bocca. Non gli serv chiederglielo per capire cosa fosse successo.
Vattene, dottore, disse Perdicca. Continua a badare al tuo re. Spero che tu sappia curarlo meglio di come hai fatto con la sorella.
L'ingiustizia delle sue parole era lacerante, ma Nestore prefer chinare la testa e andarsene da l. Aveva appena capito che tra quelle due persone, che non avrebbe mai messo in relazione tra loro, c'era un vincolo sinistro: all'improvviso molti pezzi nella sua testa andarono al loro posto.
L'ho sempre voluto morto.
Alessandro avrebbe anche potuto fare a meno di cavalcare con tanta fretta fino in Macedonia per trovare gli avvelenatori di Babilonia. Stavano molto pi vicino a lui.
Siamo soli, Perdicca, disse Rossane, con un sorriso lascivo. Era da tanto che non succedeva. Tranne nei miei sogni.
S, soli pi le duecento persone che ci saranno in questa tenda.
Possiamo essere silenziosi, disse abbracciandolo alla vita e avvicinando i suoi fianchi a quelli di Perdicca. Per la prima volta da quando la conosceva quel gesto non lo eccit.
Si sente tutto attraverso le pareti di tela, Rossane. Per esempio quello che stavi dicendo al dottore. Come hai fatto a sapere di lui e la siracusana?.
Lei continuava a strusciarsi e a fare moine. Ma Perdicca non si era mai sentito cos freddo in vita sua. Aveva mani e piedi congelati e il suo cuore era l'essenza del gelo.
Me l'ha detto tuo nipote. Un ragazzo molto bello e servizievole....
Perdicca l'afferr per le spalle e se la tolse di dosso.
Sei andata a letto con mio nipote?.
Di colpo cap certe reazioni di Gavane. Mi sembra una punizione indulgente per uno che ha cotto il pane nel forno del re, gli aveva detto lui stesso, e il nipote aveva abbassato la testa tutto rosso in viso. A quanto pareva, ultimamente c'erano molti panettieri che lavoravano nei forni di Alessandro.
Sei geloso?, domand lei divertita.
Deluso. Da lui. E anche da te. Perdicca fece un passo avanti e lei dovette cogliere qualcosa sul suo viso, perch indietreggi e il sorriso le si cancell dalla faccia.
Non capisco.
Che cos'hai fatto a mia moglie?
Niente! Perch dici questo?
 appena morta.
Rossane fece una tale espressione d'orrore che, se non avesse saputo che era un'attrice esperta, Perdicca avrebbe creduto alla sua innocenza.
Io non...! Ti giuro che... Quando  successo? Oh, Perdicca, mi dispiace molto!, esclam coprendosi la bocca. Perdicca le afferr i polsi e le tolse le mani dalla faccia.
Non ti  bastato uccidere Amitis?, borbott. Hai ucciso mia moglie. La sorella di Alessandro. La figlia di Filippo.
Rossane cap che stava in pericolo e apr la bocca per gridare. Perdicca gliela tapp con una mano, la fece girare e le prese il collo con l'altra. Anche se era entrato nella tenda senza avere una chiara idea di quello che le avrebbe fatto, sentendo i palpiti della donna sotto le sue dita, lo seppe.
Quell'intruglio che le hai dato, credevi che non me ne sarei accorto?.
Perdicca allent un po' la presa al collo, ma continu a premere per strozzarle la voce.
Non era veleno, ans lei. Era una pozione inoffensiva, lo giuro....
S, giuramelo, Rossane. Su chi me lo giuri?
Sulla cosa pi sacra, Perdicca. Non sono stata io. Te lo giuro su Ahura Mazda....
Perdicca la gir. Voleva guardarla negli occhi.
Non mi serve la tua parola, Rossane. Per te non c' niente di sacro.
Lei volle parlare, ma lui continu a stringere con tutt'e due le mani e con tutte le sue forze. Rossane lo colp sul petto, gli graffi le guance e i polsi mentre gorgogliava cercando invano di prendere aria. Perdicca sent delle voci alle sue spalle e qualcosa lo colp con forza alla testa. Vacill e cadde in ginocchio, ma trascin con s Rossane e continu a stringere.

Giochi funebri.

Il torneo di scherma inizi il 7 hyperberetaios. Sebbene non fosse previsto, si compose di pi prove: lotta, pugilato e pancrazio, corse podistiche e di carri, e anche concorsi di araldi e trombettisti, perch gli avvenimenti recenti avevano trasformato la competizione in una cerimonia funeraria. Alessandro stavolta non ricadde nelle stravaganze del lutto per Efestione: non ci furono piramidi in fiamme n il re ordin di dipingere di nero le pareti di Babilonia; non fece nemmeno digiuno, n si rotol nelle ceneri. Stavano in guerra. Il nemico non avrebbe avuto la delicatezza di aspettare altro tempo per rispettare il suo dolore.
La morte di Cratero aveva provocato commozione e timore nell'esercito. S, avevano Alessandro, ma bench lo vedessero passeggiare per l'accampamento, apparentemente sano, nessuno poteva togliere dalla testa dei soldati che il re fosse malato.
Brutto affare, dicevano i pi veterani, muovendo la testa con fare da esperti. Con Alessandro malato e Cratero morto, le canne posso diventare lance e le lance canne.
Alessandro aveva decretato che i giochi si celebrassero anche per Cleopatra. Nonostante era caduto in disuso concedere tanto onore a una donna, risultava difficile trovarne una che lo meritasse pi di lei: figlia, sposa e sorella di re e reggente lei stessa dell'Epiro per molti anni. Il discorso del famoso oratore ateniese Dinarco fece piangere tutti i presenti durante la cerimonia funebre, e furono lacrime sincere, perch Cleopatra era ben voluta, molto pi della madre, l'intrigante Olimpia.
Quella notte, sulla terrazza della sua residenza, Alessandro domand a Perdicca:
Cosa devo fare con te?.
Il capo dei Compagni stava davanti a lui scalzo, disarmato e vestito solo con una tunica senza cintura. Alessandro aveva insistito perch non gli legassero le mani, un ordine che aveva fatto aggrottare la fronte a Lisania. Quando Perdicca era rimasto incosciente, i paggi avevano dovuto aprirgli le dita con la forza per riuscire a liberare la gola di Rossane.
L'imbalsamatore aveva incontrato molte difficolt per sistemare l'aspetto della battriana. Cos bella in vita, dopo la morte il suo volto si era scomposto in un'espressione di paura e di odio che irrigidiva i suoi lineamenti come se fossero stati fusi in bronzo. A ogni modo, Alessandro le aveva rivolto solo uno sguardo e poi aveva ordinato di chiudere il catafalco.
Il giorno della morte di Rossane, Ossibace aveva fatto irruzione nella tenda di Alessandro. Quando aveva saputo che l'assassino era Perdicca, il battriano si era ostinato a dire che doveva vendicare lui stesso sua sorella, adducendo il diritto di sangue.
Quel diritto di sangue adesso appartiene a me, Ossibace. Ricordati che tuo padre affid a me Rossane. Ora sono io suo padre e i suoi fratelli, gli rispose Alessandro con freddezza.

Se fossi stato suo padre e i suoi fratelli avresti saputo proteggerla meglio!.
A Lisania sembr un'accusa meschina e ingiusta. Nel momento in cui Perdicca strangolava Rossane, Alessandro stava ancora a letto, malato. E chi poteva prevedere che il capo dei Compagni avrebbe assassinato la propria cognata? Ma Alessandro non si alter per le parole del giovane battriano.
Il Re dei Re non d spiegazioni a nessuno delle proprie azioni, Ossibace. Tuttavia, se vuoi venire a casa mia, domani ascolteremo Perdicca.
Che cosa c' da ascoltare?  un mostro! Che motivo aveva di uccidere mia sorella?
 quello che voglio scoprire, mio caro Ossibace.
Perci in quel momento erano l riuniti Alessandro, Peucesta, Lisania, Nestore, Eumene e Ossibace. C'erano anche l'ammiraglio Nearco, appena arrivato dalla Sicilia, e l'inquietante Mirmidone, che rimaneva in disparte rispetto agli altri e senza dire una parola.
Quindi? Che faccio con te?, ripet Alessandro.
Fai quello che vuoi. Ormai per me fa lo stesso, rispose Perdicca.
Aveva le braccia attaccate ai fianchi, le spalle incurvate e anche le guance erano all'ingi, come se l'et lo avesse sopraffatto all'improvviso. Lisania si ricord che quell'uomo aveva vent'anni pi di lui.
Di sicuro se lo impali e lo lasci agonizzare al sole per lui non fa lo stesso, sugger Ossibace.
So che amavi mia sorella, disse Alessandro, senza badare al battriano. So anche che la sua morte ti ha colpito molto, ma non posso concepire che ti abbia fatto perdere il senno fino a questo punto. Che cosa c'entra la morte di Cleopatra con il crimine che hai commesso? Un macedone, un Compagno che strangola una donna!.
Sicuro di voler sentire la verit?, domand Perdicca guardando Alessandro negli occhi.
Lisania trattenne il respiro. Il tono di Perdicca era ominoso quanto tutti i segnali di quegli ultimi tempi. Si diceva che due giorni prima un bue sacrificato aveva tirato fuori la lingua per leccare il proprio sangue dopo che gli avevano tagliato la testa; dopo i prodigi e disgrazie accadute, Lisania era disposto a crederci.
Certo, disse Alessandro. Parla.
Perdicca si sfog. Di fronte all'espressione stupita dei presenti, alcuni dei quali lo conoscevano sin da piccolo, confess di aver tradito il re andando a letto con la moglie e che i rimorsi lo avevano portato a cospirare contro di lui per avvelenarlo. Mentre ascoltava i dettagli della trama, a Lisania venne in mente il banchetto di Babilonia come se fosse stato celebrato la notte precedente. S, ricordava che Perdicca aveva a malapena parlato o toccato cibo, e non faceva altro che guardare per terra con aria colpevole. Persino quel gesto di assaggiare dalla coppa di Eracle prima per crearsi un alibi assumeva un nuovo significato.
E come si era impegnato affinch Lisania acciuffasse la ragazza con la rete d'argento e gliela consegnasse di persona! Chi, tra i presenti, era stato all'interrogatorio in cui mor Nina? Solamente Perdicca. La verit sulla congiura di Babilonia era morta con lei.
Tutto quadra.
Alessandro si gir verso di lui perci Lisania si rese conto di aver pensato a voce alta.
Certo che quadra, perch  la verit, disse Perdicca. Sto condannando me stesso. Che interesse avrei per mentire?.
Alessandro, seduto sulla sua scranna, aveva inclinato la testa e si accarezzava il mento. Per un attimo Lisania tem che avesse perso di nuovo la vista, ma era solo un'espressione assente.
Torno a ripetere, Perdicca. Che faccio con te? E tu, vuoi ancora impalarlo, Ossibace?, domand voltandosi verso il battriano, il quale si vergognava talmente tanto della sorella che fissava il pavimento e salmodiava qualcosa di incomprensibile.
 molto chiaro quello che devi fare con me, Alessandro, disse Perdicca stesso. Puoi uccidermi seduta stante o puoi farmi giudicare dall'esercito in armi e farmi giustiziare a lanciate.
La seconda opzione  inaccettabile. A questo punto,  meglio che la verit non si venga a sapere. Se Cassandro e Antipatro erano innocenti per questo crimine, erano invece colpevoli per altri. Quel che  fatto  fatto. Il re si alz in piedi. La storia del veleno non deve uscire da qui. Vi impongo di giurarlo su Zeus, Demetra e Poseidone.
Tutti, eccetto Perdicca, giurarono sulle divinit del cielo, della terra e del mare.
Anche tu, gli ordin Alessandro.
A che serve a questo punto?
Giura adesso, o dovrai giurare dopo quando sar troppo tardi!, grid il re afferrandogli il mento perch lo guardasse in faccia.
Va bene! Che Zeus, Demetra e Poseidone mi siano testimoni che non uscir dalla mia bocca nessuna parola su questa faccenda.
Alessandro lo lasci e si volt verso la balaustrata della terrazza. La luna in quarto crescente si avvicinava al suo zenit bagnando di un colore grigio acciaio dei pezzetti di nuvole che galleggiavano sotto di lei. Icaro ci avrebbe messo altre cinque notti a rispuntare nel cielo.
Rossane  morta asfissiata, disse Alessandro senza girarsi. Gli altri si guardarono senza capire: ovvio che fosse morta asfissiata. Ma il re continu: La commozione che prov quando seppe della morte della cognata e amica Cleopatra fu tale che si strozz con un pezzo di carne che stava mangiando. Nestore, aggiunse voltando-
si verso il dottore, arriv tardi per salvarla perch stava assisten-
do me.
E questo  tutto? Che cosa succeder con lui?, domand Ossibace indicando Perdicca.
Per il momento niente. Rimane tutto in sospeso finch non ci scontreremo con i romani. Il morale dell'esercito  a terra. Mia sorella e Rossane erano molto popolari. Ma temo soprattutto la loro reazione per la perdita di Cratero. Non posso fare a meno di un generale come Perdicca. Continuer a essere il capo dei Com-
pagni.
Non me lo merito, Alessandro, disse Perdicca con voce debole.
Certo che non te lo meriti! Ma lo farai e mi aiuterai a vincere questa battaglia. Si gir verso gli altri con occhi febbrili. Tutti mi aiuterete a vincere questa battaglia. Stai con me, Ossibace?
S, annu lui.
Bene. Sei in debito con me. Tua sorella ha provato a uccidermi.
Hai ragione.  un disonore per la mia famiglia, disse il battriano abbassando la testa. Se fosse viva, l'ammazzerei io stesso. Ma ormai non posso pi fare niente.
Tutti potete fare qualcosa. Tu, amico, disse avvicinandosi a Ossibace e stringendogli la spalla, mi aiuterai a risollevare il morale dell'esercito.
Non ci posso credere che sia arrivato fino a qui, disse Demetrio.
 la quinta volta che lo dici, rispose Gorgo.
Stavano al bordo dell'arena, la struttura di legno che era stata costruita per la gara di scherma e forse, sospettava Demetrio, anche per tenere impegnati i carpentieri e i soldati di fanteria leggera che l'avevano montata. A fatica avevano ottenuto un posto l in basso, appoggiati alla transenna di legno che delimitava la grande palestra; e di questo Demetrio era molto contento perch i cinque piani degli spalti scricchiolavano troppo per i suoi gusti. Poseidonia e i suoi dintorni erano talmente pianeggianti che non c'era modo di trovare pendii naturali come quelli del teatro di Epidauro o la Pnice dove si riunivano le assemblee di Atene, quindi alla fine avevano dovuto costruire quel'anfiteatro circolare per i giochi.
Demetrio si mise la mano a mo' di visiera perch il sole iniziava a calare. Gorgo aveva ragione, era la quinta volta che diceva la stessa cosa quel giorno. Poteva credere, controvoglia, che il fratello si fosse classificato nei turni di eliminazione del giorno prima. Era anche concepibile che quel giorno fosse tra i trentadue migliori spadaccini dell'esercito di Alessandro. Ma da l in poi quello che era successo entrava nel terreno del miracoloso, come il prodigio del bue che aveva leccato il proprio sangue dopo essere stato decapitato.
Demetrio non era presente a quel portento, ma era comunque pi disposto a credere a quell'episodio che ad accettare quello che vedevano i suoi occhi. Quel giorno Euctemone aveva vinto, in quest'ordine, un macedone della falange, un mercenario dell'Arcadia e uno spartano. Poi, nell'ultimo combattimento, aveva vinto per cinque punti a tre un fromboliere rodiese abile e sfuggente come una lucertola.
E ora stava l di nuovo, con il suo scudo e la sua lunga spada di legno, che camminava tra le due strisce di sangue di cinghiale che delimitavano il terreno della lotta. Le vittorie non gli avevano reso pi aggraziato, perci camminava come sempre, come se stesse cercando una dracma per terra.
Ma come, non vuoi che vinca?, gli domand Filo.
Cerco che voglio, rispose. Il fatto  che lo vedo cos vicino.... Che ho paura di un brutto tiro del destino, aggiunse tra s.
Il finalista che avanzava verso Euctemone non era un rivale qualsiasi, bens Peucesta, capo degli ipaspisti, Compagno e Guardia del Re, l'uomo che aveva protetto Alessandro con il proprio scudo. Un guerriero dal portamento omerico, una massa di muscoli.
Guardate!, disse Ciclope indicando la tribuna della zona ovest. L si sedevano i generali e i familiari dei defunti, compresi i tre figli di Cleopatra. Ma il posto di Alessandro era vuoto. In qualche momento, forse approfittando dello scompiglio causato dall'entrata dei finalisti nell'arena, se ne era andato.
Perch non  rimasto a vedere questa sfida?, si domand Demetrio.
Nessuno vuole dire la verit, sentenzi Ciclope, ma Alessandro  malato. Molto malato.
Zitto o ti cavo l'altro occhio, lo minacci Gorgo.
Gli araldi portarono all'interno dell'arena uno splendido corsiero castano e una mula sulla cui groppa c'era l'armatura destinata al vincitore. I duemila ipaspisti acclamarono il nome di Peucesta e il resto del pubblico fece loro eco, perch erano stati tutti contro Euctemone sin dal primo momento e in ogni combattimento avevano inventato soprannomi allusivi alla poca grazia dei suoi movimenti. Leonnato, che per l'occasione si era dato una sistemata con una corazza e una falda puliti, si gir verso i suoi uomini.
Che succede, soldati?, domand il capitano. Lasciamo che quei leccati degli ipaspisti ci superino con le loro voci? A noi?.
In quel momento i cinquecento membri del battaglione di castigo iniziarono ad acclamare il loro campione gridando Eute, Eute e facendo risuonare con forza la u finale della prima sillaba, come tube metalliche. Gli spartani, vicini a loro, vennero contagiati e incitarono Euctemone, che aveva battuto il loro schermidore. Abituati a votare nelle proprie assemblee gridando e non per alzata di mano, avevano buoni polmoni e non si lasciavano zittire da nessuno, perci il combattimento inizi con un piccolo vantaggio morale per l'ateniese.
Quel vantaggio fin presto. In pochi secondi, Peucesta era riuscito a toccare Euctemone due volte, la prima a un fianco e la seconda a un braccio. Demetrio aveva notato che Peucesta lottava con una violenza incredibile, usando colpi forti e profondi da intimidire il rivale; il taglio che aveva preso il fratello gli aveva fatto cadere la spada ed Euctemone aveva fatto qualche passo indietro tenendosi il gomito.
Ce lo ha mutilato, disse Filo.
Il nome di Peucesta dominava ormai tutto l'anfiteatro, anche se gli Agriopaides continuavano a incitare Euctemone. Questi si era messo in ginocchio, di spalle a Peucesta, che faceva gesti allusivi toccandosi la testa, provocando le risate del pubblico.
Non lo ha mutilato, rispose Demetrio. Sta come sempre.
Euctemone doveva aver pensato che la sua geometria della spada avesse un difetto e quindi stava disegnando figure nella sabbia con il dito. Secondo Demetrio, il difetto era che nessuna formula era utile quando si affrontava un Eracle redivivo come Peucesta.
Ormai ha iniziato, disse Gorgo, possiamo stare qui ad aspettare finch non arriveranno i romani.
Per una volta, Euctemone dovette accontentarsi del risultato al primo tentativo, perci si rialz. L'arbitro fece riprendere il combattimento. Demetrio si accorse che Euctemone aveva cambiato postura: stava quasi di lato e con le gambe un po' flesse, come se volesse sparire dietro lo scudo. Quando Peucesta gli sferr un colpo di taglio verticale, Euctemone lo anticip, avanzando e interponendo tra loro lo scudo in un modo tale che le dita del macedone si scontrarono con il bordo di legno e il movimento mor prima di prendere abbastanza impulso. Nello stesso momento sferr con la sinistra un colpo di taglio che la lunghezza del suo braccio e la forza del suo polso trasformarono in una frustata folgorante; in questo modo tocc Peucesta nell'interno della caviglia destra.
Il macedone indietreggi zoppicando. Il grido Eute, Eute torn a risuonare tra gli Agriopaides e gli spartani, compresi anche alcuni spettatori di altre zone, decisero di unirsi a loro.
Forza, Demetrio, gli disse Gorgo, stringendogli il braccio. Il premio pu ancora essere vostro.
Preferisco non sognare, rispose lui, stringendo talmente tanto i pugni che le nocche gli diventarono bianche.
Poi, quando la lotta stava tre a tre, inizi a serrare i denti e a digrignarli, e quando i contendenti erano pari quattro a quattro, chiuse direttamente gli occhi. Peucesta aveva preso tutte le volte Euctemone sul corpo, mentre Euctemone lo aveva colpito sempre alle gambe, e gli aveva fatto persino una ferita sul ginocchio, perci il capo dei macedoni si muoveva con pi goffaggine.
Non ce la fa, non ce la fa con le gambe, diceva Gorgo, mentre Demetrio pregava tutti gli di dell'Olimpo con la fronte contro la ringhiera di legno. Non riesce... Oh, no! Oh! Santa Demetra!.
Cos' successo?, domand Demetrio aprendo gli occhi.
Abbiamo vinto! Abbiamo vinto!, gli disse Gorgo abbracciandolo.
Quando riusc a liberarsi da Gorgo e a vedere qualcosa, il fratello stava ricevendo gli applausi da tutto l'esercito con un braccio in alto; non perch lo avesse alzato lui, ma perch lo stesso Peucesta gli aveva sollevato il polso perch ricevesse l'omaggio.
 incredibile, incredibile, dicevano tutti intorno a lui. Leonnato in persona and a complimentarsi con Demetrio; poi gli si avvicin per congratularsi anche Cerdida, la prima vittima della scherma del fratello.
Tra le lacrime, Demetrio vide Euctemone avvicinarsi, trascinando i piedi, alla tribuna, dall'altra parte dell'arena, dove Perdicca scese a stringergli la mano e a consegnargli il premio. Quattro talenti in pi del valore del corsiero, pens Demetrio. Quanto poteva essere? Ad Atene aveva visto vendere un cavallo per settecento dracme, e non era nemmeno lontanamente bello come quello, tanto meno cos alto. Magari potevano ottenere fino a duemila dracme.
Perdicca ascolt quello che gli disse Euctemone e poi chiese all'araldo di avvicinarsi. Questi, che nonostante si chiamasse Menippo era conosciuto come Stentore per la potenza della sua voce, annunci:
Il nobile Perdicca mi comunica che vi dica quanto segue, oh macedoni e greci tutti! Il vincitore del torneo di spada, Euctemone l'ateniese, figlio di Democare, ha deciso generosamente di regalare a un'altra persona l'armatura e il corsiero che gli spettano!.
Tutte le voci si zittirono, nella speranza di conoscere a chi avrebbe ceduto il premio. Demetrio, che si era gi asciugato le lacrime, sent che gli si formava un nodo in gola quando vide l'araldo avvicinarsi portando per le briglie il bellissimo cavallo leardo, mentre uno staffiere guidava la mula dalla cavezza. Euctemone camminava dietro di loro, guardando a terra.
Questo ricompensa tutto, sussurr Demetrio ricordando tanti dispiaceri per aver difeso il fratello.
Quando Stentore si trovava a poco pi di tre passi, Demetrio si chin per passare sotto la barriera e abbracciare il fratello. In quel momento l'araldo domand:
Chi di voi  Gorgo?.
Demetrio rimase pietrificato, con la testa che sfiorava il palo di legno. Lentamente si rialz e si gir a guardare Gorgo, che a sua volta lo guard a bocca aperta, come se volesse chiedergli scusa. Poco a poco dovette cominciare farsi strada nella sua mente la comprensione di ci che stava accadendo, perch la sua espressione divent un'enorme sorriso, alz le braccia e lanci un grido selvaggio di allegria. Gli altri Agriopaides la fecero passare al di sopra della ringhiera e Gorgo corse verso Euctemone. Un vociare assordante misto a risate risuon nell'anfiteatro quando il vincitore della prova si lasci abbracciare da una donna senza il minimo accenno di cingerla a sua volta con le braccia. Euctemone era diventato l'eroe della folla per due motivi che Demetrio non avrebbe creduto, anche se glielo avesse raccontato Aletheia, la dea della verit: per aver vinto in un vero esercito e per aver rinunciato a qualcosa che era suo.
Non ci posso credere, bisbigliava Demetrio. Non  giusto. Non pu farmi questo.
Lo stupore gli aveva prosciugato gli occhi e gli aveva fatto montare il sangue alla testa. Torn al suo posto e poggi il mento sulla ringhiera con aria malinconica. Lo sapeva che Tiche gli avrebbe fatto uno scherzo. Era come Edipo, che si era creduto il pi felice degli uomini proprio un attimo prima di scoprire che aveva sposato sua madre dopo aver assassinato il padre. Come se non bastasse, Gorgo gli si avvicin e gli sussurr all'orecchio:
Dopo questo regalo, credo che dovr dare una gioia a tuo fratello, non ti pare?.
Lo spettacolo non era ancora finito. Mentre i soldati intorno a Demetrio gli davano pacche sulla schiena e gli facevano le condoglianze cercando di contenere le risate beffarde, Stentore annunci che per concludere e come omaggio al grande Cratero e alla virtuosa Cleopatra, i nobili catafratti di Persia avrebbero combattuto in un torneo tra due quadriglie di cavalieri.
 andata bene. Vero?.
Demetrio alz la testa. Il fratello lo stava guardando in faccia, anche se subito dopo distolse lo sguardo. Ma non perch si sentisse in colpa, visto che stava sorridendo, o qualcosa di simile. Demetrio si rese conto che il fratello era solo vagamente cosciente di quanto era successo e di quello che significavano la sua vittoria e il suo gesto.
S, Eute, gli disse.  andata molto bene. La tua geometria funziona.
I catafratti entrarono nell'arena, con le loro armature e quelle degli enormi cavalli appena lucidate. Si divisero in due righe da sei. La prima si schier nella parte nord dell'anfiteatro, alla destra di Demetrio, facendo ondeggiare sulle lance gli stendardi solari di Ahura Mazda. La seconda, a sud, sfoggiava pennoni rossi con la stella degli Argeadi. In realt, Demetrio sapeva bene che erano tutti persiani. O medi, o battriani. Lui, che non era mai stato in Asia, non era esperto di quelle differenze.
Sono parti, disse Ciclope alla sua destra.
Non tutti, disse Filo. Alcuni vengono dalla Carmania.
Comunque sia, era impossibile saperlo, perch gli elmi impennacchiati erano pi chiusi persino di quelli corinzi e non lasciavano vedere i loro visi. A un segnale di tromba, i dodici si attaccarono. Malgrado la distanza fosse breve, i corsieri presero una velocit considerevole, ma invece che urtarsi di fronte, le due righe s'incrociarono e i cavalieri cercarono il corpo degli avversari con le lance. Erano lunghe come quelle dei Compagni, ma ancora pi spesse; inoltre, non avendo bisogno degli scudi, le impugnavano con entrambe le mani: usavano la destra per reggere l'asta e la sinistra per guidare la punta, e la mettevano di traverso sul dorso del cavallo o la facevano passare tra le sue orecchie. Sebbene le lame fossero smussate e coperte da custodie di cuoio, quando si scontravano tra loro o con l'armatura dell'avversario risuonavano con un clangore metallico, come il rintocco di una campana.
Quando il primo combattente cadde di spalle per un sonoro colpo nel fianco, il pubblico proruppe in applausi. Il cavallo addestrato, torn a recuperare il suo cavaliere, che si aggrapp alle redini, si alz in piedi con un certo sforzo e si ritir dalla gara.
Gli altri si allontanarono dopo essersi scambiati qualche altro colpo, trottarono fino agli estremi dell'anfiteatro, fecero dietro front e si attaccarono di nuovo, stavolta sei contro cinque. Ci furono altre tre cadute nella prima carica. Poi, i sopravvissuti restarono a lottare, cercando di dare stoccate agli avversari o farli cadere con fendenti o mulinelli. Demetrio sospettava che in tutte quelle evoluzioni ci fosse pi coreografia di quanto sembrasse; ma nonostante quei movimenti fossero stati provati, i colpi risuonavano come martellate e, per quanto imbottite potessero essere le tuniche che avevano sotto, le cadute dovevano per forza essere dolorose.
Ben presto il pubblico scelse due favoriti, un Argeada che montava un enorme cavallo nero e un cavaliere di Ahura Mazda in groppa a un corsiero bianco. Entrambi sconfissero i propri rivali e infine, come i gemelli Eteocle e Polinice nell'opera I sette contro Tebe, rimasero soli uno di fronte all'altro.
Le lance erano ormai distrutte, perci entrambi sguainarono spade lunghe due cubiti che rilucevano al sole del pomeriggio. Si supponeva che i fili fossero smussati, ma sembrava che fosse un duello a morte per la ferocia con cui si attaccavano. I colpi sprigionavano scintille, e anche i cavalli avevano iniziato a lottare tra loro, spingendosi con la testa e il collo come due montoni gelosi. Infine, l'Argeada impugn la sua arma con entrambe le mani e sferr un tremendo fendente sull'elmo dell'avversario. Quest'ultimo moll la spada e poi, stordito, scivol lungo il fianco del cavallo e lasci cadere le ossa e le placche di ferro e bronzo per terra. La gente si alz in piedi e acclam il cavaliere che esibiva la stella di Macedonia.
Che differenza fa se anche lui  asiatico?, disse Gorgo, con le mani poggiate sul mucchio di armi che aveva appena vinto senza scomporsi.
La gente  fatta cos, rispose un altro veterano in tono filosofico, senza specificare troppo in cosa consistesse essere cos.
Il catafratto caduto si alz con l'aiuto dei suoi compagni, si tolse l'elmo e salut con il braccio alzato.
 il principe Ossibace. Ma chi sar l'altro?, domand Filo. Anche gli altri catafratti si scoprirono il volto e mostrarono le loro barbe ricce, alcune erano dorate, ma la maggior parte erano nere. Indicarono tutti il vincitore, che iss la spada sulla testa.
Lo sapremo a breve, disse Demetrio, che ebbe un presentimento quando vide che il cavaliere inguainava la spada, si portava le mani all'elmo e se lo toglieva.
Ci fu un istante di silenzio in cui si sarebbe potuto sentire un obolo cadere. Poi, quando tutti riconobbero i capelli biondi e il viso senza barba del loro re, la folla esplose in un ruggito unanime che fece sembrare piccole tutte le ovazioni precedenti. Sia i soldati che i civili, uomini, donne, greci, macedoni e barbari applaudivano, fischiavano e colpivano qualsiasi cosa avessero in mano e che potesse far rumore.
Alxandros! Alxandros! Alxandros!.
Il re fece fare una corvetta al suo enorme corsiero, che non era altri che Amauro, e poi fece un giro dell'anfiteatro per ricevere gli evviva dell'esercito. Al suo passaggio cadevano rami e corone di fiori, e mano a mano che si avvicinava a qualsiasi zona delle gradinate il clamore cresceva sempre di pi, come il ruggito del mare in tempesta.
Vedete che non  malato?, disse Ciclope, dimenticando che poco prima aveva detto tutto il contrario.
Il re si avvicin a loro. In groppa ad Amauro sembrava un gigante, un incrocio tra Apollo e Ares sceso dall'Olimpo.
Complimenti, Euctemone, per la tua vittoria e per il tuo gesto. La prima  propria di un buon soldato. Il secondo  degno di un re.
Grazie, Alessandro, rispose Euctemone, sostenendo il suo sguardo per tutto il tempo che pot.
Venite nella mia tendo dopo. Il vostro periodo di punizione  finito.
Non capisco, disse Demetrio.
Meleagro non si azzarder a fare niente contro di voi, rispose Alessandro, guardando Demetrio. Tuo fratello  troppo prezioso per rischiare. Vi sistemer con gli altri scienziati della spedizione. E rivolgendosi di nuovo a Euctemone aggiunse: Dovrai solo sopportare Dicearco.
Ormai faccio parte degli Agriopaides, rispose Euctemone, guardando a terra. Ma subito dopo alz gli occhi e fiss il viso del re nel tempo sufficiente per dire: Voglio combattere al fianco dei miei compagni.
No, no, per favore, un'altra delle sue no. Demetrio supplic qualunque divinit che lo volesse ascoltare.
Evviva il Matto!, grid un ufficiale.
Gli altri Agriopaides acclamarono Euctemone, lo circondarono, gli diedero pacche sulla schiena e gli scompigliarono i capelli. Lui sub tutto con gli occhi fissi a terra, eccetto qualche sguardo fugace a Gorgo.
Il re rimase a pensare un istante e poi acconsent.
Non so da quali strani impulsi tu sia posseduto oggi, figlio di Urania, ma forse possono essere di buon auspicio per il futuro di tutti. Combatti con i tuoi compagni, visto che  ci che desideri. E anche tu, Demetrio.
Ci detto con aria magnanima, Alessandro fece dietro front e torn al centro dell'arena.
Io non gli ho chiesto di combattere con i miei compagni, disse Demetrio per s.
Ma nessuno lo sent. Tutti, anche gli emarginati Agriopaides, acclamavano il loro re e il grido era unanime:
a roma! a roma! a roma!.

La battaglia del Vesuvio.

14 settembre, 12 hyperberetaios.

L'esercito di Alessandro si era accampato nei dintorni di Pompei. Come Poseidonia, quella citt era stata fondata dai coloni greci e poi conquistata dai sanniti che avevano finito per subire un processo di ellenizzazione simile a quello dei loro vicini del sud. Non era molto prospera, arrivava infatti a malapena a quattromila abitanti, ma disponeva di un buon porto alla foce del fiume Sarno, dove attracc la flotta macedone dopo aver doppiato il promontorio di Pitecussa, mentre il grosso dell'esercito attraversava a piedi lo stretto sentiero che portava dalla valle di Poseidonia alla Campania.
La mattina dopo il suo arrivo, Alessandro ordin all'esercito di allinearsi come in battaglia e lo schier nella pianura che si estendeva tra il Vesuvio e il monte che avevano deciso di chiamare Encelado. Tutte le unit occuparono i posti prestabiliti; agli Agriopaides tocc l'ala sinistra, come forza di riserva. Il plotone di Gorgo si schier nella quinta fila a partire da destra. Era la prima volta che Demetrio la vedeva armata di scudo, corazza di cuoio e placche di bronzo, elmo di cinghiale e un sacchetto di pelle appeso al collo, al cui contenuto preferiva non pensare. Chi non sapeva la verit avrebbe dovuto avvicinarsi parecchio a lei per capire che era
una donna.
Gorgo aveva premiato la generosit di Euctemone mettendolo al secondo posto della fila e, per non separare i fratelli, Demetrio lo aveva collocato al terzo. Erano molto vicini alla zona del massacro, un onore al quale Demetrio avrebbe rinunciato volentieri, ma che Euctemone aveva preso molto sul serio. Da quando aveva detto ad Alessandro che voleva combattere con i suoi compagni, gli era subito preso un fervore guerriero, per il dispiacere di Demetrio, che avrebbe preferito stare pi vicino alle ultime file nel caso in cui le cose si fossero messe davvero male.
Per lo meno, da l sperava di vedere qualcosa del campo di battaglia, ma se allungava il collo per affacciarsi al di sopra della spalla del fratello l'unica cosa che vedeva erano le schiene del sesto battaglione di sarisse. Demetrio domand a Ciclope, l'uomo che aveva a destra, se pensava che s'ingaggiasse la battaglia quel giorno stesso.
No, sicuramente no, rispose lui, anche se dopo il suo commento sulla malattia di Alessandro e la facilit con cui aveva ritrattato, Demetrio non si fidava del tutto del suo tono assertivo. Il tizio con lo scudo mi ha spifferato che i romani sono arrivati molto tardi nella zona in cui sono accampati, perci dovranno schiacciare un bel pisolino prima di combattere.
Ma comunque Demetrio era preoccupato. Davanti a loro si sentivano urla e strombettate, e i nitriti dei cavalli erano costanti. Ma di fronte a s continuava a vedere sempre le stesse cose: schiene, sarisse, soldati di fanteria leggera e cavalieri che passavano tra la falange e gli Agriopaides correndo da una parte all'altra, non si sapeva bene se per rinforzare un'unit in difficolt, per portare messaggi o semplicemente perch si annoiavano. Da dentro una formazione, con i cimieri e le lance dei compagni che gli coprivano la visuale, si rese conto che niente sembrava avere un senso.
Allora esplose un gran voco e si sent lo strepito delle armi che sbattevano le une contro le altre.
 gi iniziata, disse sussultando.
Questo non  niente, replic Ciclope.
Pirro, il soldato alla sinistra di Demetrio, assent.
Sono quelli davanti che stanno battendo gli scudi contro le lance. Sar passato Alessandro davanti a loro e vogliono impressionarlo. Quando inizieranno a picchiare per davvero, avr un altro suono.
 vero, pens Demetrio. Quel rumore era troppo ritmico.
Pass la mattinata con il cuore stretto in una morsa per i falsi allarmi. Ci fu un momento in cui cap perch gli Agriopiades avessero caricato contro il nemico senza obbedire ad alcun ordine: stare l fermo, a cuocersi al sole sotto tanti strati di lino e metallo, senza sapere non solo che cosa sarebbe successo, ma nemmeno che cosa stava succedendo in quel momento, era da impazzire.
Non preoccuparti, gli disse Ciclope vedendolo nervoso. Quel macedone guercio poteva sembrare un po' pesante e sentenzioso, ma sapeva anche essere un compagno comprensivo. Anche se i romani dovessero accettare la battaglia, con un po' di fortuna, noi non combatteremo.
Un po' di fortuna? Solo un po'?, domand Demetrio.
In una battaglia campale, e io ne ho gi fatte... fammi pensare. Sei. No, sette, contiamo pure quella di Tripoli, anche se ero talmente ubriaco che non me la ricordo. Quindi dicevo, in una battaglia campale la maggior parte dei soldati non arriva a toccare il nemico, tanto meno a vederlo in faccia.
Vede solo il culo dei compagni, intervenne Pirro.
Che  quello che piace a te, disse Ciclope. Ma sono i capi a prendersi tutto il divertimento... e paga doppia, ovvio. Anche se stavolta, siccome mi hanno messo cos avanti,  possibile che veda qualche azione.
Allora come ti sei fatto quello?, domand Demetrio indicandogli l'occhio.
Una freccia vagante. Che sfortuna. Quella bastarda aveva delle punte ritorte alla fine che per tirarla fuori mi sono portato via tutto l'occhio.
Demetrio fece una faccia schifata, ma voleva saperne di pi.
Non avete ucciso nessuno in battaglia? Pensavo che tutti i veterani avessero tanti morti alle spalle.
Pirro e Ciclope si scambiarono un'occhiata e si strinsero nelle spalle.
Ascolta, gli spieg Ciclope. Se in una battaglia tra cento macedoni e cento romani muoiono venti romani, che gi sarebbe una sconfitta disastrosa per loro, i cento macedoni diranno che tutti si sono sporcati di sangue. Adesso dimmi, a quanti assassini tocca ogni povero romano? A cinque, nientemeno.
In quel momento, nell'avanguardia suon uno squillo di tromba che si ripet in tutte le unit. Leonnato, che era da un po' che parlava davanti alla formazione con Grilo e con un tracio che sembrava stesse facendo da corriere, si gir e disse loro di fare dietro front e tornare all'accampamento a plotoni.
Fu un anticlimax per gli Agriopaides, e Demetrio percep pi frustrazione che sollievo tra quelli che gli stavano intorno. Lui, dal canto suo, si sentiva come se gli avessero dato un giorno in pi di vita, sebbene provasse anche una strana delusione mista all'inquietudine di sapere che il giorno dopo sarebbe successa la stessa cosa. Mentre tornavano indietro, chiese a Filo se avesse mai ucciso qualcuno in una battaglia campale. Il macedone gli rispose che non ne era sicuro, sapeva di aver ferito vari nemici, ma non li aveva visti morire davanti a s.
Allora non hai ucciso nessuno?
Non ho detto questo, rispose senza smettere di masticare mastice. Non tutte le morti avvengono in battaglia. Per Alessandro abbiamo dovuto fare cose molto difficili a volte.
Demetrio prefer non insistere.
All'accampamento, dopo un pasto frugale, li obbligarono a esercitarsi. I soldati si lamentarono e insultarono le madri di tutti i superiori dell'esercito, da Gorgo ad Alessandro, senza perdonare, ovviamente, Leonnato. Ma erano contenti di avere qualcosa da fare e di sudare per tenere in esercizio le membra invece che per dover stare fermi al sole. Due paggi avevano portato ordini scritti a Leonnato e poi era arrivato Peucesta in persona a parlare con lui.
Allineatevi per quattro, baccal!, disse loro il capitano. Oggi bisogna provare la manovra di ripiegamento.
 molto semplice, capitano!, sbott Cerdida. Mettimi una pompeiana nuda di dietro e vedrai come ripiego bene!.
Si dovette aspettare che gli spiritosi del battaglione facessero le loro battute, con riferimenti soprattutto a ogni tipo di movimento verso dietro e da dietro. Ma poi dopo si addestrarono a dovere. Non si sa mai, aveva detto il capitano; perci molti, come Ciclope, avevano pensato che Alessandro vedesse la situazione molto pi nera di quello che i suoi comandi volevano far capire. Comunque la manovra in s era utile, perch una formazione serrata di opliti non avrebbe mai subto una percentuale schiacciante di perdite se avesse mantenuto compatti i ranghi; i veri disastri si verificavano solo quando c'era una fuga disordinata o il nemico realizzava il sogno di qualsiasi generale, ossia una manovra di accerchiamento, com'era successo a Maratona quasi per caso quando gli ateniesi sconfissero gli invasori persiani.
Era strano esercitarsi in file da quattro, perch normalmente si schieravano in file da otto o sedici in profondit. Ma cos era molto pi semplice arretrare. Per aiutarli, un tamburo scandiva i passi. Un rapido rullo, ratatat, indicava di stare sull'attenti, poi due sonori colpi, dumm, dumm, significavano un passo indietro con la gamba destra e un altro con la sinistra. Scoprirono che era pi pratico che l'uomo della quarta fila si girasse e avvisasse i compagni di buche o di ostacoli lungo la strada.
Che porcata avranno in serbo per noi ora?, si lament Cerdida in un momento di riposo.
Zitto, che non hai mai combattuto con noi e non sai cosa sono le vere porcate, disse Filo. Non mi stupirei se ci facessero scontrare con la cavalleria romana.
Tornate in formazione, baccal!, rugg Leonnato, e continuarono a esercitarsi fino al calar del sole.
Perdicca sentiva gli ufficiali discutere come se stesse ascoltando il ronzio di un nuvolo di mosche sopra un cadavere. Stavano nella tenda di Alessandro: non quella di Dario, ma un'altra molto pi piccola, la stessa in cui si era riunito con loro alla vigilia di Gaugamela. Erano passati quattordici anni da allora, quasi un'eternit. A quei tempi Perdicca vedeva tutto nel futuro, come un raggio di luce sull'orizzonte orientale. Al momento, stava tutto nel passato e il sole tramontava nella sua vita come stava per fare nelle acque del Tirreno. Si sentiva come se avesse uno straccio bagnato nella testa che spingeva contro gli occhi e le orecchie e offuscava i suoi pensieri. L'unico a ripetersi nitidamente era che Cleopatra era morta per colpa sua. La lussuria che lo aveva spinto a entrare nel letto di Rossane e ad attentare al re aveva fatto pagare la vittima pi innocente, quando lui gi si credeva libero dallo sguardo crudele delle Erinni. Ma Alessandro non lo aveva nemmeno punito. Davanti ad altre persone parlava con lui come sempre, come se fosse il generale dei Compagni e basta. Come se lo stesso Alessandro avesse dimenticato il dolore per la sorella. E probabilmente lo aveva fatto. Per il re esisteva solo la battaglia imminente.
Gli ufficiali continuavano a discutere. Nella tenda c'era pi gente del solito, gruppi di persone che si avvicinavano al tavolo centrale per prendere da mangiare e da bere. Oltre ai generali macedoni, erano arrivati anche i capi dei contingenti stranieri. Tra questi c'era Ossibace, che si era tagliato la lunga barba in segno di lutto per la sorella. Medoc, il capo dei traci, che non si toglieva il suo cappello di pelle a punta nemmeno quando stava al chiuso; da buon tracio, aveva le guance tatuate e stava facendo a gara con Meleagro per vedere chi si sarebbe ubriacato di pi. Bastareo, capo degli agriani: considerando che i suoi uomini erano i pi feroci dell'esercito, era un uomo quasi pacifico, un omone dai capelli rossi e la pelle bruciata dal sole. Era venuto anche Ombrione, capo degli arcieri cretesi, veterano dell'Asia, un uomo mingherlino, quasi rachitico, molto popolare tra le cortigiane grazie al suo membro degno di Priapo. Parlando di cretesi, era apparso persino Nearco, che da tempo era sparito in non si sa quali missioni per Alessandro e che sicuramente non avrebbe partecipato alla battaglia. Areo, il re spartano, che indossava il suo mantello rosso ed era circondato dalle sue guardie, si teneva un po' in disparte dagli altri, come se non volesse sporcarsi di sangue non dorico.
Il sole cominciava a tingere di cremisi le pareti della tenda. Gli ufficiali erano nervosi e sempre pi ebbri. La battaglia imminente riempiva tutte le conversazioni, ma Perdicca riusciva solo a captarne dei frammenti. Qualcuno diceva che i romani avevano paura. Qualcun altro diceva di no e assicurava che erano i soldati macedoni a essere spaventati. Domani anche i romani si rifiuteranno di entrare in battaglia. No, domani l'accetteranno, sicuro. Alessandro avrebbe dovuto approfittare del fatto che il giorno prima i romani non erano ancora arrivati per mettersi pi a nord, cosa che, adesso che i nemici si erano accampati tra Capua e Nola, non poteva pi fare. No, Alessandro aveva fatto bene.
In quel momento si aprirono le cortine dell'ingresso ed entr Alessandro, seguito da Lisania e Mirmidone, il sinistro personaggio che era diventato la sua inseparabile scorta. Ovviamente, non mancava Nestore. Tra i pochi divertimenti che erano rimasti a Perdicca c'era quello di vedere la faccia terrorizzata che faceva il dottore ogni volta che i loro sguardi s'incrociavano. Pens che forse alla fine avrebbe raccontato ad Alessandro quello che era successo tra lui e la siracusana. Cos avrebbe saputo che non era Perdicca l'unico ad averlo deluso.
In effetti Nestore fece in modo di evitare lo sguardo di Perdicca per tutta la riunione. Il capo dei Compagni aveva gli occhi vuoti, l'espressione di un uomo che non aveva pi niente da perdere, e una persona cos era pericolosa.
Alessandro parl con tono fiducioso, cercando di infondere coraggio nei suoi generali. Nestore not che la sua presenza li confortava, perch il re aveva recuperato quell'aura di sicurezza che la malattia gli aveva tolto nell'ultimo mese e, sebbene non avesse esposto grandi piani, riusc a dare l'impressione di avere tutto sotto controllo. La riunione fu breve. Alessandro insist affinch ogni generale e ufficiale tornasse alla sua unit. Voleva che fossero riposati per il giorno seguente e che i soldati li vedessero vicini a loro.
Domani i romani accetteranno la battaglia, sono sicuro, disse, mentre i paggi accendevano i candelabri e i bruciaprofumi, perch ormai stava calando la notte. Sempre che non la comincino prima loro. Sono aggressivi e hanno mobilitato un esercito molto numeroso. Non possono tenerlo sul piede di guerra per troppo tempo. Ma in ogni caso noi ci schiereremo prima.
Disse che forse ci sarebbero stati alcuni cambiamenti nella formazione e che avrebbero ricevuto le relative istruzioni qualche ora prima dell'alba; poi li salut.
Quando tutti se ne furono andati, Alessandro fece segno a Nestore di rimanere con lui. Poi alz la voce per chiamare Eumene, che era gi arrivato all'uscita.
Per favore, Eumene, aspetta.
Il segretario reale si gir e fece segno ai suoi aiutanti di aspettarlo fuori dalla tenda.
Avevi tanta fretta, Eumene?, domand Alessandro. Non voglio affatto disturbarti.
Nestore si rese conto che stava succedendo qualcosa. Il tono del re era insolito e il segretario aveva distolto lo sguardo e si era grattato sotto il naso, un gesto nervoso e poco usuale per lui.
Certo che no, Alessandro. Credevo che non avessi pi bisogno di me.
Invece ne ho bisogno. Voglio dettarti un dispaccio.  importante.
Eumene si sedette a un tavolo. Il re srotol un papiro e gli diede un calamo e un calamaio.
Sei pronto, Eumene?
S.
Comincia: Rapporto dell'agente Sinone per Eracle-Malqart.
Nestore aggrott la fronte e guard Lisania. Questi annu con un gesto quasi impercettibile della testa.
Che cosa significa, Alessandro?, domand Eumene. Non capisco.
Lo capirai, mio fedele amico, disse Alessandro, mettendosi dietro il segretario reale e appoggiandogli le mani sulle spalle. Continua a scrivere:
Nel precedente dispaccio si dettagliava la probabile formazione delle truppe di Alessandro per l'imminente battaglia contro i romani. Si informa adesso sulle sue ultime disposizioni dopo che ne ha parlato con i suoi generali nella tenda di comando.
Il re ha deciso che lo schieramento delle truppe macedoni sar simile a quello elencato nel precedente rapporto, malgrado l'opposizione di alcuni generali, che gli hanno consigliato di introdurre dei cambiamenti per adattarsi alle tattiche dei romani. Ma il re, insuperbito, Alessandro enfatizz la parola, per i suoi successi passati, ha insistito affinch i generali confidassero nella sua autorit. Ritiene che se l'ufficiale Sofocle perse due compagnie al Circeo fu perch dovette schierarle con una profondit di otto, perci tutte le falangi del centro si allineeranno in sedici righe. Il re ha ordinato che i battaglioni di sarisse non retrocedano di un solo passo, perch vuole mantenere il centro del campo immobile e sotto il suo controllo, mentre lui assesta il colpo definitivo con la cavalleria.
Alessandro s'interruppe un momento, con la mano asciug il sudore dalla fronte di Eumene e poi si pul il palmo sul bordino porpora della
tunica del segretario.
Non essere nervoso, Eumene. Non voglio che coli l'inchiostro. Proseguo:  a discrezione del destinatario di questo dispaccio informare o meno i romani affinch prendano provvedimenti. A suo avviso, dopo l'indolenza con cui si sono schierati oggi i macedoni sul campo di battaglia, domani sar un giorno eccellente per attaccarli. Bene, Eumene, adesso puoi arrotolarla, mettere la ceralacca e sigillarla con quell'anello che so che tieni da qualche parte.
Non so di cosa parli, Alessandro.

Il re fece un passo indietro. Mirmidone prese una daga apparentemente dal nulla e, con un movimento impossibile da seguire con lo sguardo, inchiod la mano sinistra del segretario al tavolo. Eumene lanci un grido di dolore e cerc di togliere il pugnale, ma Mirmidone lo gir e glielo lasci infilzato nelle ossa. Alessandro tolse il papiro dal tavolo per non farlo sporcare di sangue e disse:
Ho bisogno di quel sigillo, Eumene. Adesso. Per l'affetto che ti dimostr mio padre e per quello che ti ho dimostrato io, ti giuro che non sentirai altro dolore se collabori con me. Ma  una cosa importante, aggiunse piegandosi su di lui per guardarlo negli occhi. Molto pi di quanto credi. Fai quello che ti dico o ti strapper le unghie.
Alessandro aveva pronunciato l'ultima minaccia con un'ira gelida che Nestore aveva visto in lui poche volte. Ma quando parlava cos, finiva spesso per sterminare un villaggio o una citt intera. Eumene, che lo sapeva bene, rovist sotto la tunica e gli diede un anello d'oro con un sigillo verde. Mirmidone recuper la sua daga con uno strattone, mentre il segretario si metteva la mano sotto l'ascella e si mordeva le labbra per non gridare di dolore.
Adesso non ho tempo di scoprire il motivo del tuo tradimento, Eumene, ma avrai tempo di raccontarmelo pi avanti.
Alessandro incaric Lisania di portarsi via Eumene e di metterlo al sicuro, legato e imbavagliato in modo da non poter parlare con nessuno. Poi si sedette allo stesso tavolo dove Mirmidone aveva inchiodato la mano del segretario e rimase a guardare la macchia di
sangue.
Da quando sapevi che Eumene era una spia?, gli domand Nestore.
Da quando siamo arrivati in Italia, rispose Alessandro.
Ma non lo avevi detto a nessuno....
No. Visto che ormai mi aveva tradito, le sue relazioni mi tornavano utili. Volevo che i romani sapessero esattamente quali forze ho affinch si decidessero a uscire dalla loro citt e farmi la guerra. Sono convinti che se le loro truppe hanno sconfitto le mie al Circeo, adesso, con superiorit numerica, possono schiacciarmi. Scopriranno che questo non  il Circeo.
Allora perch lo hai fatto uscire allo scoperto proprio adesso?
Stanotte passer io stesso da ogni battaglione a dare istruzioni personali a ogni generale e ho abbastanza uomini che preparano il campo. Voglio controllare le informazioni che arrivano ai romani, disse Alessandro. Poi prese il papiro sigillato dal tavolo e aggiunse, rivolto a Mirmidone: Posso chiederti di far arrivare questo dispaccio a chi deve arrivare?.
Il Re del Bosco prese il papiro e lo assicur sotto la cintura con un sorriso ironico.
Se me lo chiedi con tanta gentilezza, ogni tuo desiderio  un ordine, Alessandro.
Senza dire altro, Mirmidone usc dalla tenda. Alessandro chiese ai paggi di aspettare fuori. Rimasti soli, Nestore domand al re:
Sei sempre stato cortese, ma perch tanta deferenza con Mirmidone? Mi risulta curiosa.
Anche se lo vedi vestito con un umile saio,  un uomo orgoglioso. A suo modo  un re, malgrado non abbia mai indossato la corona. E sono arrivato a un accordo con lui.
Conosco quello sguardo, Alessandro. Che cosa stai tramando?.
Invece di rispondergli, il re si avvicin a un tavolino rotondo, prese una caraffa di vino e ne serv un calice a Nestore. Poi fece per riempirsene uno per s, ma il medico gli fece sst.
Scusa. Ricominciavo a prenderci gusto. Alessandro si gir, incroci le braccia e disse: Lo so che non mi hai curato e che non mi stai tuttora curando. Anch'io conosco il tuo sguardo di quando riesci a debellare una malattia. Quanto tempo mi resta?
Non lo so, confess Nestore. Se la battaglia  domani, posso assicurarti che ci arriverai in buone condizioni.
Avere almeno un domani  gi qualcosa. E dopo?
Dopo... forse mesi, magari un anno. A volte i mali come il tuo si curano da soli, ma  molto raro.
Grazie per la tua sincerit, disse Alessandro senza la bench minima ironia.
 mio dovere. Mi permetti di farti una domanda?
Come no, rispose Alessandro allargando le braccia e mostrandogli le mani aperte.
Aristotele mi ha detto che gli di hanno deciso di distruggere l'umanit. Tu stesso mi hai raccontato che un astronomo di tua fiducia ti ha predetto la data esatta. Hai una malattia probabilmente mortale. Se tutto dovesse finire,  necessaria questa battaglia?
E, conoscendomi, me lo chiedi?, rispose il re aggrottando la fronte.
Ho visto come sono i romani, insist Nestore. E conosco te. Chiunque sia il vincitore, sar un bagno di sangue. Te lo ripeto:  ne-
cessario?
Inverti il tuo ragionamento, Nestore. Se tutto dovesse finire, come hai detto tu, non cambier niente se ci sar un bagno di sangue. Alessandro si avvicin al dottore e lo guard negli occhi. Ti conosco bene, amico. Sei la persona pi nobile tra quelle che ho intorno.
Potrei essere il pi miserabile, si disse Nestore pensando a Clea, ma sostenne il suo sguardo.
Tuttavia, non capisci n l'arte n la morale della guerra, continu Alessandro. Romani e macedoni lotteranno per dimostrare che sono veri uomini e che possono vincere non il loro nemico, ma la paura stessa. Quanto a me... Alessandro e Roma devono battersi a duello perch  il loro destino, perch l'Europa, come l'Asia, non pu avere due soli. Deve avere un solo re sotto il suo cielo.  l'ordine naturale.
L'ordine naturale verr distrutto, Alessandro. Perch non torni in Macedonia e ti godi il tempo che ti resta con la tua famiglia e i tuoi amici?.
Alessandro rimase a pensare per qualche istante prima di rispondere.
Ti dir una cosa, Nestore.  possibile che ci sia un'alternativa, una remota alternativa per evitare l'inevitabile. Me l'hai portata tu quest'alternativa, ma prima devo togliere di mezzo tutti gli ostacoli. Roma  il primo ostacolo.
E qual  quest'alternativa?
Saprai tutto a tempo debito, Nestore, te lo prometto. Adesso voglio solo che tu capisca che devo sottomettere Roma.
Non si arrenderanno. Non  nella loro natura.
Io non posso perdere mesi ad assediarla, disse Alessandro con uno sguardo che fece rabbrividire Nestore. Ho fatto cose terribili, amico mio. E le rifar se sar necessario.
La tenda di Papirio si trovava al centro dell'accampamento romano, all'incrocio delle due strade principali. L, dopo una riunione con i due consoli e il magister equitum che si era prolungata fino all'imbrunire, convoc gli altri comandi delle sette legioni che aveva portato da Roma, oltre ai capi delle legioni alleate. Il dittatore era seduto sulla sua sella curule, davanti a un lungo tavolo su cui aveva steso una mappa grezza con pedine rosse di legno che rappresentavano le legioni romane e gialle per le unit macedoni. Davanti a lui, a semicerchio come in un teatro greco, c'erano in piedi i generali, dietro di loro i tribuni e, infine, i centurioni primipili.
Gaio stava in seconda fila, ma la sua statura gli permetteva di vedere al di sopra della spalla del console Bubulco, suo comandante diretto nella Seconda Legione. Come c'era da aspettarsi dopo tutto l'accaduto, Papirio aveva impedito che Gaio fosse promosso. In realt, se fosse stato per lui, lo avrebbe privato del suo potere tribunizio e lo avrebbe buttato nel Tulliano per prendere il posto dei prigio-
nieri.
Ci sei tu dietro a tutto questo, lo aveva accusato Papirio il gior-
no dopo la fuga.
Non so a cosa ti riferisci, aveva risposto Gaio, che si era affrettato a tornare a Roma dopo aver nascosto i quindici talenti in una grotta recondita del monte Albano.
Se provi a prenderti gioco di me, ti faccio decapitare seduta stante. Parlo della morte di otto littori e dodici cittadini romani alle porte del Tulliano. Parlo della fuga dei due prigionieri che avrebbero dovuto essere sacrificati agli di secondo le istruzioni dei Libri Sibillini.
Gli di non potevano rimanere senza offerta, perci quello stesso giorno avrebbero seppellito uno schiavo celta e una schiava greca nel Foro Boario. Secondo i decemviri, sarebbe bastato per compiere il rituale prescritto dai Libri Sibillini e Papirio aveva dato la propria benedizione. Ma dentro di s era furioso.
Lo sanno tutti che io in quel momento stavo accompagnando gli ambasciatori macedoni che erano usciti dalla Villa Publica, si era difeso Gaio, approfittando di quella scusa, anche se sapeva che ne avrebbe pagato le conseguenze. I tuoi clienti lo possono testimoniare, visto che sei stato cos gentile da mandarli affinch li salutassero.
Niente impedisce che, mentre tu ti occupavi di fare amicizia con i barbari, i tuoi scagnozzi commettessero quel sopruso.
Quanto avrei voluto avere anche solo la minima parte dei clienti che hai tu, Papirio, per poterli mandare di notte a fare il lavoro sporco. Venti morti! Per una cosa del genere serve un piccolo esercito.
Di certo Papirio non era sicuro di quello che era successo, invece Gaio lo sapeva bene. Come potevano aver ucciso venti uomini senza che nessuno vicino al Tulliano se ne accorgesse? I cadaveri distesi nel carcere e sulle Gemonie parlavano di una sanguinosa battaglia, ma nessuno aveva sentito niente. Ovviamente Papirio non poteva sapere che Gaio aveva mandato un esercito di una sola
persona.
Papirio aveva lasciato correre la faccenda, con la consolazione, perlomeno, di credere che Gaio Giulio avesse perso la piccola fortuna in oro che gli avevano offerto i macedoni. Poi, quando era arrivato il reparto delle legioni, aveva ignorato la raccomandazione di Scipione e di altri senatori e aveva lasciato Gaio a mani vuote.
Dal canto suo, la consolazione di Gaio era che nessun altro tribuno avesse avuto tale incarico. Papirio aveva optato per l'esperienza e aveva assegnato il comando delle legioni a ex consoli. Per stupore di tutti, gioia di molti e preoccupazione dei pi ragionevoli, aveva addirittura messo al fronte della Sesta Legione Torquato Imperioso, il quale a ottant'anni aveva lustrato l'elmo e la corazza ad anelli di ferro che aveva conquistato con le proprie mani nelle guerre contro i celti. Il vecchio stava l, dritto come un palo, con il mento alzato, che guardava Papirio con i suoi occhi miopi, in prima fila vicino ai sette capi delle legioni romane e ai sei generali di quelle
alleate.
Il magister equitum aveva messo sul tavolo i tasselli quadrati e rettangolari che rappresentavano l'esercito di Alessandro nella stessa formazione che aveva schierato quella mattina sul campo di battaglia. La falange al centro, le truppe greche dietro come riserva e la cavalleria su entrambi i lati, con i Compagni nell'ala destra.
Era da un po' che discutevano di questioni diverse, tra cui i problemi logistici che, secondo Gaio, non dovevano essere trattati in una riunione di alto rango, perch per quello c'erano gi i tribuni e i centurioni. Alla fine, un ufficiale della Prima Legione si avvicin al dittatore e gli consegn un papiro arrotolato e sigillato. Gaio pens che Papirio stesse aspettando quel documento, probabilmente un rapporto dell'ultima ora degli esploratori.
Questo ce lo ha appena consegnato il nostro alleato Eshmunazar, disse il dittatore.
Maledetto cartaginese, pens Gaio. Era venuto come una mosca, attaccato all'esercito romano con la scusa di fare da intermediario e interprete con la cavalleria numida.
Il dittatore stacc la ceralacca, fece scorrere gli occhi sul papiro e aggrott la fronte.
 scritto in greco, disse in tono infastidito.
Se per te va bene, nobile Papirio, intervenne Gaio prima che qualcun altro lo precedesse, posso tradurlo a voce alta per tutti.
Bubulco si spost da una parte per lasciar passare Gaio; poi il dittatore gli porse il papiro senza guardarlo in faccia. Gaio vide che la calligrafia era la stessa di altri rapporti dell'agente Sinone e inizi a tradurre:
Nel precedente dispaccio si dettagliava la probabile formazione delle truppe di Alessandro per l'imminente battaglia contro i romani. Si informa adesso sulle sue ultime disposizioni dopo che ne ha parlato con i suoi generali nella tenda di comando....
Quando ebbe finito, riconsegn il messaggio a Papirio.
Spero di essere stato preciso nell'interpretazione, gli disse, ma se vuoi confrontare la mia traduzione con quella di un altro ufficiale....
Non  necessario, tribuno. Torna al tuo posto. Papirio torn indietro e rimase a guardare le pedine gialle di legno. A sinistra c'erano quelle rosse che rappresentavano le truppe romane, ma non le aveva ancora posizionate. Dopo aver pensato per qualche istante, disse:  chiaro che Alessandro  convinto che il centro del suo esercito resister alle nostre legioni.
In questo caso sarebbe una buona occasione per attaccare i suoi fianchi e circondarlo, disse Fabio Massimo, che era stato nominato tribuno della Quinta. Tutti sapevano che era lui a esercitare il comando effettivo di quella legione attraverso il suo generale Quinto Aulio Cerretano.
No!, rispose Papirio. I rapporti dei nostri esploratori e quest'ultimo dispaccio mi confermano solo quello che avevo gi deciso.
Il dittatore si alz. Mentre parlava, posizion i rettangoli rossi di fronte a quelli gialli; per, invece di offrire al nemico il lato pi lungo, scelse il pi corto. Gaio pens che si fosse sbagliato, ma, sebbene fosse rosso in faccia, non sembrava ubriaco. Cos sistem otto pedine, alternando le quattro che rappresentavano le legioni romane e le quattro con dei chiodini di bronzo per indicare le legioni ausiliarie. Il suo fronte occupava la stessa estensione del centro di Alessandro, ma con molta pi profondit. Poi mise altre due legioni su ogni ala e lasci l'ultima da parte. Si era gi deciso che la Settima sarebbe rimasta a sorvegliare l'accampamento.
Non li colpiremo alle braccia n alle gambe, ma al cuore!, disse Papirio con un tono retorico che sorprese Gaio. Se Alessandro spera di bloccare la battaglia al centro per infilzarci con la sua cavalleria come un pugnale, avr una bella sorpresa quando scoprir che il suo centro  crollato.
Papirio guard Gaio e, con un sorriso sarcastico, aggiunse:
Il tribuno Gaio Giulio ci ha mostrato la strada per vincere i macedoni al monte Circeo. Adesso abbiamo un vantaggio che l non avevamo: la superiorit numerica. Approfittandone, schiereremo le otto legioni del centro con il doppio della solita profondit. Questo ci dar un impulso al quale nemmeno le loro famose sarisse potranno resistere.
Il dittatore trascin i rettangoli rossi contro quelli gialli e li sparpagli. Nel frattempo Gaio Giulio fece dei rapidi calcoli. Se voleva raddoppiare la profondit delle legioni, la cosa pi logica era farlo mettendo le due centurie di ogni manipolo una dietro l'altra e non parallele. Ci avrebbe significato cinquantotto uomini di profondit per sessanta di fronte. Il tassello rettangolare non era male come forma, dato che c'era meno spazio tra i sessanta uomini del fronte che tra una riga e l'altra, e perci occupavano meno superficie. Quanto ai millecinquecento soldati di ogni legione, avrebbero dovuto agglomerarsi in altrettante schiere davanti e dietro e infiltrarsi tra le file molto prima che le masse di entrambi gli eserciti si scontrassero, perch senn avrebbero a malapena avuto spazio.
Tra i generali ci furono commenti di approvazione e altri di cautela. Scipione, che alla fine non era rimasto a Roma, disse:
Questo non  il modo in cui le nostre legioni sono abituate a combattere, Papirio. Perch cambiare una cosa che ha sempre fun-
zionato?.
Papirio lo guard stizzito.
Alessandro pensa la stessa cosa e noi gli dimostreremo che si sbaglia.
Lo voglio quanto te, rispose Scipione. Ma vorrei sapere quali vantaggi ci trovi in questo schieramento.
Penso di collocare al centro la Terza, la Quarta, la Quinta e la Sesta. Sono quelle che ci hanno messo meno tempo a addestrarsi. Con una formazione meno larga sar pi facile per loro mantenere dritte le linee.
Non solo questo, pens Gaio. Nonostante Papirio non lo dicesse, una formazione pi profonda infondeva pi coraggio nei soldati principianti e rendeva pi difficile che qualcuno cedesse alla tentazione di mollare lo scudo e scappare. Tuttavia, si riduceva la zona effettiva del massacro, perch solo gli uomini della prima fila potevano usare le spade. Ma era anche vero che i romani avevano venticinquemila uomini in pi dei macedoni.
E c'era anche un'altra cosa che Papirio non diceva. Sicuramente non osava schierare del tutto le legioni, perch ci avrebbe richiesto un fronte di oltre due miglia, senza contare la cavalleria delle ali. Il dittatore, che si vantava del suo pugno di ferro, non si sentiva in grado di controllare una distanza cos ampia.
In questo modo, prosegu Papirio, sui fianchi avremo la Prima e la Seconda, le pi veterane, con ventinove uomini di profondit. Abbastanza per sconfiggere tutto quello che ci possa opporre Alessandro da questa parte.
Quando la sua fanteria di linea croller, le ali del suo esercito perderanno contatto e si diffonder il panico tra loro.  probabile che la sua cavalleria sia superiore alla nostra. Al mio magister equitum chiedo solo di resistere il pi possibile.
Non solo resisteremo, disse Espurio Postumio. I nostri equites annienteranno i Compagni.
Ci significava, pens Gaio, che il dittatore avrebbe schierato la cavalleria romana nell'ala sinistra e quella alleata a destra, al contrario rispetto al solito. Non gli sembrava male. Forse gli equites non sarebbero stati capaci di schiacciare i Compagni, come vantava Postumio, ma di sicuro avrebbero creato un bel problema ad Alessandro, pi di quanto sarebbero riusciti a fare gli alleati.
Alessandro vuole colpirci al cuore, come fece con quell'effeminato del re persiano, disse Papirio. Ma rimarr sorpreso quando noi gli strapperemo il suo.  talmente insuperbito da non poter credere che siamo noi romani, anche se i suoi lacch hanno osato chiamarci barbari in pieno Senato, a conoscere molto meglio lui, e non il contrario. Infatti noi sappiamo Alessandro a memoria. La pagher cara per averci sottovalutato! Vi assicuro che il suo destino sar lo stesso dell'altro Alessandro: un sepolcro in Italia.
Lui non sa che il potere della Repubblica non risiede in nessun re o tiranno. Forse pensa che se uccide me, il dittatore, tutto l'esercito romano croller e fuggir come fece quello persiano. Ma il potere della Repubblica affonda le sue radici nel cuore di ogni cittadino. Se vuole vincere Roma, dovr prima annientare tutti i romani!.
La riunione si concluse tra le acclamazioni per il dittatore. Gaio Giulio si avvicin al tavolo per osservare lo schieramento. La pedina di legno della Seconda Legione stava nell'ala sinistra dell'esercito. Non era proprio il posto d'onore, ma ci significava che si sarebbero trovati di fronte al fianco destro di Alessandro e che quindi non si sarebbero annoiati durante il combattimento. Fanteria di ipaspisti, magari un attacco dei Compagni. Aveva ancora una possibilit di ottenere prestigio e dignit.
13 hyperberetaios nel calendario macedonico,
15 settembre nel calendario romano
La diana suon molto prima dell'alba; i soldati fecero un pasto ancora pi leggero del giorno precedente. Mentre il cielo si tingeva prima di turchese e poi di grigio pallido, Demetrio pens che quel giorno ci fosse qualcosa di diverso nell'ambiente. L'aria era pi fresca, o almeno gli sembrava, perch quel freddo gli si era attaccato alle viscere e c'era un odore pungente, come prima di una tempesta. Ma il cielo era sereno e, siccome il sole non era ancora sorto, li sovrastavano la luna piena, che si avvicinava all'orizzonte, e la cometa, che stava alla sua seconda notte di viaggio per il firmamento settentrionale.
La cometa Icaro ha oltrepassato Andromeda e Pegaso e sale verso Cassiopea, disse Euctemone quando vide che il fratello alzava lo sguardo al cielo. Le costellazioni non si vedevano pi, ma Demetrio non dubit che fossero l.
Pensavo che non ti piacesse pi l'astronomia.
Il fratello lo guard per un secondo, senza capire, e poi torn a concentrarsi per lucidare le sue armi. Nemmeno i catafratti vanno in battaglia con tanto lustro, pens Demetrio. Poi vide che il fratello stava provando il cambio di scudo dal braccio sinistro al destro e sorrise. Stava diventando un vero soldato, pi di lui. Forse avrebbe finito per imparare a cavarsela da solo.
Dopo il sacrificio mattutino, Leonnato disse loro di prendere le armi per andare al campo di battaglia. Si misero in formazione quasi in silenzio; le poche battute che si udirono erano pi delicate rispetto al giorno prima e le risate meno nervose. Demetrio non era l'unico a percepire qualcosa di diverso nell'aria. Mentre camminavano, si sentiva lo scricchiolio della terra secca e del fieno falciato sotto i loro piedi. Tutt'intorno, si udivano il suono delle trombe, i nitriti e gli zoccoli dei cavalli, il tintinnio dei pezzi metallici nel camminare, le voci degli araldi e degli ufficiali. Ma tutto suonava attutito, smorzato, come se il cielo fosse pi basso, anche se non c'era nemmeno una nuvola. Demetrio alz di nuovo lo sguardo per cercare la cometa, ma vide qualcosa sulla sua superficie che lo fece rabbrividire.
Davanti a loro c'era un paggio a cavallo che li guidava verso la posizione che dovevano occupare. Demetrio camminava nella parte destra della fila e da l gli sembr che non stessero facendo la stessa strada del giorno prima. Encelado era pi vicino e il Vesuvio pi lontano. Forse tutto l'esercito si spostava verso est per stare pi vicino all'accampamento romano; o forse Alessandro aveva deciso di metterli dietro l'ala destra e non dietro la sinistra.
A un centinaio di passi alla sua destra c'erano dei pali su cui ondeggiavano gagliardetti rossi con dei numeri scritti sopra. Il giorno prima non aveva visto nessuna bandiera; dovevano averle messe nel pomeriggio o durante la notte alla luce della luna.
Ci sono circa trentacinque cubiti tra una bandierina e l'altra con uno scarto di un paio di cubiti, disse Euctemone senza girare la testa.
Che cosa significa?, domand Demetrio.
 la distanza che occupa una compagnia di sarisse con sedici uomini di fronte, disse Filo, che camminava dietro di lui.
Che cosa c'entrano qui le compagnie di sarisse, dietro di noi?
Non lo so, ma conta le bandierine.
Demetrio lo fece. C'erano sette gagliardetti rossi. In mezzo ci entravano sei compagnie, che facevano un battaglione. Pi avanti c'erano bandierine azzurre, poco pi in l rispetto a loro, e mano a mano che avanzavano, ne vide altre gialle, ancora pi vicine al monte, ma non ebbe il tempo di contarle perch li super uno squadrone di esploratori, seguiti da odrisi e peoni di fanteria leggera che correvano dietro a loro, e poi passarono anche gli spartani che li tallonavano dall'accampamento.
Quello che aveva visto gli suggeriva la disposizione di tre battaglioni in ordine obliquo, ma con il fronte sbagliato: invece di guardare a nord, verso l'accampamento romano, sembrava che Alessandro volesse schierarli rivolti verso ovest, di fronte al Vesuvio. Quando si gir per dirlo a Filo, questi si strinse nelle spalle.
Deve essere una manovra preliminare o un punto di partenza.
La cosa non mi piace, disse Demetrio che sent di nuovo i crampi allo stomaco.
Alt!, grid Leonnato. Schieratevi in file di quattro!.
Mentre quelli che erano in testa rimasero a segnare il passo sul posto, gli altri si schierarono alla loro sinistra. Demetrio continuava a stare al terzo posto della sua fila, ma ora si trovava per penultimo, con solo Filo alle sue spalle. Ciclope stava sempre alla sua destra: doveva aver fatto cambio di posto con un altro compagno, perch con il nuovo spiegamento non gli sarebbe dovuta spettare quella posizione.
Appena tutti si furono disposti su una lunga riga e smisero di segnare il passo, iniziarono a correre delle voci. A Demetrio bast sporgersi leggermente per riuscire a vedere, tra il fratello e il soldato alla sua destra, il panorama che avevano di fronte. Questa volta non c'erano n schiene n sarisse. Davanti agli Agriopaides si apriva un terreno sgombro che si estendeva fino alle montagne, cosparso solo di pochi alberi isolati e qualche balla di fieno che i peltasti traci stavano facendo rotolare per toglierle dal campo di battaglia. Su quella spianata c'erano squadroni di esploratori, gruppi di fanteria leggera, nubiani con scudi di vimini, rodiesi con le loro temibili fionde e anche sogdiani; mentre non c'era traccia degli agriani, perch Alessandro era solito metterli insieme ai Compagni.
Alcuni si avvicinarono a scherzare con loro; un nero alto e magro come una tifa si avvicin a Gorgo per chiederle del mastice. Ma Demetrio sapeva benissimo che, al momento decisivo, le truppe leggere si sarebbero infilate nei buchi tra le formazioni di linea e avrebbero lasciato che il vero scontro lo affrontassero le prime file della fanteria pesante.
Che, a quanto pareva, erano loro.
Non avevate detto che non saremmo stati in prima linea?, disse Demetrio girandosi verso Ciclope.
Non era l'unico a mormorare. Ma i commenti degli altri non erano di preoccupazione, bens di allegria; molti iniziarono a colpire per terra con i puntali delle lance per manifestare la propria gioia. Le voci correvano da una parte all'altra, perch se c'era una cosa che piaceva ai soldati era sapere che cosa succedeva e dove si trovavano. Quando le informazioni s'incrociarono, Demetrio scopr che a
destra c'erano i quattrocento spartani e a sinistra i duemila ipaspisti. Tutti conoscevano lo schieramento abituale e sapevano che gli ipaspisti di solito stavano nell'ala destra della fanteria, a contatto con i cavalieri di Alessandro. Che cosa stava succedendo? Demetrio non ci stava capendo niente, ma gli uomini sorridevano e alcuni facevano scontrare gli scudi tra le risate.
Tra gli spartani e gli ipaspisti!, esclam Ciclope. Stiamo nel posto d'onore, non c' dubbio.
Guardate l davanti, disse Cerdida a cui era spettato il posto alla sinistra di Demetrio e che sembrava esultante quanto gli altri.
Demetrio si riaffacci. Davanti alle montagne, molto pi vicino a loro, si alzavano colonne di fumo bianco. No, si corresse subito. Erano nuvoli di polvere.
Arrivano da l!, sent dire a Gorgo in prima fila. Stavolta vedrete come non rifiutano la battaglia.
Ma cosa ci facciamo noi qui?, domand Demetrio. In quale fianco stiamo?.
Dalla direzione della marcia, sospettava che si trovassero vicino all'ala destra, al contrario del giorno prima; ma per uno non troppo alto come lui era quasi impossibile vedere qualcosa al di sopra degli elmi dei compagni che aveva accanto.
Impara dagli spartani, Demetrio, rispose Gorgo. Loro non chiedono mai chi sono i nemici n quanti, ma solo dove stanno.
Bene, io voglio solo sapere dove stiamo noi, replic Demetrio.
All'inizio si vide solo una massa scura sotto la polvere bianca che si avvicinava. Poi, il sole appena sorto inizi a far luccicare le punte delle lance e allora si videro forme brillanti che ondeggiavano sopra i ranghi.
Sono stendardi, comment Ciclope, che con il suo unico occhio ci vedeva come il mitico Linceo.
Le file coprivano ormai tutto l'orizzonte. Mischiato alla baraonda dell'esercito macedone arrivava gi il suono di voci, nitriti, tamburi, trombe e corni.
I romani stanno a sei stadi, disse Euctemone. Demetrio non gli chiese nemmeno su cosa basava le sue misurazioni: le accettava e basta.
Dietro front!, ordin Leonnato.
Lo sapevo, brontol Ciclope. Ci fanno spostare da qui. Alessandro rimbambisce pi delle Graie.
Era da un po' che sentivano un rumore alle proprie spalle e adesso ne capirono la ragione. Erano arrivati dei carretti dal cui retro spuntavano fasci di sarisse. Demetrio rimase stupito, perch gli avevano detto che gli Agriopaides non avevano mai lottato con quelle picche. Nel frattempo, le reclute che accompagnavano i carri li scaricarono, aiutati dai peltasti che si erano messi lo scudo in spalla per poggiare a terra i fasci di sarisse e tagliare le corde che li tenevano legati. Poi si avvicinarono agli Agriopaides e le distribuirono. Demetrio ebbe l'impressione che, per essere cos pesanti, le maneggiassero con molta scioltezza. Filo prendeva le sarisse che gli davano e le passava davanti.
Che ne facciamo delle lance?, domand qualcuno.
Prendete la sarissa e la lancia insieme, grid Leonnato. Avete per caso le mani da femminuccia? Adesso, dietro front di nuovo!.
Quando impugn la sua e la esamin da vicino, Demetrio cap perch era cos facile maneggiarla. Sebbene la picca fosse lunga dieci o dodici cubiti, era molto pi sottile di una sarissa normale e il legno era molto pi leggero e chiaro per essere di corniolo; doveva trattarsi di una specie di pino locale. Infatti, nonostante fosse lunga il doppio della sua lancia, Demetrio sent che pesava meno. Non aveva il puntale, e la punta, da quello che poteva vedere da sotto, sembrava molto pi corta, una specie di dente aguzzo pi che una vera punta di lancia.
Queste sarisse sono finte, si lament Cerdida. Era evidente che quelle punte non avrebbero danneggiato granch una corazza o uno scudo nemico e al primo colpo serio i pali di pino si sarebbero spezzati in due.
Mettetele dritte, maledizione!, rugg ancora Leonnato e pass davanti a loro per verificare che avessero un bell'aspetto. Quando vi dar l'ordine, dovrete lasciar cadere la sarissa in avanti facendo attenzione a non darla in testa al compagno. L'ordine sar, e che sia chiaro, sarisse a terra!.
I carri se ne andarono, ma con la coda dell'occhio Demetrio vide che dietro di loro erano rimasti centinaia di schiavi e manovali che appoggiavano le loro sarisse di pino a terra. Anche se non erano schierati in file molto dritte, contribuivano a formare un bosco pi fitto che, da lontano, per chi vedeva le punte delle picche, avrebbe fatto credere che l c'erano almeno otto file di fondo, una vera e propria falange.
Siamo un'esca, disse a voce alta. E le esche se le mangiano i pesci, aggiunse tra s.
Peucesta pass a cavallo davanti a loro per ispezionare i ranghi. Ci significava che stava al comando di tutto quel settore e che Agriopaides, spartani e ipaspisti formavano una sola unit pi allungata. Demetrio, sapendo che il fratello conosceva a memoria i contingenti di ogni truppa, gli domand quale fronte potevano offrire con quello schieramento di quattro righe.
Settecentocinquanta scudi, rispose lui senza girarsi.
Peucesta scese dal cavallo e strinse la mano a Leonnato. In quel momento riconobbe Euctemone e lo salut.
Usa bene la tua spada oggi, ateniese! Se uccidi cinque romani, io stesso ti regaler un'altra armatura!.
Avr cinque romani morti, rispose Euctemone. Demetrio s'inclin verso di lui e gli sussurr:
Non ti venga in mente di uscire dalla fila per ucciderli.
Il re spartano, con il suo mantello rosso, la lettera lambda sullo scudo e la lunga chioma appesa all'elmo, si avvicin a Peucesta e Leonnato e confer brevemente con loro. Nel frattempo, ci furono altre sorprese per gli Agriopaides. Facendosi strada tra i manovali della retroguardia, alcuni peltasti si aggiunsero all'ultima fila. Ognuno aveva uno scudo enorme, alto quasi quanto un uomo e foderato con spesse coperte di lana.
Dove andate con quelle porte?, domand Cerdida.
Poi lo vedrai, tarantino, rispose uno di loro.
Accidenti, mi si sente cos tanto l'accento?
Per uno di Crotone, s.
Attenzione!.
Fecero tutti uno sforzo per mettere pi dritte le lance e le false sarisse, anche se era un po' scomodo tenere tanto aperte le dita per afferrare entrambe. Tra gli uomini corse una voce nervosa. Alessandro, Alessandro. Il re stava arrivando a testa scoperta e in sella a una giumenta castana. Si era messo una corazza di lino di un bianco accecante, rinforzata da placche di bronzo, e un pettorale dorato con la stella degli Argeadi. Dietro di lui c'era un paggio a cavallo che portava per le briglie Amauro, coperto da una pelle di tigre che gli copriva anche il petto. C'era anche il sempiterno Lisania, ovviamente, ma li accompagnava pure un personaggio curioso, un uomo su un cavallo leardo che non portava armatura n elmo n scudo; aveva solo una lancia nella mano destra e una spada al fianco.
Soldati! Macedoni! Greci!.
Si fece il silenzio. I rumori della battaglia e del fronte romano continuavano a stare l, ma per Demetrio erano una marea lontana. Aveva orecchi solo per Alessandro.
Il vostro re ha un piano!.
Vedi? Lo avevo detto io, sussurr Ciclope.
S, ho un piano, prosegu Alessandro. Ma l'intelligenza non  niente senza il cuore. E voi siete il mio cuore.
Perch ci odi, Alessandro?, esclam qualcuno.
Io non vi odio! S, vi ho punito,  vero, e non vi ho ancora perdonato. Sapete perch? Perch non si perdona facilmente chi si ama tanto. Voi eravate il bastone al quale mi appoggiavo e mi avete deluso. Se non foste stati tanto impazienti, sareste diventati eccelsi. Se aveste obbedito al vostro re, avreste raggiunto la perfezione!.
Demetrio deglut e si rese conto di essere stato per qualche secondo senza respirare.
Voi siete i migliori tra i miei uomini. Alessandro si copr la bocca sul lato destro e, fingendo di abbassare la voce, aggiunse: Pi degli ipaspisti. Per questo vi ho messo qui, nel cuore della battaglia. La pi grande battaglia di tutti i tempi, perch di fronte abbiamo i migliori nemici che potessimo sognare!
Io vi ho tolto il nome, ma voi ve ne siete dato un altro e in realt ve lo siete guadagnato. Guardate l, Agriopaides!, disse indicando i romani. Vi temono talmente tanto che hanno schierato le loro legioni con cinquanta o sessanta uomini per fila. Per questo, per darvi l'occasione di guadagnarvi una gloria che eclisser quella degli achei che presero Troia, vi ho fatto schierare cos. A ognuno di voi, Agriopaides, spettano quindici romani. Vi va bene o volete che vi porti altri nemici?.
Fammi prima uccidere i miei quindici, Alessandro!, grid Gorgo, e gli altri scoppiarono a ridere. Demetrio si rese conto che anche lui stava ridendo, ma era una risata isterica che gli serviva per rilassare il tremore che gli saliva dalle ginocchia.
Allora uccidili, mia coraggiosa amazzone, disse Alessandro. E anche voi. Ma questa volta non deludetemi. Dovete avere pazienza, dovete essere perfetti. Lo sarete?
ssomes!8.
Allora obbedite agli ordini, mantenete le file e non rompetele. Arretrate al ritmo dei tamburi e fate in modo che muoiano dieci romani per ogni cubito che avanzano. Fate cos, miei Ragazzi Selvaggi, e vi prometto che entrerete a Roma per primi, accanto al vo-
stro re!.
Quando sentirono quella promessa, gli Agriopaides colpirono con gli scudi contro le lance e le false sarisse e ulularono, pi che gridare, il nome di Alessandro. Il re li salut alzando il braccio, spron con i talloni i fianchi del cavallo e si perse verso destra.
Tu credi che prometter la stessa cosa a tutti i battaglioni?, domand Demetrio, girandosi verso Filo.
Non conosci Alessandro. Cerca di rimanere vivo ed entrerai a Roma accanto a lui.
Un'arringa molto viscerale, disse Lisania ad Alessandro. Li perdonerai davvero?
Se lo meritano, Lisania.
In terra di nessuno, le fanterie leggere dei due eserciti stavano ingaggiando decine di piccole lotte. Lisania sapeva che Alessandro non avrebbe sferrato l'attacco: conoscendo l'aggressivit dei romani, aveva deciso di far prendere a loro l'iniziativa, una tattica molto rischiosa e contraria alla sua natura.
In quel momento suonarono i corni e gli scaramucciatori nemici iniziarono a ritirarsi verso le loro file. Un ruggito percorse le linee romane, fu cos potente che le parole arrivarono chiare fino alle orecchie di Lisania.
Roma Victrix!.
Splendido, disse Alessandro. Non ti ha fatto rizzare i peli, Mir-
midone?
Negli anni sono diventato un po' freddo, Alessandro, rispose l'uomo che Nestore chiamava Re del Bosco.
E un po' cinico an... Guardate.
Un messaggero a cavallo arriv di corsa davanti alle file spartane, ma era evidente quello che doveva dire al re. A destra, poco distante dalla parete dell'Encelado, la cavalleria romana si era messa in marcia e avanzava in file parallele verso la zona dove i Compagni, schierati a squadroni, aspettavano Alessandro.
Come osano attaccare la mia cavalleria?, mormor il re. Pazzi, ma magnifici, aggiunse a voce alta e spron Niseo, il cavallo bianco che usava per spostarsi da una parte all'altra del campo di battaglia.
Passarono davanti alla falange mercenaria, dov'erano schierati ateniesi, beoti, arcadi, focesi e anche greci dell'Italia. Alessandro aveva concesso il tradizionale posto d'onore alle truppe di Meleagro, mentre gli ipaspisti, che normalmente occupavano l'ala destra, li aveva collocati accanto agli spartani e al battaglione di punizione in quel centro che aveva dovuto assottigliare in modo esagerato per coprire un fronte di oltre tre stadi. Lisania aveva capito solo qualche ora prima degli altri generali che cosa avesse intenzione di fare Alessandro; e comunque nessuno conosceva tutto il piano, ma solo la parte che riguardava ognuno. Dopo aver scoperto che Eumene, che da trent'anni serviva la casa reale di Macedonia, era una spia, Lisania comprendeva che il re non volesse rivelare tutto il suo progetto a nessuno. Ma se moriva in battaglia? Chi avrebbe portato a termine quel piano?
Tranquillo, macedone, gli disse Mirmidone che cavalcava accanto a lui. Io e te insieme impediremo sicuramente che nessuno ferisca il tuo signore.
Si vede tanto?
Che cosa? Che sei preoccupato per la persona che ami? Non te ne devi vergognare.
Alessandro, che stava poco pi avanti, si gir verso di loro.
Non preoccuparti, Lisania. Ho fatto praticamente tutto quello che pu fare un generale.
A cosa ti riferisci?
Ho messo i pezzi sulla scacchiera. Adesso i romani li hanno mossi. Siamo entrati nel regno di Ares ed Enialio, dove regna l'imprevedibile!.
Passarono tra le file degli agriani, che aprirono loro un passaggio e poi corsero accanto ai cavalli brandendo i giavellotti. Alessandro fece segno al paggio di avvicinargli Amauro e poi salt da un cavallo all'altro senza toccare terra, tra le acclamazioni degli agriani e dei Compagni, che aspettavano impazienti che il re si unisse a loro.
I nove squadroni erano schierati a cunei, incastrati tra loro come i denti di una sega. Sotto lo stendardo di Efestione, Perdicca impartiva rapidi ordini mentre aspettava Alessandro. Il re si calc l'elmo che rappresentava la testa di un leone, lo stesso che i fabbri avevano dovuto riparare innumerevoli volte dalla battaglia del Granico e si mise di fronte ai quattrocento cavalieri dell'Agema. I cavalli scalpitavano inquieti e quando Amauro occup il suo posto alla punta del cuneo, la giumenta del Compagno pi vicino sfior con la testa il collo dell'enorme corsiero di Nisea in segno di omaggio.
I romani stavano ormai a meno di due stadi. Alessandro alz la mano sinistra, gli alfieri fecero i segnali adeguati e tutta la formazione si avvi con un leggero trotto che acceler sempre di pi. Lisania sentiva tra le gambe i battiti sfrenati della sua cavalla, Carmis, che doveva contenere con le redini. I romani si erano gi lanciati al galoppo, tra mulinelli di polvere, e dalla sua sinistra, quasi dove iniziava la parete dell'Encelado, arrivavano dei cavalieri dalla pelle scura che montavano a pelo e che, tra gli ululati, agitavano dei giavellotti sopra le loro teste.
Questo per Peleo e i suoi tessali, disse Alessandro.
Quando non c'era neanche uno stadio tra loro e il primo cavaliere romano, che per la vistosa cresta dell'elmo doveva essere un ufficiale, il re diede l'ordine di caricare e fece suonare il tamburo dall'ufficiale dietro di lui. Non sarebbe stato necessario, perch quell'istinto che univa i cavalli fece s che seguissero Amauro, il capo della mandria. Lisania inton il peana con i suoi compagni e sent che veniva pervaso dall'ebbrezza di Enialio, ancora pi selvaggia di quella di Dioniso. All'improvviso gli torn in mente la notte in cui aveva sentito parlare per la prima volta dei romani, quando era talmente giovane che faceva solo la guardia di piantone e benedisse Nestore per aver salvato Alessandro per lui e per avergli permesso di vivere quel momento.
La terra rimbombava sotto gli zoccoli ed era un piacere sconvolgente sentire che quel frastuono lo provocavano loro, l'enorme potenza della quale erano solo la punta. Ovviamente era pericoloso che Alessandro cavalcasse in testa, perch tutti i romani stavano di sicuro fissando il suo elmo e la sua corazza per poi attaccarlo. Ma cos doveva essere: il re di Macedonia poteva guidare il suo esercito solo mediante l'esempio, dato che era il primo tra gli eroi.
Per Zeus se sono davvero coraggiosi!, esclam Alessandro vedendo che i romani continuavano a caricare invece di fare dietro front.
Stavano talmente vicini che ognuno poteva ormai scegliere il suo avversario per lottare. Normalmente due schieramenti di cavalleria rallentavano in quel momento per evitare uno scontro disastroso, ma n Alessandro n Amauro, degno successore di Bucefalo, erano cos. Il re punt la sua lancia a sinistra, sopra la testa del suo corsiero e raggiunse il centro dello scudo dell'ufficiale che cavalcava in prima fila. Lisania vide il romano cadere di schiena sulla groppa del suo cavallo, ma poi dovette distogliere lo sguardo per occuparsi del suo nemico.
Malgrado l'impulso del re, Amauro non ebbe altro rimedio che frenare alla fine e gli altri Compagni fecero lo stesso dietro di lui, perch la massa di cavalieri e cavalli era impenetrabile. Nelle prime file si ingaggiarono decine di duelli, mentre gli uomini che stavano dietro incitavano i propri compagni e approfittavano di qualsiasi spazio che si apriva per infilarcisi con il proprio cavallo ed entrare nello scontro. Lisania si batt con un romano molto mingherlino, che maneggiava lo scudo con una velocit indiavolata mentre gli cercava la faccia con la lancia. Per fortuna, la picca di Lisania era un cubito e mezzo pi lunga, cosa che insieme alla sua corazza compensava il fatto di non avere lo scudo. I due continuarono a battersi in modo spietato e a un certo punto entrambi alzarono le punte delle lance per riprendere fiato.
Quintus Caecilius Bassus!, disse il romano con un sorriso fiero. Non poteva avere pi di vent'anni.
Lisania, figlio di Ippomene!, grid lui.
Tutti e due abbassarono le lance insieme, ma Lisania riusc a precederlo stavolta e gli tagli la carotide con il filo della punta della lancia. Il romano fece una faccia sorpresa, o forse di dolore, per essere morto cos presto in battaglia, e cadde gi dal cavallo. Lisania rivolse l'attenzione a destra, dove due nemici stavano incalzando il re; ne prese uno alla sprovvista e riusc a infilzargli la lancia nel costato. Quando prov a estrarla, la punta rimase impigliata nelle costole del romano, che cadde a terra spezzandogli l'asta. Lisania sguain la sciabola maledicendolo.
Non lamentarti!, gli disse Alessandro. Due nemici sono un buon prezzo per una sola lancia!.
Lisania si avvicin di pi al re per lasciare che un altro Compagno con la lancia si mettesse davanti a lui. Grazie alla maggior efficienza delle loro armi e al peso dei loro cavalli, pi alti di un palmo rispetto a quelli romani, i macedoni spinsero poco a poco i nemici indietro. Quando sembrava che stessero per cedere, Lisania sent un'imprecazione e vide il Compagno al quale aveva ceduto il posto cadere per terra insieme al suo cavallo. Un romano vestito come gli altri cavalieri aveva ucciso il suo cavallo con la spada e stava dando un colpo di taglio al collo del macedone approfittando del fatto che fosse rimasto bloccato sotto il peso dell'animale. Prima che Lisania potesse infilzarlo con la lancia, l'uomo scapp via.
C'erano altri soldati a piedi come quello. Guardando pi in l, a una quindicina di cubiti di distanza, Lisania vide come smontavano con un salto, grazie al fatto che i loro impedimenti fossero leggeri, e correvano al fronte di lotta schivando i loro cavalli e quelli nemici. Poi si infilavano tra le zampe degli animali e li sgarrettavano o tagliavano le loro pance con la spada.
Abbiamo un problema, Alessandro!, grid.
Attento a sinistra, Lisania!, lo avvert qualcuno.
C'era un romano sotto un cavallo che, impugnando una picca rotta, si stava avventando contro il costato di Carmis. Lisania si gir, ma gli bast una frazione di secondo per capire che non avrebbe fatto in tempo a salvare la sua cavalla. Allora capt un luccichio con la coda dell'occhio. Una lama d'acciaio divise il bastone dell'arma nemica in due, poi rote in aria per conficcarsi nella bocca del romano con uno stridulo scricchiolio di ossa e denti rotti.
Grazie, Mirmidone!, disse Lisania.
Il Re del Bosco sembrava combattere pi a suo agio a piedi e in quel momento stava facendo assaggiare la sua spada ai romani. Si fece strada tra i nemici che, a cavallo o meno, si spostavano di fronte ai terribili mulinelli della sua arma; Alessandro grid:
Dietro di lui, Compagni!.
Lisania spron Carmis, che salt come pot sopra un cavallo morto e segu Mirmidone. Quando qualcuno pass a piedi alla sua sinistra sfiorandolo, Lisania sussult. Ma, vedendo chi era, rimase con la spada a met del colpo. A correre vicino a lui era Zalmoxo, figlio del capo Bastareo, e dietro di lui c'erano altri agriani che brandivano i loro giavellotti tra grida selvagge.
Alessandro si volt verso Lisania, che all'inizio si spavent quando vide la sua faccia insanguinata, ma poi cap che erano solo schizzi di qualche nemico. Con un sorriso feroce il re gli disse:
Questa s che  vita! Goditela!, e si scagli di nuovo contro il nemico, affiancato da due fedeli agriani.
Sei Nestore. Osserva, osserva tutto.
La frase con cui si era svegliato nell'adyton dell'oracolo di Delfi risuonava nella sua testa come il ritornello di una canzone, con parole cos chiare che ogni tanto si girava credendo che qualcuno stesse parlando alle sue spalle. Mentre percorreva in groppa al suo cavallo il serpeggiante sentiero che saliva lungo le pendici di Encelado, i rumori della battaglia cambiavano di qualit, perci i passi che marciavano, i tamburi, i canti, gli ordini e i flauti si trasformarono in un caos dal quale risultava difficile estrarre suoni che avessero un senso.
Aveva lasciato Pegaso a Pompei, perch il nobile destriero, pi avvezzo a corse veloci e d'attacco che a lunghe giornate di resistenza, si stava ancora riprendendo dalla cavalcata da Roma. Per salire su quei pendii disseminati di fratte e pietrisco, non c'era niente di meglio di un buon mulo dagli zoccoli affidabili. Dietro di lui c'erano cinque paggi e altrettanti cavalieri traci, in groppa a cavalli piccoli ma abituati a terreni aspri. Nestore ricord l'ultima volta che era salito su un punto di vedetta per guardare una battaglia e supplic in silenzio Apollo, divinit di Delfi, di proteggere Boeto e di convincere i romani a trattare bene il focese brontolone.
A ogni curva del sentiero, man mano che Nestore saliva, il disegno che aveva fatto Alessandro sul campo di battaglia acquisiva sempre pi senso ai suoi occhi. Infine si ferm in un luogo con meno pendenza, smont dal mulo e per sedersi scelse una pietra liscia e non troppo bassa, per non dover piegare troppo le gambe. Il versante ovest di Encelado, quello che si affacciava sul campo di battaglia, era diviso in due da un profondo torrente che scendeva dalla cima del monte. Nestore aveva scelto la parte sud, che rimaneva verso la retroguardia dell'esercito di Alessandro, nel caso in cui ci fosse stato bisogno di fuggire come l'ultima volta.
Uno dei paggi gli pass un otre di vino, ma stavolta a Nestore non sembr opportuno e bevve solo acqua. Non si trattava di assistere a uno spettacolo coreografato per lui, come se fosse una commedia di Aristofane o del giovane Menandro. Colui che  amato dagli di muore giovane. Gli venne in mente il verso che aveva sentito recitare dalla protagonista di una delle sue opere durante le Lenee di Atene, ma la voce interiore che gli ordinava di guardare deform la frase e la trasform in: Colui che  odiato dagli di vive mille vite e le dimentica tutte. Ricord che nel mito di Er le anime ritornano sulla terra dopo mille anni di castigo o ricompensa in altri mondi e, una volta persa la memoria nel fiume Lete, tornano alla vita. Da dove veniva lui, dal cielo o dall'Ade? E perch era nato in un corpo di quarant'anni, privo di ricordi personali e pieno di conoscenze e reminiscenze delle quali non sapeva trovare l'origine?
Signore, gli disse il pi giovane dei paggi, un ragazzo di quattordici anni, c' qualcosa che non va?
No, no.
Dovresti metterti il cappello. Il sole....
Hai ragione.
No, non poteva prendere quella battaglia come uno spettacolo o come una festa. Erano gi iniziate a morire delle persone e il peggio doveva ancora arrivare. Se tutto fosse andato come nelle battaglie convenzionali, l'esercito vincitore poteva perdere tra i tre e i cinque uomini ogni cento e quello sconfitto tra i quindici o addirittura trenta se batteva in una ritirata tumultuosa.
Dalla bisaccia prese il suo quaderno di pelle conciata e lo apr su un foglio vuoto. Poi, con un carboncino appuntito, disegn quello che vedeva sulla pianura.
Le linee di fanteria, quella di Alessandro a sinistra e quella romana a destra, erano perfettamente allineate, tanto da poterle disegnare con tratti dritti. Ma la cavalleria si era gi scontrata e i nitriti di terrore, il suono del tamburo e un confuso fragore, che doveva essere il rumore dei colpi, arrivavano fino a lass. Nel suo bozzetto, Nestore rappresent i Compagni come un cuneo che affrontava la linea romana, ma le forze si erano mischiate e ormai era molto difficile distinguere quello che stava succedendo. Un po' pi gi, ai piedi del pendio, i cavalieri tessali lottavano con altri che dovevano essere i numidi: li attaccavano e si allontanavano come delle ondate che dall'alto sembravano impulsi contrattili. Dietro quella zona di battaglia c'era un'unit di cavalleria che brillava al sole come uno specchio. Erano sicuramente i catafratti, ma bench fossero cos appariscenti in tornei e parate, non sembrava che per il momento dovessero entrare in combattimento.
All'altro estremo del campo di battaglia, avvicinandosi alle pareti del Vesuvio, si avvertiva pi movimento e confusione di truppe. Nestore, che conosceva almeno la disposizione dell'esercito macedone, le rappresent come cavalleria, anche se da cos lontano non si distinguevano bene. Nel frattempo, nel centro dell'esercito romano, le legioni avanzavano contro i macedoni, che aspettavano immobili. Nestore sapeva quanto fosse difficile per la fanteria di linea attendere a pi fermo, perch i soldati, quando vedevano avvicinarsi un nemico, avevano la tendenza a fare qualcosa, perci o attaccavano o scappavano. Era necessario avere i nervi ben saldi per non muoversi dal posto.
Oltretutto, Alessandro aveva schierato al centro una linea molto sottile. Vista dall'alto, era una riga che poteva essere lunga tra i tre e i quattro stadi e il cui fondo non poteva essere composto da pi di sei uomini, o forse meno. Il fattore che spesso impediva ai soldati di scappare era sapere che dietro di loro c'erano molti altri uomini, quindici, trenta, forse persino di pi, che non solo li avrebbero rimproverati per la loro codardia se avessero provato a fuggire, ma glielo avrebbero impedito ostacolandoli con i propri corpi. Questo  quello che dovevano aver pensato i romani, perch le loro unit del centro avanzavano con pi profondit che fronte. Sebbene fosse difficile distinguere le linee di separazione tra le unit, erano l se si sapevano cercare. Otto legioni si dirigevano verso la debole linea greca, mentre le altre quattro rimanevano un po' pi indietro su entrambi i lati. Nestore non sapeva se lo facessero di proposito, se Papirio voleva attaccare con una formazione a cuneo o se la ragione era che quelle legioni, avendo un fronte pi ampio, erano costrette a fermarsi ogni tanto per ricomporre le file.
Ma cos'erano quelle massicce unit di truppe schierate in una formazione scaglionata dietro il fronte greco? Nestore sospett di cosa si trattasse, e si stup dell'audacia di Alessandro nel tenere come riserva la sua forza pi potente quando i romani li superavano ampiamente in numero. Presto si sarebbe saputo se era una
follia.
Al momento giusto sarebbe sceso dal cavallo per combattere insieme ai suoi uomini e dare l'esempio, ma per il momento Gneo Cornelio Scipione Barbato, pretore di Roma e generale della Terza Legione, preferiva continuare a stare in groppa al suo corsiero e sfruttare quella prospettiva con la testa al di sopra degli altri. Camminava nello spazio di separazione tra il primo manipolo e il successivo, vicino all'aquila d'oro. I suoi uomini avanzavano di buon passo e senza storcere le linee, come in una sfilata, una cosa che dava loro molta forza. Quasi tutti i soldati avevano partecipato a varie campagne, ma quell'anno non spettava loro combattere e Scipione aveva dovuto farli tornare in forma in gran fretta. Le marce forzate da Roma erano servite per far scendere di alcune libbre i girovita degli uomini e quella formazione cos stretta, decisa da Papirio, aiutava a mantenere le centurie compatte e ordinate.
Ciononostante, Scipione era preoccupato nel vedere le file cos attaccate, con pochissimo spazio per le manovre. Avrebbero combattuto alla vecchia maniera, come una falange, come facevano i loro nonni all'epoca delle guerre contro i celti. La falange era un rullo, e una volta che iniziava a girare poteva solo avanzare.
I soldati rimasti indietro si stavano allontanando per i passaggi tra le legioni, oppure tra le file degli astati, facendosi strada a spallate. Alcuni, quelli pi agili, percorrevano il campo di battaglia in larghezza per uscire dai lati.
Di fronte ai romani si estendeva una lunga fila di sarisse, un bosco di legno e punte di acciaio che stava aspettando di infilzarsi nelle viscere degli uomini di Scipione. La brezza, o il terrore dei macedoni, faceva vibrare le punte come spighe agitate dal vento.
Guardate come tremano le sarisse!, grid il suo centurione primipilo, Cassio. Hanno paura di voi!.
La distanza era quella giusta. Ma quando Scipione stava per dare il segnale agli astati delle prime file perch caricassero a passi veloci e lanciassero i pila, vide che le file posteriori di quel bosco cadevano all'improvviso, come se un'ascia gigante le avesse abbattute di colpo. Tutto a un tratto le picche si erano ridotte della met.
Che fifoni, disse Cassio nel suo latino della Suburra.
Cos il glorioso esercito di Alessandro aveva iniziato a crollare nella retroguardia addirittura prima dello scontro diretto. Scipione si gir verso il suo cornicen e gli disse:
Dai l'ordine.
Per orgoglio di Scipione, il corno della Terza fu il primo a suonare, ma subito dopo lo fecero quelli delle altre legioni. Dalla vedetta che gli offriva il cavallo, Scipione vide gli astati lanciarsi all'attacco tra gli urli di guerra, seguiti da quelli della legione ausiliare che stavano a sinistra e poi da tutto il fronte fino a dove riusciva a vedere, come un'incontenibile e devastatrice marea umana.
I giavellotti volavano gi verso le file nemiche, tra le quali Scipione riusciva a distinguere i singoli volti. Allora successe una cosa molto strana. Invece di abbassare le lunghe sarisse per puntarle contro i loro attaccanti, i greci le lasciarono cadere per terra, e al loro posto impugnarono delle lance pi corte, mentre in prima fila apparivano dal nulla degli scudi di colore scuro.
Che cosa sta succedendo?, domand Furio, uno dei suoi tribuni.
Non lo so, disse Scipione. Non era previsto.
Che cambia se sono picche o lance?, disse il primipilo. L non ci saranno pi di quattro o cinque uomini di fondo.
Su questo hai ragione, tribuno. Forza, milites!, grid con una voce abituata a farsi sentire dai Rostri. Calpestateli e buttateli in mare!.
I romani erano talmente vicini che si vedevano gli emblemi dei loro scudi ovali e persino i colori delle lunghe piume che ondeggiavano sui loro elmi. Alle sue spalle, Demetrio sent i colpi acuti e vibranti delle aste di pino che si scontravano tra loro, urla di terrore e lo strepito di piedi che correvano precipitosamente. Diede un'occhiata rapida indietro e vide che i civili che avevano fatto da fanteria riempitiva fuggivano a tutta velocit per la pianura.
Sarisse a terra!, grid Leonnato e l'ordine venne ripetuto per tutta la falange. Gorgo lasci la sua e gli altri fecero lo stesso buttandole nel buco per farle cadere a terra e rimanere davanti, come un ostacolo in pi per i piedi dei romani.
In quel momento si sent un segnale di corno che non era greco e che a Demetrio non piacque per niente. Da sopra le spalle del fratello vide i romani trottare verso di loro, protetti dai loro scudi, e quelli della prima fila acceleravano ancora di pi mentre tiravano fuori il braccio sinistro verso l'alto come lanciatori di giavellotto.
Scudi!, rugg la voce di Stentore, che doveva stare nella zona degli ipaspisti e Leonnato gli fece eco. I peltasti passarono di corsa tra le file, si misero in prima linea e girarono gli enormi scudi foderati dalle coperte di lana per metterli di faccia al nemico.
Quando vide che quella barriera proteggeva la zona inferiore, Demetrio si mise lo scudo sopra la testa per proteggersi. I proiettili sibilarono nell'aria e poco dopo iniziarono a picchiettare sugli scudi. Tra gli Agriopaides c'era chi grugniva e chi gridava Attenzione, State attenti, Non muovetevi e lui stesso, senza volerlo, disse agli altri:
Resistete!.
Mentre appoggiava lo scudo sull'elmo e chinava la testa, si rese conto di quanto fosse importante sentirsi uniti, per questo si davano quegli avvertimenti inutili a vicenda. Guard un attimo a destra e vide che Ciclope gli strizzava l'occhio buono.
Qualcosa colp di striscio il suo scudo e poi pass oltre dietro di lui. Qualcuno imprec a voce alta, ma non sembr un grido di dolore. Demetrio si arrischi a sporgersi al di sotto del braccio di Euctemone e vide le gambe del peltasta che faceva forza per reggere lo scudo e sent anche i suoi grugniti e le urla di Gorgo per animarlo. Una punta era sbucata all'interno dello scudo e aveva ferito lo stinco del peltasta di Crotone, che si fece scappare un'imprecazione ma rimase al suo posto.
La pioggia di giavellotti non sembrava voler smettere. Un proiettile cadde accanto a Demetrio, a mezzo palmo dal suo piede. Il lungo bastone di ferro aveva un aspetto sinistro. Da una parte e dall'altra si sentivano lamenti e imprecazioni e urla di agonia che si spegnevano con rantoli soffocati.
Peltasti indietro!, grid Leonnato.
L'ordine si ripet per tutte le file, e gli stessi peltasti gli fecero eco nel caso in cui qualcuno non lo avesse sentito. Il soldato di Crotone butt a terra lo scudo, che rimase inclinato in diagonale, sicuramente sorretto dai proiettili che lo crivellavano. Poi se la svign in tutta fretta tra le linee verso la retroguardia. Il peltasta che aveva cercato di allontanarsi dall'altra parte di Demetrio ebbe meno fortuna. Proprio quando stava passando accanto a lui, un giavellotto lo prese alla nuca e gli usc dalla bocca. Demetrio sent lo scricchiolio secco delle ossa che si rompevano e qualcosa di caldo schizzargli sulla guancia. Era il primo vero morto che vedeva in battaglia.
Il peltasta cadde sulla gamba di Cerdida, che gli diede un calcio per farlo rotolare verso Demetrio. Questi spinse a sua volta il cadavere per metterlo in mezzo.
Ora che gli enormi paraventi della prima fila erano spariti, Demetrio vide che i romani erano arrivati addosso a loro. Correvano con pi cautela di prima, ma non smettevano di avanzare e dal bordo degli scudi sbucavano le punte delle loro spade.
Il tamburo diede il segnale che avevano imparato: Ratatat, dumm-dumm. Senza esitazioni, fecero tutti un passo indietro con la destra e un altro con la sinistra. Il romano che stava andando da Gorgo rimase sconcertato; inoltre, nel calpestare lo scudo abbandonato dal peltasta, inciamp e perse l'equilibrio. Gorgo ne approfitt per infilzarlo con la sua lancia nella clavicola. Ci accadde talmente vicino a Demetrio, che pot vedere il sangue zampillare dalla ferita.
Approfittando del fatto che il legionario cadeva a terra bocconi, Euctemone si pieg sotto lo scudo di Gorgo e proiett la sua lancia per infilzarla nel buco tra la nuca e la corazza. Demetrio osservava tutto con una fredda lucidit, come qualcosa di lontano e vicino allo stesso tempo, come gli era successo anni prima quando aveva assistito a una rissa in una taverna del Pireo. Solo che qui le armi erano pi affilate e avevano pi ferro: il soldato romano non si rialz pi.
Molto bene, Euctemone!, grid Gorgo.
Demetrio sent che gli ribolliva il sangue, ma poteva solo incoraggiare Gorgo e il fratello, perch, nonostante provasse a infilare la lancia tra i buchi, il massimo che aveva ottenuto era sfiorare lo scudo del legionario successivo che si era scontrato con la capa del plotone. Filo, da buon chiudi-fila, incitava gli altri:
Va bene, va bene! Forza, un po' di pi che ce la fate! Hanno gi la lingua di fuori!.
Demetrio non vedeva granch. Gli scudi toglievano molto la vista, ma non se ne poteva fare a meno. All'improvviso qualcosa ribalt il suo e Demetrio lanci un'imprecazione. Una punta di ferro di quasi un palmo aveva attraversato il legno e si era portata via un pezzo di carne del suo avambraccio. Perch quei pazzi sparavano giavellotti quando c'erano i loro compagni che combattevano in prima fila? Demetrio tenne la lancia con la mano dello scudo, prese il giavellotto per la parte che fuoriusciva con la destra e lo tir. Ma la punta rimase incastrata.
Resistiamo! Forza!, continuava Filo.
Il tamburo ordin di nuovo di retrocedere. Lo fecero senza smettere di colpire con le lance, ma stavolta i nemici non li seguirono. Approfittando della pausa, il tamburo suon varie volte di seguito, cos da poter mettere un po' di distanza tra loro e i romani, che appoggiarono gli scudi per terra. Demetrio poteva immaginarseli che piegavano la schiena e ansimavano per riprendere fiato.
C'erano diversi corpi distesi in terra di nessuno che erano stati lasciati in mezzo: due erano dei loro, almeno nella zona che riusciva a vedere.
Vieni dietro e toglitelo, gli disse Filo, tirandolo dal balteo per levarlo dalla formazione.
Retrocedere di un paio di passi era come passare dal giorno alla notte: si apriva un panorama pi ampio e alla sua destra poteva persino vedere la maestosa mole del Vesuvio. C'era pi gente che, come lui, era uscita dallo schieramento per togliere giavellotti dagli scudi o, peggio ancora, dal corpo. Demetrio vide un soldato di nome Timarco levarsi di dosso una lancia romana e tirarsi via un intestino. Timarco rimase a guardarlo per qualche istante con la faccia incredula e poi cadde bocconi.
Inorridito dalla propria insensibilit, Demetrio si dimentic di quel compagno, mise lo scudo a faccia in gi per terra, ci mise il piede sopra e tir il giavellotto fino a staccarlo, il che cre un buco quasi della grandezza di un pugno. In quel momento gli venne in mente una cosa. Corse da Timarco, gli prese lo scudo da sotto il corpo e gli lasci il suo in cambio.
Tu, ladro!, grid qualcuno.
Lascialo, non gli serve pi, disse un altro.
Il tamburo avvert di nuovo di retrocedere. Demetrio torn di corsa al suo posto facendo una curva per non essere travolto. Per quel breve momento pot vedere qualcosa in pi: dietro la falange e verso il monte, c'erano piccoli distaccamenti della cavalleria che andavano da una parte all'altra, con un movimento apparentemente caotico, come formiche laboriose. Truppe leggere che andavano e venivano e che a volte trascinavano i feriti. Vide anche compagnie di arcieri cretesi che aspettavano a una cinquantina di passi dietro di loro. Perch non sparavano per frenare i romani? La risposta se la diede da solo quando Filo lo prese dal bordo dello scudo e lo tir per rimetterlo al suo posto.
Non sparavano perch non volevano frenarli, bens attrarli. Per questo gli Agriopaides indietreggiavano e per questo da entrambi i lati del campo Demetrio aveva visto cose che non stavano al loro posto. Le file intatte dei battaglioni di sarisse aspettavano guardando verso il centro.
I cavalieri romani si erano battuti come leoni, ma arriv un momento in cui non potevano pi sostenere la pressione dei Compagni, perci tornarono indietro. Perdicca, che si era risvegliato dal suo marasma durante la battaglia, sent odore di sangue e disse al trombettiere e all'alfiere di dare l'ordine di caricare di nuovo. Lo squadrone lo segu e quelli che stavano pi vicini seguirono il suo esempio. In quel caos era ormai difficile guidare i duemila Compagni come una sola unit; oltretutto, tra la polvere e i cavalieri nemici, Perdicca non sapeva nemmeno pi dove fosse Alessandro.
I romani, con un'attrezzatura pi leggera, si allontanarono da loro, ma subito dopo inciamparono sulle proprie file e gli uomini di Perdicca li colpirono con la lancia alle spalle, come stessero cacciando conigli in una prateria. Avrebbero potuto voltarsi verso di loro e lottare, visto che non potevano pi continuare a cavalcare verso nord, ma Fobos, divinit irrazionale e volubile, si era impossessato di loro, perci non furono pi capaci di lottare come unit. I macedoni continuarono a uccidere e gli zoccoli dei cavalli calpestarono i caduti senza piet.
Dopo un po' l'ingorgo che tratteneva i cavalieri nemici dovette disperdersi e i romani fuggirono di nuovo. Il cavallo di Perdicca era sfinito, e anche quelli degli altri Compagni, quindi il generale ordin di fermarsi e aspett che si deposit la polvere per vedere dove si trovavano.
Per qualche motivo erano rimasti a guardare in direzione del Vesuvio, dove si stavano ritirando i cavalieri romani in gruppi, come stormi di uccelli spaventati. Molto pi in l, a una decina di stadi, la cavalleria barbara di Alessandro stava inseguendo quella nemica sull'altro fianco.
Sembra che abbiamo quasi liquidato la loro cavalleria, disse Gavane, ansimando e sputando un paio di denti. Qualcosa di contundente lo aveva colpito alla bocca, perci aveva il labbro gonfio e pieno di sangue, cos il suo sorriso sembrava quello di una
Gorgone.
Pu essere. Ma non c' da fidarsi. Tu, disse Perdicca a un giovane messaggero, avvicinati a quei tre squadroni l e di' loro di inseguire i romani.
Fino a dove, signore?
Fino all'Ade!.
Mentre il messaggero correva da una parte a dare l'ordine, Perdicca guard verso il lato sud. L c'era la retroguardia delle legioni che i nemici avevano messo sul fianco sinistro, cio il destro dei macedoni. In quella zona i romani erano impegnati in una lotta contro la falange dei mercenari di Meleagro. L'ubriacone e i suoi uomini se la stavano cavando bene e guadagnavano terreno. Poco oltre, la linea posteriore delle legioni che il dittatore aveva schierato in profondit era pi avanti: o il centro di Alessandro era stato distrutto o stava retrocedendo.
Mentre Perdicca valutava dov'era meglio andare, Alessandro arriv da lui con un distaccamento di venti o trenta cavalieri. Il resto dell'Agema era dietro di lui.
 il momento di attaccare le loro file, gli disse Alessandro con occhi esultati. Tutti i dubbi e la debolezza erano spariti ed era tornato a essere il dio della guerra del Granico e di Gaugamela. Amauro aveva le orecchie piene di una spuma rosacea, un misto di sudore e sangue, ma quando si fermava scalpitava per terra, desideroso di entrare di nuovo in azione.
 inutile, si disse Perdicca. Amo quest'uomo.
Alessandro sped messaggeri ovunque, anche al fianco sinistro, con l'ordine che la cavalleria degli alleati greci e i massageti con le frecce avvelenate concentrassero i loro attacchi nella retroguardia romana. Dopo aver distribuito gli squadroni dei Compagni e aver inviato un paggio con disposizioni per i tessali, se fosse riuscito a trovarli, si avvicin di nuovo a Perdicca e gli indic la legione che occupava l'estremo della formazione.
Guarda l, sotto l'aquila. Quell'ufficiale a cavallo, con il mantello rosso. Un prigioniero mi ha appena detto che  il dittatore. Pu essere?.
Perdicca socchiuse gli occhi.
Io direi di s, pu essere lui.  un uomo molto robusto.
Allora andiamo da lui, amico! Entreremo a cercare il dittatore come bruchi in una mela, vediamo chi arriva prima.
Rotte le lance della prima fila, gli Agriopaides continuarono a lottare con la spada contro i romani. Non smettevano di retrocedere, senza perdere l'ordine, anche se cadevano sempre pi uomini e Demetrio dubitava che ci fosse una sola linea nel battaglione che avesse ancora quattro soldati. Adesso capiva in che genere di unit lo aveva destinato Alessandro: era convinto che, anche se fosse rimasta una sola fila, gli Agriopaides avrebbero continuato a resistere senza voltare le spalle al nemico.
Il vantaggio era che i romani, malgrado fossero tanti, dovevano lottare uno alla volta nell'avanguardia e gli altri potevano fare ben poco oltre a incitarli. Lo svantaggio era che, essendo tanti, c'era sempre qualcuno che sostituiva i caduti o quelli che erano talmente esausti che si ritiravano dalla formazione per prendere fiato.
Invece quasi tutti gli Agriopaides erano impegnati nella lotta. La fila di Cerdida era caduta tutta, compreso il tarantino, al quale una spada romana aveva vuotato le viscere. Euctemone era passato al primo posto e Demetrio si era messo dietro di lui, mentre Filo stava attaccato alla schiena di Gorgo.
In quel corpo a corpo a stoccate e fendenti, ormai non importava pi coprire il compagno con lo scudo, perci Euctemone lo teneva con la mano destra e con la sinistra faceva la sua scherma geometrica contro i nemici. Demetrio teneva il conto: aveva gi ucciso due romani. Lui, da parte sua, cercava di infilare la lancia nei buchi che gli restavano, ma il fratello bloccava con lo scudo quella parte e gli risultava impossibile.
Ratatat dumm-dumm. I tocchi del tamburo che ordinavano di retrocedere suonavano sempre pi uno di seguito all'altro. Alla destra di Demetrio, Ciclope dovette passare al primo posto e affrontare un romano che aveva appena infilzato la spada nella coscia di un macedone. Su entrambi i lati c'erano molte pi file da due che da tre. Demetrio pens che gli Agriopaides fossero un grande tassello di legno e i romani la scuffina che li stava scartave-
trando.
Al rullo successivo guard di nuovo indietro. Ormai stavano quasi addosso agli arcieri, che, alla fine, ricevettero l'ordine. I cretesi incoccarono la freccia all'arco, lo puntarono verso l'alto e aspettarono un istante.
Tirate!, grid una voce aspra.
Centinaia di frecce volarono in un'alta parabola sopra le teste degli Agriopaides. Demetrio immagin come cadevano dall'altra parte, ma se ci furono grida di dolore, non le distinse dalle altre. In quel momento si sent la nota grave di un corno, alla quale fecero subito seguito delle altre, come ruggiti di enormi bestie eccitate. Migliaia di gole fresche gridarono nello stesso momento:
Alxandros! Nike! Alxandros! Nike! Alxandros!.
Le voci dei battaglioni di picchieri percorsero tutto il campo di battaglia come frustate che schioccavano nell'aria. A Demetrio s'infiamm il sangue e quando sent il terzo Alxandros! Immagin gli opliti della quinta fila che abbassavano le sarisse per caricare contro i romani; allora dai suoi polmoni usc lo stesso grido che risuon nelle bocche di tutto l'esercito macedone, che avessero le sarisse o meno.
Nikeee!.
Quando i soldati che formavano la retroguardia della Seconda Legione videro che i cavalieri macedoni caricavano contro di loro, capirono che erano arrivati alla situazione che ogni soldato romano temeva: Res ad triarios uenit. La lotta era arrivata fino ai triari, ma non perch le file degli astati e dei principi avessero ceduto, bens perch tra nuvoli di polvere era apparsa la cavalleria di Alessandro e non la loro, come speravano. Tuttavia, erano soldati veterani, che avevano combattuto in innumerevoli campagne contro i latini e i feroci sanniti; quindi, seguendo gli ordini dei centurioni, si girarono e serrarono i ranghi.
I macedoni caricarono pi e pi volte, ma i triari, che erano armati di lunghe lance invece che del pilum, piantavano il puntale nel terreno, poggiavano indietro il piede destro e proiettavano le punte aguzze verso il muso dei cavalli. Gli animali frenavano prima di arrivare, impauriti da quella barriera. I cavalieri si fermavano l e, montati a cavallo, cercavano di combattere contro i legiona-
ri. Molti di loro avevano perso la lancia e dovevano avvicinarsi per raggiungere i nemici con le spade; cos facendo, ottennero solo che i romani sgarrettassero i loro cavalli. E quelli che avevano ancora le picche capirono che era molto difficile sfuggire alla protezione dei grandi scudi ovali.
Dopo il quarto tentativo, Alessandro si avvicin a Perdicca. Gli occhi di Amauro sembravano sul punto di uscire dalle orbite. Molti cavalieri non attaccavano pi e varie bestie erano crollate a terra morte sul colpo.
Voglio quell'uomo e lo voglio adesso, disse Alessandro con rabbia, indicando il dittatore. Continua a caricare con i tuoi uomini.
Loro non si stancano, disse Perdicca riferendosi ai romani, che stavano issando le lance sulle loro teste e si prendevano gioco di loro. Per quanto insistiamo non riuscirai a ottenere niente.  come schiantarsi contro un muro.
Allora cerchiamo un ariete!.
Quindi Perdicca cap quello che doveva fare.
Farai qualcosa che loderanno le cronache e i poeti.
Va bene, Alessandro, ansim. Caricheremo un'altra volta. Gavane!.
Il nipote, che aveva abbracciato il collo del suo cavallo, si svegli di colpo e trott verso di lui.
S, zio!.
Prendi la mia lancia. Io user la spada. Ora mi riuscir meglio.
Poi si volt verso il re.
Non ne ho il diritto, Alessandro, ma ti chiedo un favore. Lasciami caricare con i tuoi uomini....
Va bene.
...per primo.
Alessandro inclin la testa e socchiuse gli occhi. Perdicca pens che non era cos difficile capire che cosa avesse intenzione di fare, ma il re doveva essere molto stanco, perch scosse la testa.
D'accordo. Se il tuo presentimento  giusto, ti seguir un'altra volta, amico mio.
Perdicca si mise davanti ad Alessandro e premette le ginocchia contro i fianchi della sua giumenta. Subito dopo sent il nitrito di Amauro dietro di lui e gli zoccoli di dozzine di corsieri che lo seguivano. Lo strepito per terra crebbe e, senza guardare, cap che si erano uniti alla carica cavalieri di vari squadroni, tutti quelli che avevano potuto chiedere un ultimo sforzo ai loro cavalli.
Quando si trovavano a una trentina di cubiti dai triari, questi smisero di ridere, fissarono le lance a terra e tornarono a ripararsi dietro gli scudi. Perdicca aizz la cavalla colpendola con i talloni sui fianchi, alz la spada in aria e grid:
Per Alessandro!.
In quell'ultimo momento sorrise soddisfatto, una delle poche volte che lo aveva fatto nella sua vita. Aveva trovato il modo per evitare la vergogna e stavolta non c'erano n Cratero n Alessandro davanti a lui.
Perdonami, Aicm.
Perdicca sapeva a quale distanza esatta la sua giumenta avrebbe frenato. In quel preciso momento port il braccio indietro, le infilz la punta della spada nell'anca, aspett un istante e la tir fuori. Con un nitrito selvaggio, accecata dal dolore, Aicm si scagli contro gli scudi. Una lancia le strapp la pelle del fianco destro, si ficc nel ginocchio di Perdicca e si spezz in due. Il dolore fu lacerante, molto pi di quello della freccia a Gaugamela, ma Perdicca non si scomod nemmeno a distogliere lo sguardo per vedere cosa rimaneva della sua gamba. Sotto la massa di Aicm caddero due scudi e Perdicca diede un colpo di spada con tutta la forza del suo braccio, tagli l'elmo di cuoio di un romano e gli spacc la testa in due. Poi, mentre la cavalla scalciava tra i corpi dei romani come se stesse nuotando nelle impetuose acque di un torrente in Orestide, Perdicca continu a colpire finch non gli si spezz la spada, allora lo fece con la lama rotta e con l'impugnatura, mentre le punte delle lance lo infilzavano nelle gambe e nelle braccia. Qualcosa lo buc sotto il mento e quando sent il sapore del ferro sulla lingua cap che gli avevano trafitto la bocca. Con un ultimo sforzo gir la testa, anche se cos gli affond la punta della lancia nel palato. Ma l'ultima immagine che vide lo mand felice nell'Ade: dietro di lui, facendosi strada lungo la scia di caos che aveva lasciato al suo passaggio, c'erano Alessandro e Amauro seguiti dal cuneo ormai inarrestabile della cavalleria dei Compagni.
Lisania si lanci dietro Alessandro, picchiando a destra con la lancia che aveva raccolto da terra, cercando pi di proteggere il re che di ferire i romani. I cavalli avanzavano lentamente tra quella massa di uomini, come se nuotassero controcorrente, ma una volta che ebbero rotto le file ormai era quasi impossibile fermarli. Gli agriani si precipitarono nelle brecce che si aprivano, e tra le file della retroguardia della legione, che fino ad allora erano rimaste ordinate, si scaten il caos.
Al centro, un buco di poco pi di quattro passi, c'era quello che doveva essere il dittatore, in groppa a un cavallo screziato. Mentre i soldati delle prime file continuavano a occuparsi della lotta contro i mercenari di Meleagro, il dittatore si volt verso Alessandro, lo indic con la spada e diede un ordine che non riuscirono a sentire.
Un giavellotto!, grid Alessandro allungando la mano da una parte.
Un agriano gli diede uno dei suoi proiettili e il re port indietro il braccio destro per lanciare. Ma quando stava prendendo la mira, Mirmidone gli si avvicin. La sua lancia sibil e vol in aria, per poi conficcarsi nella gola del dittatore. Questi afferr la picca con entrambe le mani ed ebbe ancora la forza per togliersi il dardo, ma poi cadde pesantemente a terra e tra i Compagni si ud un grido di gioia.
Una volta ho fatto frustare un paggio per avermi tolto la preda che era mia, disse Alessandro girandosi verso Mirmidone.
Ti servo, ma non sono il tuo paggio, Alessandro.
Secondo la clessidra, Nestore si trovava lass da un'ora e mezza. Poco tempo, ma anche un'eternit.
Mentre saliva per il pendio aveva sospettato quale fosse il piano di Alessandro, ma ormai era chiaro. Un'audacia senza limiti. In altre battaglie in cui era in inferiorit numerica, come Isso o Gaugamela, aveva corso il rischio di perdere in certe zone del campo di battaglia in cambio di assestare un colpo profondo e decisivo. Stavolta, invece, con venti o venticinquemila uomini in meno rispetto a Papirio, aveva azzardato una manovra avvolgente che gli era riuscita bene.
Avanzando, le otto legioni del centro si erano messe da sole in trappola. Su entrambi i lati, c'erano i battaglioni di sarisse che aspettavano, nascosti tra le linee dell'esercito di Alessandro, e quando l'enorme boccone era entrato tra le sue fauci, le avevano chiuse.
Ormai le legioni non avevano scampo. Sui lati est e ovest, le falangi erano fresche, appena entrate in battaglia, perci la tattica che al monte Circeo era servita contro le sarisse, l, con truppe cos ammassate che a malapena riuscivano a muoversi, era impos-
sibile.
A sud, ossia la direzione dell'avanzata romana, la sottile linea di difesa schierata da Alessandro era riuscita a contenere i legionari. Quello era il punto pi debole del piano, perch se quella linea fosse caduta avrebbe lasciato le falangi dei fianchi in una situazione compromessa. Ma non aveva ceduto, perci ora accorrevano in loro aiuto i catafratti che formavano un cordone di ferro.
Infine a nord, nella retroguardia, i romani erano braccati dalla cavalleria macedone e degli alleati, che, dopo aver sconfitto i cavalieri nemici, si era scagliata contro la fanteria. Le legioni dei fianchi, anch'esse intrappolate tra le falangi greche e altre forze di cavalleria, non stavano avendo molta pi fortuna.
Nestore pens che l'esercito romano fosse come un enorme pezzo di pane circondato da formiche che lo stavano divorando dai bordi e si tenevano il centro per ultimo. C'erano circa cinquantamila uomini accerchiati, senza scampo, la maggior parte dei quali non poteva nemmeno usare le proprie armi per difendersi perch intorno c'erano solo i compagni.
Ho fatto cose terribili. E le rifar.
Gli urli che arrivavano dal campo di battaglia erano diversi. Pi acuti, pi disperati, come se qualcuno avesse aperto le bocche del Tartaro e avesse lasciato che si sentissero i lamenti dei Titani rinchiusi per tutta l'eternit. Gli uomini che gridavano non erano pi soldati che combattevano. Avrebbero potuto essere naufraghi che annegavano in una tempesta, boscaioli colti da un incendio nel bosco, vittime che avevano perso ogni speranza di salvarsi dal proprio destino e condividevano solo il panico.
Osserva, osserva tutto.
Ma no, Nestore non poteva restare seduto l inerme a guardare come Alessandro ordinava lo sterminio di decine di migliaia di romani. Tutto ci non sarebbe successo se lui non avesse seguito il suo impulso di andare a Babilonia, se non avesse curato quel re pazzo. Doveva fermare la strage.
Senza dire niente alla sua scorta, Nestore mont in groppa alla mula e la spron per scendere dal monte. Le urla di terrore e di agonia erano sempre pi penetranti e ormai non si sentivano pi i tocchi del corno o gli zoccoli dei cavalli. Solo le urla di chi moriva.
Scipione ci aveva messo un po' a capire che cosa stesse succedendo. Le false sarisse lo avevano preoccupato parecchio, ma contava che i suoi uomini sarebbero riusciti a piegare la resistenza delle linee greche e non diede importanza a quell'inganno. Poi, quando i nemici gettarono quelle enormi barriere imbottite che avevano usato per resistere alle prime bordate di pila, scopr che gli uomini che ci si nascondevano dietro avevano il lambda disegnato sui loro scudi rossi. Erano spartani e lottavano come tali. Perci Scipione aveva mandato contro di loro un'ondata dopo l'altra, prima di astati e poi di principi. Ma loro avevano resistito, e nonostante poco a poco avessero perso terreno, non avevano mai scomposto le loro linee.
Allora sent le gravi note dei corni e poi il nome di Alessandro pronunciato all'unisono da un coro di migliaia di voci. Quando guard a sinistra, vide alzarsi dal nulla un bosco di sarisse, che poi caddero gi per abbattersi su di loro. Fu in quel momento che si rese conto che erano caduti in una trappola.
Quando cap che la situazione era disperata, Scipione smont e uccise il suo cavallo con la spada, per dimostrare ai soldati che il loro generale avrebbe condiviso la morte o la salvezza con loro e i tribuni seguirono il suo esempio. Tuttavia, bench il suo gesto spron il morale dei legionari, presto cap che era stato inutile. La Terza Legione, pressata di fronte, al fianco sinistro e alla retroguardia, e ostacolata anche dagli alleati che aveva a destra, non poteva fare niente, soltanto aspettare e pregare che i nemici si stancassero di uccidere.
I macedoni stavano a pochi passi da lui, ma erano irraggiungibili come le stelle del cielo. La pressione aumentava da tutti i lati e non c'era pi spazio tra i manipoli o tra le centurie e nemmeno tra i soldati. Scipione veniva spinto da tutte le parti e a un certo punto gli cadde la spada. Non poteva nemmeno chinarsi a raccoglierla. Era circondato da corazze, petti e scudi i cui brocchi gli si ficcavano nelle braccia e nelle costole. Gli uomini cercavano di farsi forza per spingere contro i macedoni, ma le voci d'incoraggiamento divennero presto imprecazioni e poi grugniti quando lottavano solo per avere spazio almeno per respirare.
Tra le picche e Scipione c'erano a malapena quindici passi e poteva vedere i macedoni usarle per massacrare i suoi uomini. Le punte avanzavano e retrocedevano, infilzando, tagliando, spingendo. L c'era Cassio, il primipilo, caduto di spalle su una pila di cadaveri, con le braccia incrociate. C'erano due macedoni che si erano accaniti contro di lui e siccome non cadeva del tutto per terra a causa dei corpi che aveva sotto, continuarono a infilzarlo con le punte delle sarisse finch alle ossa della faccia non rimase pi carne da strappare. I morti avevano a malapena spazio per cadere e Scipione sent il freddo panico della fine che si avvicinava, davanti al quale non poteva fare niente. Perch i macedoni, presi dalla foga di uccidere, si stavano arrampicando sui cadaveri e, da lass, anche se scivolavano sulle corazze e sugli scudi pieni di sangue e viscere, continuavano a infilzare con le sarisse come pescatori che arpio-
nano tonni.
Era sempre pi difficile respirare. Cercava di non espellere l'aria dal petto, perch poi era quasi impossibile riempirlo di nuovo. Uno di quelli che lo stava schiacciando era il tribuno Furio. Scipione gli disse di provare a spostarsi un po', ma Furio non gli rispose. Era morto.
Iniziava ad andare fuori di testa. A momenti vedeva tutto nero e poi d'improvviso apparivano delle stelle dorate che fluttuavano davanti ai suoi occhi. E poi le stelle si fusero in una stella bianca molto grande che pass sopra la sua testa.
Sent un fragore lontano. Che fastidio, pens. Che pace, invece, nel chiudere gli occhi e sprofondare nelle acque dell'oblio. Il suo penultimo pensiero fu per Giulia. L'ultimo fu per una giovane vestale morta vent'anni prima.
Non si retrocede pi, Agriopaides!, grid Gorgo.
Leonnato era morto, forse, perch era un po' che non si sentiva la sua voce. Doveva essere stato uno degli ultimi Agriopaides a cadere. Ora che avevano chiuso la tenaglia sui romani, dato che la distanza era meno, potevano serrare di nuovo i ranghi e spingere. Sopra le loro teste continuavano a sibilare le frecce, che cadevano sulla massa di nemici come grandine di ferro e pi a sinistra i catafratti erano occupati a schiacciare e falciare romani come si fossero
erbaccia.
La paura era scomparsa. Rimaneva solo l'euforia della battaglia e la rabbia per i nemici che avevano pressato e ucciso i loro compagni. I macedoni e i greci ammazzavano a volont, mentre i romani morivano in mezzo al mucchio, calpestati, asfissiati, feriti dalle loro stesse armi.
Euctemone stava in prima fila al fianco di Gorgo e da dietro Demetrio li vedeva alzare e abbassare la spada come boscaioli che tagliano i rami o come macellai che squartano bestie. Gorgo indietreggi imprecando, con la lama di ferro spezzata in due, quindi Demetrio ne approfitt per prendere il suo posto e mettersi alla sinistra del fratello.
Era la prima volta durante la battaglia che affrontava il nemico faccia a faccia. Quel romano aveva lo scudo rotto, chiss come, ma era rimasto solo con la met superiore, e il gomito spuntava da sotto il brocco. Il legionario grid di rabbia e paura e sferr un colpo di taglio alla testa di Demetrio. Lui riusc a pararlo, ma di rimbalzo si colp sulla testa con il proprio avambraccio. D'istinto, tir una stoccata. La sua spada si conficc sotto la placca pettorale del romano ed entr fino a met. La cosa pi disgustosa non fu il vomito di sangue che sgorg dalla bocca del romano, ma l'orribile sensazione di estrarre la spada dal suo corpo, come se avesse tolto un bastone dal fango indurito.
Quando abbass il braccio dello scudo not che gli faceva male tra il costato e l'ascella. In quel momento Gorgo apparve come dal nulla, si mise in punta di piedi sopra Euctemone e lanci una stoccata che prese un romano tra gli occhi.
Figlio di puttana!, grid con una rabbia che sorprese Demetrio.
Gorgo, approfittando del fatto che aveva due morti romani come barriera, tir Demetrio per il balteo e se lo port indietro.
Ti ha infilzato. Quel bastardo ti ha infilzato.
No, macch. Io....
Gorgo gli fece lasciare lo scudo e gli alz il braccio. Le urla della battaglia si erano fuse in un unico grido acuto, quasi femminile, di panico e morte; ed era un grido romano, perch i macedoni grugnivano, ansimavano e imprecavano mentre continuavano a uccidere. Ma a Demetrio fischiavano le orecchie e sentiva quei rumori come se avesse la testa sott'acqua.
Demetrio....
Abbass lo sguardo e vide che aveva la corazza piena di sangue. Evidentemente, mentre aveva alzato lo scudo per difendersi da un romano, l'altro gli aveva conficcato la spada nel buco dell'ascella. Ma non faceva tanto male come credeva. A saperlo, non avrebbe avuto tanta paura durante la battaglia.
 la mia prima ferita di guerra, disse sorridendo.
Demetrio, ripet Gorgo.
Quando vide la sua espressione di orrore cap che qualcosa non andava. Gorgo lo port un po' pi lontano e inizi a slacciargli la corazza. Un cretese che aveva una mano avvolta in una benda sporca e che non poteva pi tirare con l'arco si avvicin per aiutar-
li. Quando gli tolsero lo spesso petto di lino, Demetrio vide che aveva una ferita larga tre dita dalla quale scorreva un sangue pulito e
rosso.
 positivo che sia cos rosso, vero? Cos non si infetta, disse e si inginocchi perch gli girava la testa.
No, Demetrio, no.
Gorgo strapp un brandello della sua tunica e lo appallottol per cercare di tamponare la ferita, ma era evidente che non sapeva cosa fare. Il sangue sgorgava a piccoli fiotti, come faceva lui quando era piccolo e si riempiva la bocca d'acqua per tirarla al fratello. Credeva di aver sentito che se usciva a fiotti era un brutto segno. Ma morire non poteva essere cos, non poteva essere cos stupido.
Quasi non mi fa male..., sussurr.
Qualcuno dovette dire a Euctemone cosa stava succedendo, perch abbandon la sua frenesia guerriera e si avvicin a loro. Era pieno di sangue e aveva una macchia scura che gli colava dal mento. Faceva paura. Ma in quel momento lasci cadere le braccia e il suo scudo scivol a terra.
Eute, disse Demetrio, allungando la mano.
Ma Euctemone non si mosse, e rimase l, a soli tre passi, spostando lo sguardo dalla ferita a terra. Nel frattempo, Gorgo abbracci Demetrio e gli schiacci il viso contro la sua guancia.
Sei freddo.
S, ho freddo.
La vista gli si annebbiava. Resistere in ginocchio era ormai troppo faticoso per lui, aveva bisogno di sdraiarsi a terra. Si lasci cadere e vide il volto di Euctemone sospeso sopra il suo, come una grande luna macchiata.
Devi fare una cosa per me, Gorgo.
Quello che vuoi, disse lei, con le guance bagnate di lacrime che aprivano solchi bianchi sulla crosta di sporcizia e sangue.
So che porti gi un peso. Ma ti chiedo di prenderti cura di mio fratello.
Lei lo baci sulla bocca. Le sue lacrime erano calde o forse era la pelle di Demetrio a essere ghiacciata.
Lo far, te lo prometto, singhiozz lei.
Sopra la testa di Euctemone si accese una luce, come se un nuovo sole fosse sorto proprio dietro la sua nuca. Ma quel sole era pi veloce di quello vero, perch pass alla destra di Euctemone e vol verso nord lasciando una scia accecante nel cielo.
 Hermes, bisbigli Demetrio. Viene per portarmi a....
E poi non disse pi niente.
La Seconda Legione, che non era caduta nella trappola delle sarisse, resistette con ardimento per un bel po'. Quando il dittatore mor, il console Bubulco si piant sotto l'aquila e con la spada in alto cerc di infondere coraggio ai suoi uomini affinch morissero come romani. Gaio Giulio, che si trovava a una trentina di passi da lui e che si stava battendo con i mercenari greci insieme alla prima fila di astati, pens che fosse meglio pensare a sopravvivere come romani. Mise le spalle di traverso e indietreggi tra i legionari per raggiungere Bubulco e convincerlo che doveva interrompere l'assedio per scappare e riorganizzarsi lontano da l.
Mentre camminava a fatica, vide i cavalieri macedoni farsi largo tra le teste dei legionari come animali mitologici. Quel guerriero matto con un elmo da leone doveva essere Alessandro, e quel cavallo nero che avrebbe potuto benissimo trainare la quadriga infernale di Plutone non poteva che essere il celebre Amauro. Circondato dai suoi Compagni, il re macedone si dirigeva verso lo stendardo. Gaio cerc di sbrigarsi e salvare almeno l'insegna della Seconda, ma si rese subito conto che era un'impresa impossibile. Alessandro arriv vicino a Bubulco, gli fendette la testa con un colpo e sollev l'aquila d'oro sopra la testa del suo cavallo.
Bene, si disse, se non poteva essere grande quanto Alessandro poteva almeno provare a essere il romano che uccise Alessandro. Gaio ordin agli uomini intorno a lui di seguirlo e caric contro i macedoni per recuperare lo stendardo. Ma non avevano fatto neanche qualche passo che un cavaliere senza armatura si piant davanti a loro, smont dal cavallo leardo passandogli la gamba sopra il collo e inizi a distribuire stoccate al pugno di coraggiosi che accompagnava Gaio. Quando cap chi era quell'uomo, il tribuno lasci cadere la spada a terra e le braccia lungo i fianchi.
Vuoi essere il Re del Bosco, soldato?, gli disse Mirmidone, avvicinandogli la punta della spada al collo.
Io ti ho aiutato, disse Gaio, sorpreso dalla freddezza di quegli occhi. Dopo tutto quello che aveva passato, non poteva credere che sarebbe morto per mano di Mirmidone.
Tu hai aiutato te stesso, Gaio Giulio. Non ti devo niente. Dovr qualcosa a chi mi liberer, ma non sta a te farlo.
Gaio Giulio deglut e si sforz di non battere ciglio. Non voleva morire con gli occhi chiusi. Non avrebbe mostrato una tale debolezza a un nemico.
Affonda quella spada e finiscila una volta per tutte, farfugli.
Ma non gli rimase altro da fare che battere le ciglia. Una luce accecante apparve nel cielo, come se la luna e il sole si fossero staccati dal firmamento. Quel bolide gigantesco pass sopra il campo di battaglia e lasci una lunga scia, cos brillante che chi cerc di seguirla con gli occhi rimase cieco per un po'. Poi, quando la luce scomparve verso nord-est, si sent un violento boato, un fragore di una tale portata che fece tremare tutta la pianura della Campania. A molti scoppiarono le orecchie e alcuni rimasero sordi a vita.
Poi ci fu un momento di silenzio sconvolgente. Alessandro sent una voce alla sua sinistra e si gir in quella direzione. In groppa a una mula, Nestore trottava verso di lui facendosi largo tra la fanteria tracia, agitando il suo cappello in aria e gridando qualcosa che non riusciva a capire. Finalmente, il ronzio gli lasci capire le sue parole.
Devi fermare tutto questo, Alessandro! Fermalo!.
S,  un segno, mormor il re e diede l'ordine di cessare il massacro.

8. Lo saremo.

Epilogo.

Addirittura prima che le trombe trasmettessero l'ordine di Alessandro, i soldati greci e macedoni abbassarono le lance e le spade, convinti che il bolide fosse un segnale: gli di stavano dicendo che quel massacro di scala disumana non la gradivano e che non avrebbero accettato ulteriori sacrifici umani per quel giorno. Un momento dopo la terra trem. Alcuni guardarono preoccupati la montagna di fuoco, ma il Vesuvio rimase in silenzio, e Alessandro fece correre rapidamente la voce che il breve terremoto significava che Gea era sazia di sangue e approvava la sua decisione di fermare la strage.
Ciononostante, fu una carneficina. Nei giorni seguenti, quando i vincitori fecero il conto dei cadaveri, si scopr che tra romani e alleati erano morti trentottomila uomini, pi della met dei soldati. Il massacro si era accanito soprattutto sulla fanteria pesante, la spina dorsale dell'esercito. Con i sopravvissuti si era potuta riunire, a fatica, una legione e mezzo.
Se la strage era stata cos terribile tra i legionari, per gli ufficiali era stata ancora peggio. Il dittatore, il suo magister equitum, i due consoli, il pretore, i consolari che comandavano le altre legioni: erano periti tutti. La morte pi eroica era stata quella di Torquato Imperioso, che a ottant'anni era riuscito a spezzare con le sue mani la sarissa che lo aveva attraversato e aveva ucciso il suo assassino con una stoccata.
Persero la vita anche quasi tutti i tribuni e i centurioni che combattevano in prima fila con i loro uomini. Al momento di negoziare, la persona pi simile a un'autorit che Alessandro pot trovare fu Gaio Giulio Cesare. Dei cinque tribuni sopravvissuti, era quello che aveva pi ascendente sugli altri e quello che parlava meglio greco. Era un miracolo che fosse ancora vivo, perch Mirmidone stava per sgozzarlo quando quel portento era apparso nel cielo. Ma in fin dei conti era un miracolo anche che si fossero salvati i diciassettemila prigionieri che in quel momento, realizz Alessandro, erano una buona moneta di scambio per negoziare.
Che tipo  Gaio Giulio?, domand il re a Nestore.
Ambizioso e orgoglioso, ma intelligente.
Quest'ultima qualit  importante. Mi serviranno uomini intelligenti per trattare con Roma.
Dal canto suo, l'esercito di Alessandro aveva parso quasi tremila uomini. Mille di quelle morti erano avvenute tra i soldati che avevano contenuto l'attacco romano al centro delle linee, che corrispondeva alla met degli uomini schierati in quella zona. Gli Agriopaides avevano perso duecentoquindici dei loro cinquecento uomini. I battaglioni di sarisse, invece, erano rimasti intatti e due di loro non avevano subito nessuna perdita.
Quando vide la caduta del bolide, Nestore aveva pensato che si trattasse della cometa e che gli di avessero anticipato la distruzione dell'umanit. Ma quando l'unico risultato apprezzabile fu quel breve terremoto, pens che la minaccia predetta da Aristotele e da Euctemone si fosse compiuta con molti meno danni del previsto. Con suo stupore, per, quando alz lo sguardo verso l'alto, la cometa era ancora in cielo, indifferente alla battaglia che era stata combattuta ai suoi piedi.
Tuttavia, presenziarono ancora ad altri prodigi. Quando il sole tramont, si vide un vivissimo bagliore cremisi verso nord-ovest, dov'era scomparso il bolide, come se il cielo stesso si fosse incendiato al suo passaggio. Poi, durante la notte, una luce si separ da Icaro e i cuori di tutti si strinsero terrorizzati perch pensavano che una nuova palla di fuoco sarebbe caduta sulla terra e che stavolta avrebbe potuto colpirli.
Quel lampo fugace sembr perdersi nel cielo e tutto rimase tranquillo. Ma un'ora dopo, un'altra grande luce spunt dal bordo del disco lunare e crebbe per un po' prima di spegnersi.
Profeti, astrologi e indovini discussero per tutta la notte sul significato di quei segnali. Ma Alessandro voleva ascoltare solo una persona. Quando fecero arrivare Euctemone, il re venne a sapere che, per colpa di un supremo scherzo degli di, suo fratello Demetrio era morto un istante prima che si fermasse la battaglia. Alessandro gli fece le condoglianze, ma Euctemone non rispose. Gorgo, che stava con lui, gli disse:
Non ha ancora detto una parola.
Il viso di Euctemone sembrava una maschera di legno; ma, a differenza di quelle del teatro, non esprimeva nessuna emozione. Invece di muoversi come al solito, le sue pupille erano fisse a terra. Alessandro gli si avvicin, gli mise la mano sotto il mento e gli alz la testa perch lo guardasse negli occhi. Probabilmente ci vide qualcosa che lo fece commuovere, forse la stessa debole lucentezza che aveva visto negli occhi del nipote Neo quando era morta Cleopatra, perch lo abbracci con forza e lo obblig a poggiare la testa sulla sua spalla. Il giovane ateniese lasci cadere le braccia lungo i fianchi, ma dopo poco si alz e appoggi le mani sulle spalle del re e in quel momento tutti videro uno spettacolo che li riemp di paura e che spezz loro il cuore: Euctemone apr la bocca, i suoi lineamenti di deformarono in un'orribile smorfia da Gorgone e, per la prima volta in vita sua, pianse. Lo fece quasi senza lacrime, con un gemito grave che usciva dalle profondit del suo petto, a met tra l'ululato di un lupo nella notte e il belato di un agnellino
smarrito.
Dopodich, il re gli chiese con molta gentilezza di osservare ancora la cometa e di informarlo di qualsiasi cambiamento. Euctemone non disse niente, ma usc dalla tenda e rimase a guardare il cielo per il resto della notte.
All'alba gli port una risposta.
La cometa Icaro non ci mette pi quattordici giorni a completare l'orbita intorno alla Terra.
Questo non mi interessa pi di tanto, Euctemone. Quello che voglio sapere  se cadr su di noi o se c' stato qualche cambiamento.
Parte della natura pesante di Icaro, che  di terra e acqua,  caduta sulla Terra perci la cometa  salita. Ma parte della natura leggera di Icaro, che  di etere e fuoco,  ascesa verso la Luna perci la co-
meta  scesa.
E quindi?, si spazient Alessandro. Nestore, che non aveva mai avuto a che fare con quel personaggio, si port la mano alla bocca per contenere una risata.
Non si sa esattamente quando la cometa Icaro cadr sulla Terra.
Come non si sa? Nemmeno tu lo sai?, domand Alessandro con un'espressione incredula, come se Meleagro gli avesse detto che era diventato astemio.
La cometa Icaro pu cadere sulla Terra tra diciassette mesi con uno scarto di tre mesi. Bisogna fare ulteriori osservazioni per determinarlo con esattezza.
Ottenuta una risposta, Alessandro sospir di sollievo e mand via Euctemone. Poi chiese di portargli Gaio Giulio. Mentre arrivava il tribuno, il re disse a Nestore:
Tu hai ottenuto una proroga per la mia malattia. Adesso gli di concedono a tutti noi una proroga. Non credo che sia una casualit.
Nemmeno Nestore ci credeva, ma non lo disse ad alta voce.
Mi avevi parlato di un'alternativa per evitare l'inevitabile. Me la spiegherai ora?, domand.
Alessandro si volt verso Mirmidone ed entrambi si scambiarono uno sguardo indecifrabile. Nestore si chiese quale patto avessero stretto e che cosa volessero l'uno dall'altro, ma cap che non glielo avrebbero detto.
Non  ancora arrivato il momento. Ti dir solo che faremo un lungo viaggio.
E io ti accompagner, disse Nestore. Non era una domanda. Era la constatazione di un dato di fatto.
Nestore, che ricordava un Gaio Giulio arrogante e circondato da
un'aura di autorit intensa quasi quanto quella di Alessandro, rimase sorpreso nel vedere un uomo sconfitto e con lo sguardo perso. Non tutti i giorni si vedeva il dominio della propria citt affondare nel fango.
Il Senato non negozier con te per riscattare prigionieri. Roma non si arrender, disse il tribuno con voce atona, come se stesse enunciando un fatto della natura. Recluteranno proletari e schiavi se sar necessario, ma non ti lasceranno entrare nella citt. Ricorreranno agli alleati, chiederanno loro pi legioni, riuniranno un esercito e ti affronteranno di nuovo.
Forse non sai cosa ti aspetta, Gaio Giulio.
Alessandro non fece riposare le sue truppe. Dopo aver lasciato a Pompei una guarnigione di settemila uomini per assistere i feriti e sorvegliare i prigionieri, il giorno dopo la battaglia prese il resto dell'esercito e gli ostaggi pi influenti e part per Roma. Dato che la velocit della marcia non lo soddisfaceva, scelse cinquemila uomini di cavalleria e arriv alla citt quattro giorni dopo, il 18 hyperberetaios, anticipando i messaggeri che portavano la notizia della grande sconfitta romana al Vesuvio. Cos Alessandro divent l'ambasciatore della propria vittoria.
Lo spettacolo che trovarono al loro arrivo all'urbe sorprese i macedoni. Tutta la citt era circondata da una palizzata di pi di ottanta stadi di perimetro da cui grandi macchine da guerra demolivano le mura con pietre ed enormi frecce. Nessuno tra quelli che stavano intorno ad Alessandro, nemmeno Peucesta, Lisania o Nestore, sapeva che da pi di un mese un esercito al comando del macedone Ofella si stava preparando a Ortona per attraversare gli Appennini e assediare Roma. I romani avevano commesso l'errore di attaccare Ofella in campo aperto con l'Ottava Legione invece di usarla per presidiare le mura, perci il macedone, bench sub gravi perdite, riusc a sconfiggerli grazie al fatto che li superava con una proporzione di quasi tre a uno. Ormai Roma non disponeva di altre truppe, nonostante tutti gli uomini che si reggevano in piedi e molte donne stessero difendendo le mura.
Comunque Ofella aveva l'ordine di aspettare e di ostacolare i romani senza tentare di espugnare la citt, perch era un boccone troppo grande per un esercito ridotto come il suo. I difensori, che stavano resistendo con la speranza che il grosso dell'esercito non avrebbe tardato a tornare, si ritrovarono invece con la spiacevole sorpresa che Alessandro si presentava alle porte della loro citt solo tredici giorni dopo che erano partite le orgogliose legioni.
Quella notte la cometa, che aveva rallentato un po' il suo volo, fu visibile per qualche ora e poco prima dell'alba spar sotto l'orizzonte. A Roma venne considerato un segno, anche se n gli uguri n gli aruspici, e nemmeno i fulguratores, pi esperti in queste materie, si mettevano d'accordo sul significato. Il giorno dopo, una commissione del Senato, capeggiata dagli edili curuli che erano rimasti in citt come massime autorit, si present davanti ad Alessandro.
Questa  la mia offerta, disse il re. Aprite le porte della citt oppure far prima giustiziare gli ottomila cittadini romani e i settemila alleati che ho in mio potere. Poi abbatter le mura, rader al suolo la vostra citt e cosparger di sale i vostri campi.
Alessandro non aveva minimamente voglia di scontrarsi con quelle mura di tufo che attutivano i colpi con silenziosa tenacit, ma aveva detto chiaramente che era disposto a farlo se non avesse avuto altra scelta. D'altra parte, cap quali senatori erano i pi venali perci corruppe alcuni di loro affinch a loro volta corrompessero gli indovini. Bastarono due giorni perch corressero per la citt voci sul fatto che opporsi ad Alessandro significava opporsi agli di. E il bello era che la gente ci credeva, perch non poteva essere un caso che, nello stesso momento in cui avevano visto quella luce accecante solcare il cielo, il loro esercito venne annientato ai piedi del Vesuvio.
Malgrado i segnali e i prodigi, le negoziazioni furono lunghe. Alessandro, che non aveva mai avuto molta pazienza e non l'aveva nemmeno acquisita con l'et, maledisse mille volte i romani. Parlando in privato con Nestore, gli confess che stava desiderando raderla al suolo come aveva fatto con Tebe. Ma finalmente, nelle none di ottobre, che per i macedoni corrispondevano al 5 dios, Alessandro entr a Roma.
Non lo fece come re, una cosa che avrebbe fatto traballare le fondamenta sacre del pomerio, ma come figlio di Giove. Tutte le istituzioni romane avrebbero continuato a esistere e a funzionare allo stesso modo, con un'eccezione. Come dio incarnato, Alessandro avrebbe avuto diritto di essere non un governatore militare, ma un sacerdote che avrebbe potuto porre il proprio veto a qualsiasi decisione dei magistrati e i cui consigli avrebbero avuto lo stesso peso di quelli del Senato.
Tra la folla che si rivers per le strade ad assistere all'entrata dell'esercito macedone ci furono pareri discordanti. I patrizi e le famiglie plebee pi abbienti guardarono il dio invasore in un silenzio torvo, mentre le classi popolari, alle quali Alessandro aveva distribuito grano gratis e aveva promesso argento in abbondanza, lo acclamarono di buon grado perdonandogli, almeno per il momento, che avesse sconfitto le loro legioni.
Come aveva assicurato prima della battaglia, Alessandro entr a Roma alla testa degli Agriopaides. Anche l'invalido capitano Gorgo sfil per l'occasione, incastrato su una sella a forma di seggiola di legno e in groppa a un superbo corsiero bianco le cui redini erano tenute dalla capa del plotone Gorgo, ormai inseparabile da Euctemone.
Nestore cavalcava a fianco del nuovo figlio di Giove, malgrado avesse insistito sul fatto che lui non era un soldato, ma un dottore, e che quel posto non gli spettava. Ma Alessandro era stato molto chiaro:
Sei il mio talismano, Nestore. So che, finch sarai accanto a me, non mi succeder nulla. Non riesco a pensare a niente di peggio che avere un attacco di cecit o uno svenimento davanti a tutti quei romani. Negoziare con loro  stato peggio di quando da bambino mi toccava intervenire nelle discussioni tra mio padre e mia madre, disse con sincerit.
Nestore attravers di nuovo il Foro; anche se farlo in groppa a un cavallo alto come Pegaso dava una prospettiva diversa. Passarono vicino alla porta di Giano, che si chiuse al loro passaggio per simboleggiare che Roma e Alessandro erano di nuovo in pace; poi il corteo si ferm davanti al tempio della Concordia e a quello di Saturno. L i cavalieri smontarono da cavallo e intrapresero la salita al Campidoglio. Una volta arrivati davanti all'altare del tempio, Alessandro sacrific due splendidi buoi bianchi in onore di suo padre, al quale si rivolse come Giove-Zeus-Ammone e gli aruspici che esaminarono le viscere assicurarono che tutto era in ordine.
Due notti dopo per, Alessandro torn al tempio di Giove, accompagnato soltanto da due uomini di fiducia. Mentre ripercorreva-
no la salita, Alessandro prese Nestore dal braccio e gli disse a bassa
voce:
Prima di morire, Perdicca mi ha raccontato una cosa.
Nestore sent che il cuore gli si ferm per un istante. Conoscendo i sintomi visibili che distinguevano un uomo bugiardo da uno sincero, si concentr per evitarli. Alessandro aggiunse:
Mi disse di chiedertelo, perch tu conoscevi un segreto che riguarda Agatoclea.
Non capisco che cosa volesse dire.  evidente che fosse diventato molto intrigante.
Mi disse che era successo qualcosa con lei a Roma.  vero?.
Alessandro si gir e lo guard negli occhi. Nestore si concentr su quella zona vuota del suo cervello, sul nulla della sua memoria che poteva tingere di niente la sua espressione, e non rispose.
Agatoclea  una giovane incantevole, disse Alessandro. ti capisco. So che vuoi proteggerla. Dimmi, il suo comportamento a Roma fu motivo di scandalo? Successe qualcosa di sconveniente tra lei e Gaio Giulio?
Assolutamente no, Alessandro, rispose Nestore, convinto che nel dirlo non avrebbe nascosto la verit. Di quelli che erano stati a Roma con loro, l'unica che poteva saperlo era Ada, o almeno era quello che voleva credere lui. Ma, come gli aveva spiegato Boeto, quella brava donna aveva avuto la disgrazia di contrarre una dissenteria galoppante che l'aveva portata alla tomba in soli cinque giorni.
L'ho sposata per politica,  evidente, prosegu Alessandro, mentre si avvicinavano alla piccola spianata dove c'era il tempio. Capisco che abbia le sue passioni. A quell'et il temperamento  molto ardente, soprattutto quello femminile. Ma spero che capisca una cosa. La donna di Alessandro non solo deve essere casta, ma deve anche sembrarlo.
Lo capir sicuramente, disse Nestore, ma poi si pent di aver detto persino questo.
Si fermarono in cima alla scalinata del tempio, dove li raggiunsero Peucesta, Lisania e Mirmidone. Alessandro si gir a contemplare da lass la citt illuminata della luna crescente.
Questi due giorni a Roma sono stati molto istruttivi, amici. Ormai credo di sapere come averla vinta.
Davvero?, disse Peucesta. A me questi romani sembrano peggio degli spartani. Bisogna lasciare una guarnigione di almeno diecimila uomini. E comunque, se mi lasci il comando, ti assicuro che starei sempre all'erta, anche la notte.
S,  vero che sono un po' spartani, rispose Alessandro. Frugali, attaccati alla terra e alle loro vecchie usanze... o almeno  quello che vogliono credere. Ma ho notato il brillio nei loro occhi quando vedono l'oro.
Pensi di corromperli tutti?, domand Mirmidone divertito. Ti coster molto cara questa citt allora.
In un certo modo, s, li corromper. Ma non uno per uno. Li corromper tutti insieme. Li ricoprir talmente tanto d'oro da spezzare loro la schiena. Li render schifosamente ricchi. Saranno la nuova Babilonia in Occidente. Avete mai visto un babilonese che sia un buon soldato?.
Il motivo di Alessandro per visitare il tempio di Giove Ottimo Massimo non era per fare alcun sacrificio n concedere una visita di cortesia al divino padre. Aveva sentito parlare dei Libri Sibillini e la storia di come il re Tarquinio ne era entrato in possesso aveva destato la sua curiosit. Magari in quei libri avrebbe trovato qualche informazione pi precisa sul messaggio di Aristotele. Ormai non poteva pi consultare il filosofo, perch era morto due giorni dopo aver parlato per l'ultima volta con Nestore.
Quando entrarono nel tempio, and loro incontro il decemviro che quella notte era di guardia. Nestore lo riconobbe: era Sempronio, lo stesso che aveva predetto che lui e Clea dovessero essere seppelliti vivi.
Non puoi consultare i libri. Soltanto il Senato pu dare l'autorizzazione e soltanto noi decemviri per le funzioni sacre possiamo vederli, gli disse in greco.
Puoi essere un uomo molto ricco o puoi morire seduta stante, rispose Alessandro, che ne aveva abbastanza delle mille regole e proibizioni religiose di quella citt. Scegli tu.
Non fu necessario che Mirmidone ricorresse al suo coltello. Come si era fatto manipolare di buon grado da Papirio per danneggiare Gaio Giulio, Sempronio si lasci intimidire da Alessandro. Il decemviro li condusse ai sotterranei del tempio attraverso una scala con gradini consumati dopo secoli di utilizzo. L c'era la cassa di pietra dove si conservavano i libri, che era piuttosto un sarcofago. Peucesta e Mirmidone alzarono il coperchio e Sempronio mostr loro l'interno alla luce di una lampada a olio.
Nonostante la leggenda dicesse che l erano conservati tre libri scritti su foglie di palma, ne trovarono molti di pi e di tutti i tipi di materiali. C'erano papiri, cortecce d'albero, dittici di cera, tavolette di terracotta, pelli di vacca e placche d'oro incise. Alessandro perse le speranze pensando che l non avrebbe trovato niente di utile. Sempronio spieg qual era il procedimento che seguivano.
Ci affidiamo alle sortes.
Che cosa significa?, domand Alessandro.
Chi di noi deve consultare chiude gli occhi, mette la mano nel cassone, prende un libro a caso e poi, senza ancora aprire gli occhi, mette un dito su un passaggio che poi legge a voce alta.
Il re annu pensieroso. Poi si volt verso Nestore e gli disse:
Prova tu.
Io? Che cos'ha la mia mano di speciale?
Sei il mio talismano. Di sicuro mi porterai fortuna e troverai un consiglio che mi aiuti a decidere il corso che devono seguire le mie azioni. Forza!.
Nestore si sentiva un po' ridicolo, ma chiuse gli occhi e mise il braccio nel cassone. Una volta dentro, inizi a rimestare, spostando gli oggetti tra le dita e cercando sul fondo. Era molto in basso e quando tocc la pietra fredda il dito gli si agganci a un anello. Lo tir e risult essere agganciato a una catena che a sua volta era attaccata a un rotolo di papiro sigillato.
Il decemviro fece una faccia stupita.
Non avevo mai visto quel libro.
Nestore soffi e si alz un nuvolo di polvere. Il sigillo si stacc facilmente, non ci fu bisogno di romperlo per quanto era vecchio. Poi srotol il papiro con molta attenzione per non romperlo.
Lisania, per favore, disse Alessandro. Accompagna fuori il nostro anfitrione.
Non ne hai il diritto! Sono il decemviro per le questioni sacre!.
Portalo via, per favore.
Lisania prese Sempronio per il braccio e lo port fuori da l, ma prima rivolse ad Alessandro uno sguardo afflitto. Nel frattempo, Nestore esamin il papiro. Era scritto nella lingua dei romani, ma in un dialetto un po' diverso, proprio quello a lui pi familiare.
Cosa aspetti? Leggi, Nestore.
Devo tradurlo, si scus il dottore. Non  cos semplice.
Non appena lesse a voce alta le prime righe si pent di averlo fatto.
Mi sento obbligato a spiegare le riflessioni che spesso ho fatto in silenzio, in modo da riuscire a ipotizzare quale sarebbe stato
il destino di Roma se avessi dovuto fare la guerra contro Alessandro.
Come, se avessi?, disse Peucesta. E quello che abbiamo fatto era...?
Silenzio, gli disse Alessandro. Per favore, Nestore, continua.
Tenendo conto del numero e del coraggio dei soldati, delle doti dei generali e della fortuna, che influiscono tanto nelle questioni della guerra, si deduce infine che Roma non sarebbe stata vinta da questo re, come non lo fu da altri. In primo luogo, non nego che Alessandro fu un generale eccezionale. Ma contribuisce alla sua fama il fatto che mor molto giovane, all'apice del suo potere, senza aver ancora subto i risvolti della fortuna.
Nestore guard Alessandro.
Non fermarti, gli disse il re. Continua.
Bisogna enumerare i generali romani che avrebbe dovuto affrontare Alessandro? Ognuno di loro possedeva le stesse qualit e lo stesso talento di Alessandro, oltre alla disciplina militare che viene trasmessa dalle origini di Roma. Si sarebbe forse tirato indietro davanti ad Alessandro Papirio Cursore, dotato di grande forza fisica e spirituale? Avrebbe mai superato la saggezza di un solo giovane del Senato romano, la cui vera natura la comprese chi disse che era composto da re?
Continua, insist Alessandro.
Se fosse vissuto per scontrarsi con Roma, avrebbe riconosciuto che non se la sarebbe dovuta vedere con un Dario che aveva un esercito di semiuomini e donne. E avrebbe trovato un'India molto diversa, un paese che attravers con un esercito di ubriachi che facevano banchetti e abbuffate, rispetto all'Italia dove avrebbe trovato le gole della Puglia e le montagne della Lucania. O anche quando avrebbe seguito le recenti orme del disastro della sua famiglia nello stesso luogo in cui suo zio Alessandro, re dell'Epiro, trov la
morte.
E parliamo di un Alessandro che ancora non nuotava nell'abbondanza, una cosa che assimil peggio di qualunque altro. Sicuramente venendo in Italia avrebbe assomigliato pi a Dario che ad Alessandro, e non avrebbe portato un esercito macedone, ma persiano. Mi vergogno di scoprire in un monarca di tale levatura il raffinato lusso, i cambiamenti nell'abbigliamento, il desiderio di vedere gli adulatori prostrati a terra. E che dire di quando uccise i suoi amici a met dei banchetti e del suo impegno nel costruirsi una stirpe? Che cosa sarebbe successo se la sua passione per il vino fosse diventata ancora pi ardente e il suo...?.
Alessandro lo interruppe. Persino alla scarsa luce del sotterraneo si vedeva che era bianco come un cencio.
Non leggere pi, Nestore.
 una sfilza di fandonie!, esclam Peucesta indignato. Lo ha appena scritto un commediante. Lascia che gli metta le mani addosso a quel Sempronio....
Vuoi che riponga il libro?, domand Nestore.
Assolutamente no. Dammelo.
Alessandro prese il papiro, lo bruci con la lampada, lo butt a terra e poi lo calpest finch non ne rimasero solo le ceneri.
Qui muore la profezia sulla mia morte.  ovvio che le predizioni di questo libro non si sono avverate. Il re alz la testa e guard gli altri. Non troveremo nessuna risposta nei Libri Sibillini. Andiamocene.
Pi tardi, da solo nella stanza della casa di Scipione e Giulia dove alloggiava, Nestore pens che invece lui aveva trovato delle risposte in quel libro. Non era un falso, lo sapeva. La ceralacca, l'inchiostro, la consistenza stessa del papiro: tutto parlava di un'antichit molto pi grande del resto dei libri che avevano visto nel cassone. Forse quel papiro era uno dei testi originali della Sibilla. Se fosse stato cos, ne restavano solo due.
L'Alessandro di cui parlava il libro era lo stesso che aveva conosciuto a Babilonia. La profezia era corretta: quell'Alessandro ubriaco, superbo e violento sarebbe morto avvelenato se Nestore non fosse comparso proprio allora.
Il Libro Sibillino semplicemente non ne teneva conto. Era come se Nestore non fosse nemmeno esistito, o come se lo sguardo profetico che scrutava il futuro non riuscisse a raggiungerlo. Che strano che lui, che era apparso proprio a Delfi, rimanesse fuori dagli occhi delle Sibille. Ma senza dubbio quel mistero aveva a che vedere con i suoi ricordi, o piuttosto con la sua mancanza di ricordi.
Sei Nestore. Osserva, osserva tutto.
Prima dell'alba, Nestore sell Pegaso e lasci la citt per la Porta Esquilina senza dire niente a nessuno. Quando il sole sorse, lo colp direttamente negli occhi, ma lui non si scost dalla strada. Doveva andare all'origine di tutto, nell'antro sacro della Pizia, l'ombelico del mondo.
Se non avesse trovato delle risposte nell'oracolo di Delfi, non le avrebbe trovate da nessun'altra parte.
...
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...
FINE.
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Indice dei personaggi.
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I nomi in corsivo corrispondono ai personaggi immaginari, nonostante molti di questi appartengano a famiglie realmente esistite. Per i personaggi storici, l'informazione che segue il simbolo # si riferisce a fatti accaduti dopo l'avvelenamento di Alessandro a Babilonia, nel 323 a.C., momento a partire dal quale si verifica la divergenza dalla storia reale. Infine,  indica i personaggi deceduti prima dell'inizio dei fatti narrati nel romanzo.
...
Ada: Donna macedone, serva di Clea dalle sue nozze con Alessandro.
Agatoclea: Figlia di Agatocle, prima tiranno e poi re di Siracusa. Quinta moglie di Alessandro. Preferisce essere chiamata Clea.
Agatocle: Prima tiranno poi re di Siracusa, in Sicilia, # grazie all'aiuto di Alessandro. Per suggellare la loro alleanza politica, d in sposa sua figlia Agatoclea al re macedone.
Alceta: Fratello di Perdicca. # Padre di Gavane, comanda un battaglione di fanteria armato di sarisse nella campagna d'Italia.
Alessandro: Figlio di Filippo e Olimpia, terzo monarca macedone della sua stirpe. Conquistatore dell'impero persiano. Sposato con Rossane, Statira, # Kumardevi, Nebet e Agatoclea.
Antigene: Generale veterano macedone. # Comanda un battaglione di sarisse nella campagna d'Italia.
Antipatro: Uno dei generali veterani di Filippo. Quando Alessandro parte per l'Asia, lo nomina governatore di Macedonia e Grecia. Padre di Cassandro, # coinvolto come lui nell'avvelenamento di Alessandro. Dopo essere stato sconfitto nella battaglia di Larissa, si toglie la vita.
Aristotele: Filosofo e scienziato nato a Stagira nel 384. Discepolo di Platone all'Accademia di Atene dal 367 al 347. Dopo essere stato il tutore di Alessandro e di alcuni suoi compagni in Macedonia, nel 336 fonda una propria scuola, il Liceo, sempre ad Atene. # Nel 323 va in esilio e da allora non si sa dove vive.
Attalo: Generale macedone, cognato di Perdicca. # Comanda un battaglione di sarisse nella campagna d'Italia.
Barsine: Figlia del satrapo persiano Artabazo e moglie di Memnone, capo della flotta persiana nella lotta contro i macedoni. Dopo la morte per malattia de Memnone, diventa l'amante di Alessandro, con il quale ha poi un figlio di nome Eracle.
Berenice: Figlia di Cleopatra e Perdicca.
Boeto: Greco originario di Delfi, servo di Nestore dal 323.
Cadmia: Figlia del defunto Alessandro d'Epiro e Cleopatra, la sorella di Alessandro. Sorella di Neo e sorellastra di Berenice.
Callia: Zio di Clea, fratello di Demetria, la madre defunta.
Cassandro: Figlio di Antipatro. Compagno d'infanzia di Alessandro, non partecipa alla campagna in Asia. Nel 323 a.C. il padre lo manda a Babilonia a suo nome. # Perdicca e Rossane lo coinvolgono nell'avvelenamento di Alessandro e muore torturato in Grecia nello stesso anno.
Cerdida: Mercenario greco, compagno di Demetrio ed Euctemone nell'unit degli Agriopaides.
Ciclope: Soldato macedone guercio da un occhio, membro degli Agriopaides. Il suo vero nome  Filolao.
Cleopatra: Figlia di Filippo e Olimpia, sorella di Alessandro. Sposata prima con suo zio, il re Alessandro d'Epiro, con cui ha Neo e Cadmia. # Ormai vedova, sposa Perdicca, con cui ha Berenice.
Cornelia: Madre di Gaio Giulio, Giulia e Lila. Appartiene alla gens Cornelia ed  zia di Scipione.
Cratero: Nobile macedone. All'inizio della campagna in Asia  comandante di un battaglione di fanteria di sarisse, anche se poi nella battaglia di Isso (333 a.C.) la sua responsabilit  quasi equiparabile a quella di Parmenione. In seguito alla morte di quest'ultimo, diventa il principale generale di Alessandro. # Dopo il 323, aiuta Alessandro a sconfiggere Antipatro e Cassandro. Nel 320 sottomette Antigono, generale veterano di Filippo che si ribella in Siria e distrugge la citt di Damasco. Nel 318 aiuta Perdicca a reprimere l'insurrezione in Grecia.
Dario iii : Gran Re dell'impero persiano dal 336. Sconfitto da Alessandro nelle battaglie di Isso (333) e di Gaugamela (331), fu destituito e poi assassinato dal traditore Besso. Padre di Statira, seconda moglie di Ales-
andro.
Demetrio: Giovane ateniese molto bello, mercenario nell'esercito di Alessandro in Italia. Fratello di Euctemone.
Dicearco: Filosofo greco discepolo di Aristotele al Liceo. Autore di opere di cartografia e geografia, e anche di trattati politici. # Fu capo topografo e cartografo nell'esercito di Alessandro in Italia.
Efestione : Nobile macedone, compagno di Alessandro sin dall'infanzia. Suo pi intimo amico e anche amante. Alessandro  solito dire che gli altri lo amano come re o come generale, mentre Efestione lo amava come Alessandro. Deceduto nel 324, la sua morte ha turbato profondamente Alessandro.
Ego9, Alessandro: Figlio di Rossane e Alessandro, nato nel 323 a.C.
Epiboa: Ufficiale macedone che sta agli ordini di Perdicca e lo aiuta nella congiura per avvelenare Alessandro.
Ermolao: Marinaio di Taranto, capitano della nave Anfitrite.
Eshmunazar: Ambasciatore di Cartagine a Roma.
Euctemone: Giovane ateniese, mercenario nell'esercito di Alessandro in Italia. Appassionato di matematica e astronomia, e dai modi di fare bizzarri. Fratello di Demetrio.
Eumene: Greco originario di Cardia. Grazie alle sue capacit nel campo della burocrazia e dell'amministrazione,  segretario reale prima di Filippo e poi dello stesso Alessandro. Autore del diario ufficiale conosciuto come Efemeridi reali.
Filo: Soldato macedone, membro degli Agriopaides e appartenente al plotone di Gorgo.
Gaio Giulio Cesare: Patrizio romano della nobile, ma impoverita, gens Giulia. Fu tribuno nella Seconda Legione. Figlio di Cornelia, sposato con Valeria e fratello di Giulia (sposata con Scipione) e di Lila.
Gavane: Giovane macedone, nipote di Perdicca e figlio di Alceta, appartiene alla cavalleria dei Compagni.
Giulia: Sorella mezzana di Gaio Giulio, sposata con Scipione.
Glaucia: Generale macedone al comando del battaglione di fanteria di sarisse nella campagna d'Italia.
Gorgo: Ex comandante di Alessandro, diventato paralitico. Caduto in disgrazia nella campagna d'Ircania e del Ponto nel 320. Sposato con Mirtale, meglio conosciuta come Gorgo.
Gorgo: Il suo vero nome  Mirtale. Moglie dell'ex comandante Gorgo. Appartiene all'unit conosciuta come gli Agriopaides.
Imperioso, Tito Manlio Torquato: Patrizio romano che ha ricoperto varie volte la carica di console. Conosciuto come Torquato per aver strappato una torque a un barbaro gallo in un duello. Fece giustiziare il proprio figlio per aver disobbedito ai suoi ordini. #  il princeps senatus.
Kumardevi: Sorella del re indio Chandragupta. Terza moglie di Alessandro, con cui si sposa nel 319. Madre di Orestia.
Leonnato: Ufficiale macedone, capo dell'unit degli Agriopaides.
Lila: Sorella minore di Gaio Giulio. Ha sei anni.
Lisania: Giovane macedone che, dopo la formazione all'accademia dei paggi reali di Pella, si unisce alle truppe di Alessandro nel 323. Nella campagna d'Italia  ufficiale della Guardia Reale e braccio destro di Alessandro. Si crede che sia suo amante, come anni prima lo fu Efestione.
Meleagro: Generale macedone che durante la conquista dell'Asia  sempre stato al comando dei battaglioni di fanteria di sarisse. Conosciuto per la lingua tagliente sin dalla campagna in India. # Capo delle truppe mercenarie durante la campagna d'Italia.
Mirmidone: Re del Bosco. Sacerdote del tempio di Diana sul lago di Nemi.
Nearco: Cretese, amico d'infanzia di Alessandro. Tra il 334 e il 329 fu satrapo della Licia e della Panfilia, nell'attuale Turchia. Da allora fu ammiraglio della flotta di Alessandro. # Tra il 323 e il 322 conclude la circumnavigazione dell'Arabia.
Nebet: Figlia di Nectanebo, ultimo faraone d'Egitto. Quarta moglie di Alessandro, da cui ha i gemelli Filippo e Cleopatra.
Neottolemo: Figlio del defunto Alessandro d'Epiro e Cleopatra, la sorella di Alessandro. Fratello di Cadmia # e fratellastro di Berenice, preferisce che lo chiamino Neo.
Nestore: Medico che salva la vita ad Alessandro a Babilonia nel 323 a.C. Da allora diventa uno dei Compagni del Re, e braccio destro di Alessandro. Non si conosce il suo paese d'origine.
Nina: Giovane e bella cortigiana babilonese, complice dell'avvelenamento di Alessandro.
Ossibace: Figlio di Ossiarte e fratello di Rossane. Capo dell'unit dei catafratti che va in Italia come rinforzo per le truppe di Alessandro.
Papirio: Lucio Papirio Cursore. Patrizio romano che ha ricoperto varie volte le cariche di console e dittatore. # Prima della minaccia di Alessandro, viene nominato dittatore per la seconda volta.
Parmenione : Generale macedone che fu al servizio prima di Filippo e poi di Alessandro nella campagna in Asia. Considerato l'artefice di buona par-
te delle riforme dell'esercito macedone e anche dei suoi risultati militari. Padre di Filota. Come conseguenza dell'esecuzione di questi nel 330 per il suo coinvolgimento nella cosiddetta congiura dei paggi, Parmenione fu as-
sassinato.
Perdicca: Nobile macedone nato nella regione di Orestide. Compagno di Alessandro sin dalla giovent, fu a capo del battaglione di fanteria di sarisse nella campagna in Asia. Nel 324, dopo la morte di Efestione, viene nominato capo della cavalleria dei Compagni. # Nominato governatore di Grecia e Macedonia nel 321.
Peucesta: Membro della guardia reale da quando, nel 326, salv Alessandro proteggendolo con il suo scudo nella citt dei malli. # Capo degli ipaspisti, il battaglione d'lite della fanteria macedone.
Rossane: Roshanak, piccola stella. Figlia di Ossiarte, satrapo di Battriana e Sogdiana. Prima moglie di Alessandro, con cui si sposa nel 327. Madre di Alessandro Ego.
Scipione: Gneo Cornelio Scipione Barbato. Cognato di Gaio Giulio e protettore di Roma.
Sofocle: Comandante delle truppe macedoni a bordo dell'Anfitrite.
Statira i : Sorella e moglie di Dario iii di Persia. Catturata da Alessandro dopo la battaglia di Isso, muore nel 311.
Statira ii: Figlia di Dario iii di Persia. Seconda moglie di Alessandro, con cui si sposa nel 324.
Tolomeo: Nobile macedone, figlio di Lago, nonostante si creda che il suo vero padre fosse il re Filippo. # Nominato governatore d'Egitto nel 323.
Valeria: Nobile patrizia dell'antica famiglia dei Valerii e moglie di Gaio Giulio.
9 Ego sarebbe la traslitterazione dal latino Aegus come venne erroneamente chiamato Alessandro iv per ditinguerlo dal padre. L'errore fu commesso per una lettura sbagliata in greco: AIGO invece di ALLO, che voleva appunto dire l'altro. (n.d.t.)
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Ringraziamenti.
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Devo ringraziare come sempre tutta la squadra di Minotauro per la pazienza e l'aiuto. Ma voglio fare una menzione speciale a Paco Garca Lorenzana che  stato il mio editore per cinque anni e quattro libri e, soprattutto, un amico al quale auguro grandi successi per il suo futuro professionale e tutta la felicit del mondo per quello personale. Ovviamente spero che nel futuro con Jos Lpez Jara, nuovo direttore di Minotauro, ci saranno almeno altrettanti successi dei precedenti.
Voglio ricordare anche Vicky, Sergi, Laura, Mnica e altre persone che ormai sanno che lavorare con me  una corsa contro il tempo.
Per le nostre fruttifere e piacevoli conversazioni all'Irlands sugli eserciti antichi, comprese le manovre con stuzzicadenti, pezzi di pane, portatovaglioli e ogni altro tipo di oggetto in grado di simulare unit militari, ringrazio i miei amici Hiplito Sanchiz (Poli), Len Arsenal e Jos Miguel Pallars. Ma anche Sara e Josemara, per averci sopportato con stoicismo.
Grazie inoltre a Fernando Quesada della unam, per la sua cortese gentilezza e per avermi dato il suo prezioso articolo El legionario romano en poca de las Guerras Pnicas, pubblicato in P. Fernndez Uriel (a cura di), Armas, legiones y limes: el ejrcito romano. Espacio, Tiempo y Forma, in Historia Antigua 16, che mi  stato molto utile insieme alla bibliografia da lui suggeritami.
A mio fratello Jose, per avermi aiutato ad avere le idee chiare per la nascita di questo romanzo e per la sua musica e i suoi video per questo Alessandro. Potete trovare tutto sulla sua pagina: www.lacasadelosvientos.com.
A Carlos, il mio webmaster. Ai moderatori di www.laespadadefuego.com: Orion, Takelu, Alier-mim. E a tutti gli amici del forum.
A Jess Centeno e David Moreno, che hanno letto il romanzo a puntate per fare correzioni e osservazioni.
Pi che ringraziarli, vorrei chiedere scusa a tutti gli amici che ho abbandonato. A Esther e Manolo, Ins e Vctor, Mara e Carlos. Per colpa di questa gestazione e questo parto cos lunghi non sono riuscito a vedere n loro n i loro figli. A Cristina, per essere mancato al suo compleanno. Sono imperdonabile, lo so. Ah! E al Reverendo per le partite a mus che mi sono perso.
A Esperanza e Jess, per averli abbandonati in un momento lavorativo cos intenso. A Junior e Jorge, per la loro pazienza nell'aspettare Tramrea. (Questo vale per molti altri).
A mia figlia Lydia, per dover supportare e sopportare un padre con la mente un po' persa nell'Antichit.
E a Marimar. A parte aver tollerato le pazzie di un calcio di punizione tra Grecia e Roma,  stata lei ad avermi aiutato a uscire dai momenti di disperazione, che quando si scrive un romanzo sono molti, e che mi ha dato una mano con molte correzioni e suggerimenti mentre seguiva a puntate, e a volte in assoluto disordine, le avventure e disavventure di Alessandro, Nestore, Clea, Euctemone, Gaio Giulio e altri greci e romani.
E a tutti voi lettori che siete arrivati fin qui insieme a me. Spero di rivedervi per El ltimo viaje de Alejandro Magno.
Javier Negrete.
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FINE.